Rifugiatesi in Francia subito dopo l’avvento del fascismo, le forze politiche italiane anti-mussoliniane, sia quelle democratico-borghesi che quelle della sinistra storica marxista, salvo alcune eccezioni, si riorganizzarono e costituirono quel “cartello”, o meglio quella coalizione che gli storici chiameranno la Concentrazione d’Azione Antifascista (1927-1934), presto soffocata dagli equivoci e dalle contraddizioni mai sopite al proprio interno e che rappresentò palpabilmente la quintessenza dell’impotenza. Ad essa aderirono i due partiti socialisti, il partito massimalista e il partito unitario, i repubblicani, la Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo a cui aveva aderito Alceste De Ambris, la Confederazione Generale del Lavoro e altre formazioni partitiche minori. In essa non furono ammessi i comunisti italiani, ma non soltanto loro. Fiero avversario e critico inveterato della stessa Concentrazione si manifestò e si rivelò fin nell’immediato Mario Mariani (1883-1951). Originario di Solarolo, nel Ravennate, egli fu uno scrittore decisamente prolifico, autore di numerose novelle e di molti romanzi. Divenne interventista e in guerra diede prova del suo coraggio, conseguendo la medaglia d’argento al valor militare. Nel 1916 egli si cimentò con un saggio dal titolo Il ritorno di Machiavelli, che ottenne l’apprezzamento di Benedetto Croce. In esso, Mariani spiegava i successi iniziali delle armi tedesche nel conflitto, dovuti a suo avviso alla costante applicazione delle massime contenute ne “Il Principe” e nelle altre opere dello scrittore fiorentino; l’appellarsi alla morale nella politica internazionale era perfettamente inutile o, per meglio dire, il Machiavellismo era il più morale dei metodi di governo e preparava egregiamente sia all’offesa che alla difesa. Scriveva Mariani:

“La vita è lotta. E come nella quotidiana battaglia tra cittadino e cittadino vincono i più forti e più scaltri, così quando scoppiano i contrasti tra le moltitudini e i popoli vincono i più adatti, cioè i più forti e i più scaltri. La scaltrezza giova adoperarla sempre; la forza crearla, prepararla per il momento opportuno. Molti fra i visionari hanno cercato di forzare la Storia piegandola ad essere un povero commento d’etica. Ma lo sforzo è stato vano. La Storia è immorale, perché infatti non è altro se non un’elencazione di delitti dei singoli degni di fama e di delitti dei popoli degni di ricordo”.

Pur proclamandosi socialista rivoluzionario, fu sempre molto critico nei confronti del movimento operaio italiano. Nel suo romanzo Le meditazioni di un pazzo (1922), al suo alter ego lo scrittore faceva pronunciare queste amare conclusioni:

“Il socialismo italiano è morto soprattutto perché non può esistere lotta di classe laddove non esiste coscienza di classe e la coscienza di classe di ogni proletario italiano si riduceva a questo: al desiderio vivissimo di passare alla classe superiore. Il socialismo italiano mancava di un contenuto morale, di una fede, di un ideale”.

Nel 1924, egli concepì L’equilibrio degli egoismi, un lavoro nel quale delineò un utopistico Stato etico che attraverso una sua personale sintesi doveva tenere conto sia dei diritti dell’individuo che delle esigenze della società moderna. Ma come già aveva accennato ne Le meditazioni di un pazzo, Mariani voleva difendere e sviluppare una concezione idealistica e anti-materialista del socialismo rivoluzionario, in polemica con il determinismo e l’economicismo marxista:

“Il socialismo diviene. Ma come e perché? Il socialismo non diviene perché risultato di superproduzione. Non diviene perché prodotto della lotta di due classi. Non è lo sbocco d’un immanente storico. Il socialismo è una questione morale. Un nostro imperativo categorico diviene per la volontà dei migliori, è volontarismo delle vere aristocrazie. Cioè di tutti quelli che a qualunque classe appartengano han cuore e intelletto. Se non buttiamo a mare la pseudoscienza del comunismo critico, se non ci sgraviamo della meccanicuccia dialettica e della unilateralità di visione del materialismo storico, non possiamo procedere spediti”.

