sarajevo

L’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914, nel quale il giovane patriota serbo-bosniaco Gavrilo Princip colpì a morte l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, erede al trono austroungarico, e sua moglie Sofia, colse il movimento rivoluzionario italiano in una fase di profonda crisi: ideologica, politica, morale. Ma già da alcuni anni ormai non pochi cardini e dogmi, come ad esempio il pacifismo e l’antimilitarismo, erano stati messi in discussione e significativi temi erano da tempo dibattuti. La Settimana Rossa del 7-14 giugno 1914 costituì indubbiamente l’apice del rivoluzionarismo italiano anteguerra. Ma le sue agitazioni si conclusero con un sostanziale e clamoroso fallimento. Urgeva un vasto processo di ripensamento di tutta la strategia sovversiva fino ad allora adottata e quei giorni segnarono uno spartiacque che si allargherà in seguito al lontano bagliore balcanico folgorato per l’appunto due settimane dopo. Ad ogni modo, molti uscirono scossi dall’esperienza della Settimana Rossa, perché quella poderosa ed inaspettata dimostrazione dello spirito e dell’effervescenza rivoluzionaria esistenti in larghi strati proletari si era risolta infine nella constatazione agghiacciante che la rivoluzione era per il momento impossibile.

Il contatto con la realtà aveva bruciato molti sogni; e se da un lato tutto ciò era stato entusiasmante, dall’altro aveva chiarito che non si poteva fare la rivoluzione avendo ostile tutto l’esercito, combattendo cannoni e mitragliatrici con i sassi. L’immane conflagrazione europea seminò ulteriore confusione. Mentre la maggioranza dei rivoluzionari all’interno del Partito Socialista si rifugiò in placide certezze, illibati conformismi, piccole e grandi posizioni di comodo con relative rendite, una minoranza tra essi iniziò una riflessione tormentata e sofferta. In pochi mesi emerse e si consolidò una nuova area politica; l’interventismo di sinistra, rivoluzionario e democratico iniziò la sua gloriosa battaglia. Furono suoi militi socialisti, sindacalisti, repubblicani, radicali, mazziniani ed esponenti del “sovversivismo irregolare”, secondo un’espressione tipica dell’epoca. Persino tra gli anarchici si formò una propensione interventista.

Filippo Corridoni durante un comizio interventista a Pavia

Filippo Corridoni durante un comizio interventista a Pavia

Il 28 febbraio 1916 alcune notevoli individualità del mondo anarchico e anarco-sindacalista redassero un Manifesto: esso erroneamente passerà alla Storia con il nome di Manifesto dei Sedici, mentre in realtà i primi firmatari erano quindici; di fronte a voci incontrollate che sembravano preludere a tentativi di pace separata o a proposte di armistizio, i militanti anarchici che si erano più esposti nella propaganda e nella diffusione dei motivi interventisti decisero di prendere un’iniziativa ancora più forte, netta e fragorosa, stilando un documento di pieno e totale sostegno alle Potenze dell’Intesa e di invocazione al proseguimento delle operazioni militari fino alla più totale ed irreparabile disfatta degli Imperi Centrali. Il documento fu pubblicato dall’organo francese di ispirazione socialista soreliana La Bataille Syndicaliste nel numero del 14 marzo 1916 e venne sottoscritto da figure del calibro di Petr Kropotkin, uno dei più grandi teorici dell’anarchismo di tutti i tempi, Jean Grave, Charles Malato, Christian Cornelissen, Wladimir Cerkesoff, Paul Reclus, Sanshiro Ishikawa, senza considerare che James Guillaume (1844-1916), il vecchio e rispettato anarchico bakuninista e fondatore dell’Internazionale Anti-Autoritaria di Saint-Imier (1872), che si spegnerà il 20 novembre di quello stesso anno, pur condividendo per intero l’iniziativa, non vi prese parte per non provocare ulteriori spaccature nel movimento anarchico internazionale e per una forma di rispetto verso molti suoi compagni, che la pensavano in maniera diversa da lui e mantennero vive le tradizioni antimilitariste dell’anarchismo. Un centinaio di anarchici in tutta Europa appoggiò il manifesto. Di lì a poco tempo, in aprile – e non poteva essere altrimenti – la maggioranza degli anarchici, contraria alla guerra, rispose con un manifesto di opposto tenore su proposta di Errico Malatesta. Il movimento anarchico ufficiale e i suoi storici cercarono sempre di sminuire se non di occultare la vicenda, arrivando a sostenere che chi prende posizione a favore di una guerra, qualsiasi essa sia, non può essere considerato anarchico in assoluto. In particolare, non potendo negare l’autorevolezza degli anarchici interventisti in Europa, essi cercarono perlomeno di ridimensionare il fenomeno dell’anarchismo interventista in Italia, fino a liquidare l’intera questione alla stregua di un dettaglio insignificante.