Espatriato in Francia alla fine del 1926, nel marzo 1927 con l’ausilio di Umberto Bellini, Ettore Cecconi e Giuseppe Pirrone egli diede vita al Partito Socialista Volontista ed al giornale dell’organizzazione, il settimanale Volontà; pare che questa formazione fosse sorta nel giugno precedente, nel ’26 a Roma, con l’intento di rispondere colpo su colpo alle azioni delle squadre d’azione fasciste, sul modello degli Arditi del Popolo attivi tra il 1921 e il 1922, ma ormai fuori tempo massimo sia dal punto di vista politico che da quello strettamente pratico e operativo. Il 1926, “anno napoleonico della Rivoluzione Fascista” secondo le parole di Mussolini, fu infatti e soprattutto l’anno delle leggi fascistissime, che posero definitivamente termine all’esistenza delle associazioni antifasciste e a maggior ragione di quelle orientate a forme di resistenza armata contro il Regime. Mariani aveva deciso di esordire in politica dopo anni di aspettative deluse e di speranze rivoluzionarie disattese proprio da parte di coloro che predicavano il Verbo della Rivoluzione e che frattanto nell’esilio perpetuavano le abitudini nefaste e parolaie che avevano arriso al capitalismo. Giacché, egli sosteneva, le radici della reazione affondavano negli errori dei dirigenti socialisti, nella loro incomprensione della nuova generazione uscita dal conflitto mondiale che, rivoluzionaria, esigeva uno sbocco rivoluzionario. Mariani nel 1927 pubblicò in terra transalpina un’opera, Le origini del fascismo, con la quale si proponeva di analizzare e comprendere la crisi italiana del primo dopoguerra, dalla Vittoria del 4 novembre 1918 alla marcia su Roma del 28 ottobre 1922. In essa egli così sentenziava:

“Dal fronte tornammo tutti bolscevichi, ma i bolscevichi delle retrovie e gli imboscati del bolscevismo non ci compresero”.

Non si trattava di seguire pedissequamente le orme della Russia Sovietica, bensì di costruire, per usare le parole di Mariani, “una Rivoluzione Sociale Italiana”, dai connotati fortemente nazionali, che valorizzasse la guerra appena combattuta e portasse a compimento una pace giusta, un rivolgimento fedele alle peculiari caratteristiche storiche, economiche e sociali della Patria e nella quale vi fossero le condizioni per condurre a fondo una lotta politica contro la plutocrazia che non prescindesse da quel nostro determinato e specifico contesto. Invece, si lamentava Mariani, furono gli scioperi a catena sabotati dai dirigenti sindacali e dal burocratismo del partito socialista ufficiale (il P.U.S), le discussioni a tavolino, le mozioni congressuali, i dibattiti, i comizi, le elezioni politiche ed amministrative di buona ed antica memoria: cioè tutto quanto gli ex combattenti rifiutavano con indefettibile disprezzo, poiché in esso costoro vedevano una continuità con il regime capitalistico d’anteguerra che non era più tollerabile e contro il quale si rivolgeva la lotta del proletariato italiano. Proseguendo nel suo saggio la ricostruzione degli avvenimenti del primo dopoguerra, lo scrittore italiano non poté fare a meno di rilevare che in una situazione come la nostra testé descritta una parte considerevole del nostro combattentismo cedette alle tentazioni del fascismo che sapientemente sfruttava le sue aspirazioni e ventilava concrete possibilità di cambiamento, nello spirito nuovo del sansepolcrismo e sventolando la bandiera del programma del 1919. Le critiche ai capi del socialismo facevano dunque tutt’uno con quelle alle teoriche che essi propalavano. Il marxismo ortodosso scolastico in primo luogo, secondo Mariani, si avviava al declino, perché, già insensibile agli slanci attivistici, volontaristici e vitalistici dei reduci, si rivelava incapace di cogliere l’intima natura di Mussolini e le ragioni del suo successo, giudicato da esso come un fenomeno di mera reazione capitalistica mentre era innanzitutto, continuava Mariani, il prodotto dell’inerzia, dell’ignavia e della protervia della classe politica italiana. Per questo egli rigettava le due facce del socialismo purtroppo a suo dire affermatesi, la socialdemocrazia e il comunismo, e rivendicava l’appartenenza di sé e del suo movimento socialista alla tradizione dell’interventismo rivoluzionario e di sinistra del 1914-1918 e all’esperienza combattentistica, rilanciando la parola d’ordine del potere alla trincerocrazia, già affermata a suo tempo da Il Popolo d’ItaliaPersonalità complessa, ipertrofica, profondamente ribelle ed insofferente verso le ingiustizie sociali tremende di cui era testimone, Mariani rimaneva in tutta evidenza un personaggio decisamente egocentrico e bizzarro, sia nella sua vita privata che nelle sue convinzioni politiche. Per contrastare il ritorno dei vecchi uomini e per impedire il ripetersi di vecchi errori, ciò che pareva purtroppo verosimile con l’apparizione della Concentrazione, definita “un lembo d’Aventino in terra di Francia”, Mariani si mise alla testa di questo nuovo partito, suo malgrado.