Invece tra gli interventisti rivoluzionari in generale e tra gli anarchici interventisti italiani in particolare si distinsero numerosi giovani, consapevoli pienamente dell’olocausto a cui andarono incontro, ma il cui nobile idealismo non poteva che restare affascinato dal mito della guerra rivoluzionaria, dal sogno della palingenesi sociale, dalla speranza della rivoluzione politica. Tra questi eroi, generosi, altruisti, puri ed incontaminati, immemori di prebende ed onori, assetati soltanto di giustizia e di gloria, spicca la figura di Mario Poledrelli, che indubbiamente ed ampiamente merita l’appellativo di “Corridoni anarchico”. Mario Poledrelli nacque a San Nicolò di Argenta, nella provincia di Ferrara, il 17 luglio 1893, da Silvia Poledrelli e da padre ignoto. Egli trascorse un’infanzia difficile, caratterizzata da stenti e privazioni. Il disagio economico della madre non gli consentì lo svolgimento di studi regolari: fu essenzialmente un autodidatta e si modellò da sé, preso dalla sua curiosità insaziabile, una rudimentale ma significativa cultura di base. Acquisì in breve tempo una visione del mondo di foggia anarchico-romantica del tutto peculiare e divenne un anarchico individualista in un modo tutto suo, influenzato da reminiscenze cristiane ed umanitarie, in nome di un mondo ideale in cui i diseredati troveranno riscatto, dignità, giustizia e amore. La chiave di volta dell’anarco-individualismo poledrelliano è individuabile in una sorta di misticismo violento ed idealista, alieno dalle bassezze e dai compromessi della vita comune e della politica politicante. Inoltre il suo fondamentale e decisivo punto di riferimento umano, ed in un certo senso teorico, fu Giosuè Carducci (1835-1907) verso il quale egli nutrì da sempre una profondissima e attestata ammirazione, ribadita nei suoi articoli e nei suoi diari. Si trattò di una sintonia che lo unì sia al pensiero che alla poetica del Vate della Terza Italia, “il grande poeta pagano”, “il grande cantore della bellezza, della vita e della libertà” – anche nel suo giornale intimo egli accennò all’idolatria della vita trasfusagli ed irrevocabilmente inoculatagli da Carducci – , “teoreta di una concezione eroica dell’esistenza” alla quale Poledrelli stesso intensamente anelava.

Giosuè Carducci ritratto in una foto d'epoca

Giosuè Carducci ritratto in una foto d’epoca

Ma il giovane ferrarese non era certo solo in questa predilezione letteraria: numerosi furono gli anarchici che non seppero resistere al fascino della poesia virile e ribelle del Grande Italiano. Non a caso nelle testate di numerosi giornali anarchici o ricamate in rosso sul nero delle loro bandiere spiccavano spesso i versi di una nota quartina carducciana, tratta da Dopo Aspromonte, in Levia Gravia (1861-1871): Odio di dei Prometeo, /Arridi ai figli tuoi, / Solcàti ancor dal fulmine / Pur l’avvenir siam noi. Ma i versi che soprattutto rispecchiarono l’anima e il destino di Poledrelli, da lui stesso particolarmente amati, sono presenti in Per le nozze di Cesare Parenzo, Libro I dei Giambi ed Epodi (1867-1879): E sul ginocchio come / Il gladiator tirreno / Poggiato, io, fra le chiome / E nel riarso seno, / la fresc’aura sentendo / Morirò combattendo. Sembrano l’autentico compendio della sua giovane e spezzata esistenza. Ma procediamo ora con ordine. Semplice operaio in cerca di lavoro, Poledrelli emigrò il 30 aprile 1912 a Milano, dove ebbe la possibilità di frequentare gli ambienti politici sovversivi. Nel capoluogo meneghino egli risiedette fino al 1914 vivendo d’espedienti; conobbe Benito Mussolini, allora direttore dell’Avanti! e i due strinsero amicizia, pur essendo di fedi politiche diverse. Nell’estate di quell’anno, in quanto disoccupato ed elemento potenzialmente pericoloso, per ordine della Pubblica Sicurezza venne “rimpatriato” a Ferrara con un foglio di via. Il giovane anarchico entrò nella Camera del Lavoro di Ferrara allora guidata da Gaetano Zirardini, ma allo scoppio della guerra egli fu subito interventista e nell’Estrema Sinistra risultò uno dei primi a prendere posizione per l’intervento in guerra dell’Italia. Partecipò quindi alla fondazione del giornale interventista e anticlericale Gazzettino Rosa, il cui primo numero andò alle stampe il 20 settembre 1914. Poledrelli intravide nella guerra una sorta di “crociata anarchica”, premessa indispensabile ad una rivoluzione sociale nazionale ed europea: sconfiggendo il militarismo austro-germanico si sarebbe eliminata la guerra dalla faccia del Vecchio Continente, riscattato il sangue innocente della Serbia e del Belgio, edificata una nuova Europa fondata sui valori di giustizia, eguaglianza e fraternità, facendo trionfare il diritto dei popoli e cancellando i troni e gli ultimi residui feudali. Il 15 novembre 1914 Mussolini fondò a Milano Il Popolo d’Italia; il 18 novembre a Ferrara Poledrelli dalle colonne del Gazzettino Rosa plaudì entusiasticamente all’avvenimento:

“Noi studenti ferraresi accoglieremo il grido che irrompe dal petto di Benito Mussolini. Essere degli assenti in questo momento di trepidazione e di angosce val quanto non avere cuore od essere senza cervello”.

Mussolini mentre viene arrestato a Roma l'11 aprile 1915 dopo un comizio a favore dell'interventismo dell'Italia nella guerra

Mussolini mentre viene arrestato a Roma l’11 aprile 1915 dopo un comizio a favore dell’interventismo dell’Italia nella guerra

La campagna interventista ferrarese era ormai pienamente lanciata; il 27 novembre il Teatro “Giuseppe Verdi” divenne sede di un comizio di Cesare Battisti affiancato dal deputato socialista belga Georges Lorand e dal poeta Giuseppe Ungaretti. Il 13 dicembre sorse anche a Ferrara il Fascio Rivoluzionario, ben presto ridenominato Fascio d’Azione Rivoluzionaria; esso fu presieduto dal repubblicano Egidio Liverani e composto da numerosi aderenti legati a tutte le componenti dell’interventismo rivoluzionario, democratico e di sinistra (socialisti, anarchici, sindacalisti, repubblicani, studenti universitari radicali provenienti dal Fascio Studentesco Anticlericale, mazziniani). L’ala mussoliniana del movimento, animata da Poledrelli, Giuseppe Longhi e Germano Manini, appoggiandosi all’anima più profondamente anticlericale della Massoneria ferrarese, determinò, il 30 gennaio 1915, la fondazione di un nuovo Circolo Socialista Autonomo, operante in simbiosi col Fascio d’Azione Rivoluzionaria e contraddistinto dalla parola d’ordine Guerra e Rivoluzione; la carica di presidente venne assunta dal sindacalista rivoluzionario Sergio Panunzio, mentre Poledrelli ne diventò il segretario. Attraverso le pagine del Gazzettino Rosa ed operando un’intensa azione di proselitismo nell’ambito cittadino, questo gruppo diventò l’anima più vulcanica del fronte interventista a Ferrara. Mussolini, con cui Poledrelli continuò a mantenere stretti contatti, gli affidò l’incarico di corrispondente dalla città estense de Il Popolo d’Italia. Poledrelli collaborò in quelle fatidiche settimane anche a L’Internazionale di Parma, in una speciale rubrica intitolata “Note ferraresi”. In essa egli espresse compiutamente il suo pensiero sulla società, la guerra e l’anarchismo. Nel numero del 9 gennaio 1915 nell’articolo “Le idee anarchiche e la guerra” egli scrisse:

“Io comprendo l’anarchismo come la più alta, la più disinteressata, la più sublime espressione della solidarietà umana: l’anarchismo che, per me, non è un partito come il socialista che non vede e non conosce altri interessi, altra realtà che non sia la classe o un partito come il nazionalista che non vede, che non conosce altri interessi che non siano quelli ristretti nei limitati confini di una nazione; ma senza negare l’una e l’altra, va oltre di esse per arrivare alla meta dell’umanità libera e redenta”.