“Uomo di penna, scrittore di razza – egli compitava sempre nel suo Le origini del fascismo – ho atteso per un decennio che qualcuno, un semianalfabeta, un qualunque uomo mediocre, dato che gli uomini politici lo sono sempre, mi chiamasse a seguirlo sulle strade del rischio e della riscossa. Io non mi sentivo la voglia di organizzare; quella di sacrificarmi, sì. Sono dieci anni che aspetto che l’ultimo degli imbecilli mi indichi un posto di battaglia. Dieci lunghi anni. Adesso l’ho preso da me”.

In un manifesto pubblicato il 4 marzo 1927 da Il Corriere degli Italiani pubblicato a Parigi, egli scrisse:

“Noi socialisti volontisti, dunque, siamo stanchi di disquisizioni. Noi vogliamo attendere all’inquadramento delle forze rivoluzionarie italiane e all’estero, approntare l’insurrezione armata”.

Questo articolo provocò l’interessamento e le preoccupazioni dei Ministeri degli Affari Interni di Francia e d’Italia. In una nota immediatamente successiva, il ministro francese così commentava:

“Questo manifesto costituisce una violazione flagrante dei doveri che incombono agli stranieri ammessi a beneficiare dell’ospitalità francese. Non si tratta solo di un tentativo di agitazione, bensì di una provocazione caratterizzata dalla preparazione sul nostro territorio di una impresa di forza e di aggressione armata contro le autorità di un Paese amico e vicino. Questi incitamenti non possono essere tollerati perché sono contrari agli obblighi internazionali e potrebbero compromettere la sicurezza generale del Paese”.

Ne derivò per il momento una chiamata a rapporto di Mariani e una severa messa in guardia da parte dei tutori della legge e in caso di recidiva, l’inevitabile ed irrinviabile espulsione. L’orizzonte si profilava minaccioso per il neonato partito, anche se in virtù della personalità conosciuta di Mariani qualcuno tentò di coinvolgerlo in una prospettiva di unità antifascista. Al che, intransigenti, i militanti socialisti volontisti richiesero condizioni talmente rigorose ai fautori di un fronte comune antifascista da scoraggiare anche i meglio disposti. Il partito aveva ad ogni modo i giorni contati, nonostante l’attività instancabile del fondatore che pubblicò nello spazio di pochi mesi, oltre a Volontà, alcuni opuscoli di propaganda, i cosiddetti Quaderni dell’antifascismo, tanto più che da un lato la polizia francese, dopo le professioni di fede insurrezionale, teneva gli occhi bene aperti, e dall’altro la consorella polizia italiana affilava l’arma della infiltrazione. E difatti Ernesto Gulì, funzionario al servizio di Arturo Bocchini, capo della polizia italiana, sembra che intrattenesse rapporti con il capo del Volontismo, il quale ingenuamente aveva posto in lui la sua fiducia; era lo stesso Gulì che, come risultava alle forze di sicurezza francesi, era giunto a Parigi sin dal 27 aprile 1927 per porre mano ad un movimento antifascista con scopi provocatori.

Il 31 luglio 1927 scoppiò l’incidente: una lettera su Il Corriere degli Italiani in cui Mariani, ormai sempre più sospettoso e diffidente, rendeva nota la decisione di trasformare il Volontismo in società segreta per evitare le espulsioni e dipingeva i suoi antichi collaboratori, innominati, in veste di grassatori, affaristi, ambiziosi e pedine di Mussolini, provocò la levata di scudi e la scissione. Giuseppe Pirrone ed Umberto Bellini dichiararono decaduto l’antico comitato esecutivo del partito e soppressa Volontà diedero alle stampe Rivoluzione Volontista, un foglio durato invero lo spazio di un mattino, votato alla maldicenza, alla polemica spicciola e alla denuncia di alcune verità scomode, quali la rivelazione di un complotto ordito, pare, da Mariani ai danni di Giuseppe Pirrone per sabotare la sua opera di battaglia politica e giornalistica. Inevitabile che l’accusato accusasse gli accusatori e li qualificasse come agenti al soldo di Roma secondo l’ingiuria in voga tra gli esiliati. In tal modo, con la messa a nudo dei propri panni sporchi, il gruppo si autodistruggeva con malinconica, iconoclastica e perversa voluttà, raggiungendo purtroppo punte di immancabile piccineria, con gran soddisfazione degli anarchici ufficiali dell’Unione Anarchica Italiana (o meglio di quel che ne rimaneva) i quali, per la presenza di alcuni anarchici nelle file volontiste-ricordiamo ad esempio il “Gruppo Monito” di Agostino Sette-paventavano una crescente perdita di prestigio e di militanti a discapito della loro tattica attendistica e a vantaggio di formazioni insurrezionaliste più combattive e frementi d’azione. Le autorità della Repubblica Francese fecero il resto: Mariani e più di cento suoi seguaci furono espulsi dal territorio francese l’11 settembre 1927. In definitiva, il radicale velleitarismo e l’abissale ingenuità di cui diedero prova i suoi militanti concessero al Socialismo Volontista una breve esistenza.

Mario Mariani, uomo di lettere, innamorato dell’insurrezione romantica, sognatore di un socialismo patriottico e nazional-rivoluzionario e di una vagheggiata Città del Sole di campanelliana memoria, in cui il cittadino provvedeva alla difesa collettiva con le armi tenute in serbo presso di sé, profeta di una dottrina politica che intendeva mescolare e mescere in una nuova sintesi il pensiero di Karl Marx (1818-1883) e di Friedrich Nietzsche (1844-1900), di Max Stirner (1806-1856) e di Gabriele D’Annunzio (1863-1938), fautore di un personalissimo e nebuloso marxismo nicciano, neo-idealista e volontarista, scrittore ed esegeta di gusto decadente, delicato ed apocalittico al contempo, prestava così il fianco agli attacchi di coloro che aveva apostrofato come “vigliacchi impudenti, pacifondai in ciabatte”, ovverosia i membri della Concentrazione Espulso dalla Francia in quello scorcio finale degli anni Venti, Mariani riparò dapprima in Belgio, quindi raggiunse il Brasile, laddove, forse ammaestrato dall’esperienza vissuta, rinunciò temporaneamente ai clamori della politica e in seguito vi morì nel 1951, a San Paolo. Non modificò comunque le proprie opinioni contro tutti i partiti e in primo luogo sulla Concentrazione Antifascista che, facendo onore alla sua verve polemista, gratificò dei seguenti epiteti in un articolo intitolato “Noterelle” e apparso laggiù presso la rivista Rinascita Socialista, nel numero del 15 febbraio 1930:

“Polemica, disgusto, tessera, perfidia, corridoio, pettegolezzo, sottoscala, farmacia, chiacchiere, bottega, mal di fegato, emicrania, calunnia e diffamazione”.

Fattosi sempre più solitario e dolente, Mariani approderà ad un pessimismo corrusco, intransigente, teso e disperato, di orientamento leopardiano e rensiano, ad una sfiducia sempre più profonda verso la natura umana e le sue opere; egli si dedicherà completamente alla sua attività letteraria, per chiudere la sua esistenza nella più nera miseria e nella più oscura solitudine: veloce sunto riepilogativo di questo misconosciuto antifascista rimangono le significative parole tratte da uno dei suoi romanzi più tardi e finali, che compendiano in maniera fulminante il suo crepuscolo, Gli ultimi uomini, edito da Sonzogno Editore a Milano nel 1948:

“Milioni di uomini credono alla menzogna, per ignoranza, altri milioni non si arrischiano a combatterla per vigliaccheria. Tutti pensano solo a sfruttare delitti di lesa umanità, di lesa verità, di lesa libertà per vivacchiare alla meglio. E ci avviciniamo alla crisi. L’umanità morirà perché è stanca di pagliacciate, di tragedie, di colpe”.

In esse si ritrovano la stessa ostilità verso le Istituzioni, verso il Potere, lo stesso rancore verso la follia umana dell’acquiescenza e della subordinazione, che avevano caratterizzato tutta la sua vita e che non lo abbandoneranno nemmeno sul crinale che doveva portarlo alla morte, estremo limite conclusivo senza scampo a cui noi fragili e deboli creature umane siamo destinati fin dal giorno in cui siamo gettati misteriosamente, senza chiederlo o desiderarlo, in questo oscuro, violento e disperato mondo.

Simonetta Tombaccini, Storia dei fuorusciti italiani in Francia, Mursia Editore, Milano 1988, pagina 93.