Poledrelli propose nei confronti della monarchia una sorta di tregua d’armi:

“Non si può negare la realtà della nazione. L’eroismo della prima maniera è finito. La guerra attuale si è incaricata di fargli il funerale. È un funerale di terza classe. La nazione diventa tanto più sacra quanto più è minacciata. Tradita l’Internazionale dall’imperialismo ipocrita dei socialisti tedeschi, ogni partito, ogni individuo dei singoli Paesi è tornato alle nazioni. Io non posso negare di essere nato in Italia e quindi rinnegare il genio di questa guerra. È per questo che io mi sento di difendere l’Italia anche-e diciamola, la verità-sotto le insegne del signor Vittorio Emanuele”.

Allo scoppio della guerra Mario Poledrelli si arruolò immediatamente come volontario; assegnato al 206° Reggimento di Fanteria che insieme al 205° formerà la Brigata Lambro, al momento di partire per Lecco, centro di raduno del Reggimento, scrisse agli amici, secondo una testimonianza che apparve sul Corriere Padano: “Se avvenga che io paghi con la vita l’ardente mio amore alla Patria, guardatevi bene dal compiangermi. Rechereste ingiuria alla mia memoria”. Dopo il periodo di addestramento il Reggimento partì finalmente nell’aprile 1916 per il fronte degli Altipiani, dove andava addensandosi la minaccia della Strafexpedition austroungarica. Alla fine del maggio 1916 iniziò un periodo travagliato di febbri continue e ricoveri in ospedali: ad agosto entrò nell’ospedale di Como, dove rimase fino ad ottobre. Rimessosi, egli raggiunse il suo 206° Reggimento e la sua Brigata nella zona di Gorizia, mentre era impegnata nell’arduo ed impervio compito di conquistare il monte San Marco per aprire così la via all’avanzata italiana in profondità verso le Alpi Giulie.

In una lettera di quei giorni indirizzata all’anarchico Luigi Fabbri, con il quale era rimasto in buoni rapporti nonostante l’irriducibile antimilitarismo e pacifismo di quest’ultimo, Poledrelli scrisse:

“Io sono qui di fronte alla vittoria, ho visitato quelle posizioni conquistate dai miei gloriosi commilitoni e ti giuro che essi sono degni del poema omerico. Quello che si è fatto è qualcosa di meraviglioso. Speriamo che uno di questi giorni si senta dire che un nuovo miracolo hanno compiuto il genio ed il valore italiano”.

Pochi giorni dopo, sempre rivolto a Fabbri e fiducioso nel combattimento, egli aggiunse:

“Non dobbiamo creare delle illusioni, non dobbiamo volere la pace se non è accompagnata dalla vittoria… purché sia aurora di giustizia e di amore vero fra gli uomini. Se no, guerra sempre fino alla fine!”

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Il 1° novembre 1916, sul San Marco, un forte bombardamento austriaco determinò il crollo della ridotta in cui stava di guardia Poledrelli; egli restò sepolto in stato di svenimento per due ore e fu ritrovato a fatica. Ricoverato all’ospedale militare di riserva di Milano, l’indomito nel gennaio 1917 fece ritorno al suo battaglione sempre acquartierato nell’area goriziana, successivamente trasferito a partire da maggio in riva all’Isonzo, alle falde del monte Sabotino. Intanto il susseguirsi di assalti sul San Marco portò Poledrelli presso la località Dosso del Palo, nel settore a nord-ovest del monte. Il 3 giugno 1917 sul San Marco imperversava un forte fuoco d’artiglieria a spazzare le linee, molto contorte e spesso intersecantesi tra loro; subito dopo partì un contrattacco austriaco. I fanti del 206° reagirono immediatamente giungendo ad un corpo a corpo sanguinoso. Al termine dello scontro si registrarono innumerevoli caduti: fra i tanti un giovane ferrarese alla soglia dei 24 anni, biondo scuro, non molto alto, di nome Mario Poledrelli.

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È stato colpito in fronte da una pallottola, come accadde a Charles Péguy e a tantissimi altri giovani idealisti, patriottici e rivoluzionari, in lotta per una società diversa, per una vita più nobile, per un mondo migliore, più autentico e degno del genere umano. Morì credendo di fare la Rivoluzione e di restituire alla Patria i confini che la Natura pose a sua guarentigia; sepolto dai sommovimenti del terreno provocati dai bombardamenti, il suo cadavere non verrà mai ritrovato.