Oggi parliamo di un irregolare. Di un gorilla. Di un piccolo animale saltellante. Di un istrione dal fare ieratico. Oggi parliamo di Lucio Dalla. Nato, come è ben noto a tutti, il 4 marzo del 1943- un giorno prima di un altro immenso Lucio, quel Battisti così lontano e vicino dal ragno di Bologna- Lucio Dalla rimane quasi subito orfano di padre. Figlio unico, cresce con la madre a Bologna. Questa donna, Jole Melotti, avrà un ruolo centrale nella sua vita. A detta dello stesso Dalla infatti è stata lei a convincerlo della sua genialità, a fare da agente, sponsor e talent Scout ante litteram. Dopo un fulmineo percorso da autodidatta, Lucio, profondamente insofferente alla scuola, già a 17 anni è a Roma a fare musica. Affascinato dai ritmi del Jazz nero americano Dalla inizia a suonare il clarinetto. Appassionato di tutti i grandi del genere, da Chet Baker a Miles Davis, il musicista da cui trae maggiormente ispirazione è Thelonious Monk, un rivoluzionario pianista statunitense a cui Lucio, nelle varie interviste rilasciate negli anni, non smetterà mai di fare riferimento. Si sente artista Dalla: ha poco a che fare con la canzonette all’Italiana, il cui panorama dell’epoca, ancora spoglio della stagione dell’impegno degli anni settanta, è dominato da campioni del nazional-popolare come Claudio Villa, da miti mediterranei della canzone “confidenziale” alla Fred Bongusto, il tutto avvolto nell’eco “Sinatriano” di Fred Buscaglione, scomparso prematuramente nel 1960. Un mondo lontano dalle sensibilità del futuro cantautore bolognese, musicista nel senso più pieno del termine. Nel 1962 Dalla si unisce al complesso:” I Flippers”, in qualità di voce solista, clarinetto e sax. E’ però Gino Paoli a dare una svolta radicale alla sua vicenda musicale. Sarà lui infatti a convincerlo a intraprendere la carriera da solista. Negli anni Sessanta il grande successo tarda ad arrivare. Dalla partecipa a Sanremo, incide con l’arcinota RCA, ma i suoi album non sfondano, facendo registrare bassi livelli di vendita. Nel 1971 però le cose cambiano. Lucio, di nuovo a Sanremo, presenta un brano, scritto da Paola Pallottino, dal titolo : 4/3/1943. Il successo è totale. Classificatosi terzo in assoluto al festival della canzone, il brano è destinato a iscriversi nella lista dei capolavori senza tempo. Parole e musica si imprimono nella memoria popolare e quel fischiettio di fondo, da cui- dirà lo stesso Dalla- è nata tutta la canzone, diventa il Jingle di un epoca.

Subito dopo 4/3/1943, arriva un altro “tormentone”. Scritta da Bardotti, Baldazzi, Dalla e Cellamare (in arte Ron), Piazza Grande ripete il miracolo dell’exploit sanremese, offrendo finalmente al grande pubblico la possibilità di conoscere quello strambo cantante. All’apice della ribalta nazionale si apre per Dalla un periodo diverso, sperimentale e visionario: sono gli anni della collaborazione con il poeta bolognese Roberto Roversi, da cui nasceranno gli album: Il “Giorno aveva cinque teste”, “Anidride Solforosa” e “Automobili”. Sono pezzi difficili, quelli del duo Dalla-Roversi. Ermetici, impegnati, come d’altronde richiedono i tempi. Nella Bologna di piombo degli anni Settanta  le parole di Roversi, ruggenti critiche alla condizione dell’uomo operaio, alla tecnologia sempre più invadente e minacciosa, vengono urlate dal nano emiliano nelle fabbriche e nei teatri. Simbolo di questo complesso connubio artistico è Nuvolari, brano cardine del concept album “Automobili”, ultima opera del Duo, contente al suo interno pezzi del calibro di Il motore del duemila e Mille Miglia. Ma è nel 1977, ad un anno dalla pubblicazione di “Automobili”, che prende corpo il più grande sconvolgimento della carriera di Dalla. Lucio infatti incide il suo primo album da cantautore: “Com’è profondo il mare”. All’età di 38 anni, il cantante bolognese prende in mano la penna e scrive tutte le tracce del suo disco. Il risultato è strabiliante. La leggenda vuole, che il “Maestrone” della canzone italiana, il grande Francesco Guccini, sincero amico di Lucio, scettico sulle possibilità di Dalla quale autore di testi, abbia dato il suo vituperato lasciapassare solo dopo aver ascoltato il testo del brano che da il nome al disco, quella Com’è profondo il Mare potente e magnifica come una poesia travolgente e malinconica. L’LP colleziona una serie di tracce intense e graffianti: Il cucciolo Alfredo, ad esempio, è cronaca struggente della Milano cupa e violenta, infestata dagli odiati Inti Illimani

 La musica andina che noia mortale,

sono più di tre anni che si ripete sempre uguale

È così che Dalla frantuma, con due soli versi, Il totem vivente dell’impegno politico,prendendo ironicamente spunto  dagli Inti Illimani . testimoni superstiti del Chile stuprato dalle violenze di Pinochet,  citati dall’ironia illuminata di Gaber come “acquis” necessario nel pedigree del militante di sinistra.Perché Lucio Dalla era anche questo, soprattutto questo: un uomo libero, scevro dai pedanti condizionamenti delle ideologie, al contempo anime vive e cappe asfissianti di quegli anni, e quindi schietto, vero, tremendamente dissacrante. Dopo l’esordio come cantautore arrivano in sequenza i due album “Lucio Dalla” e “Dalla”, in cui una serie infinita di capolavori si rincorrono. Da “L’ultima Luna” ad “Anna e Marco”, da “L’Anno che verrà” a “La sera dei Miracoli”, sino all’apoteosi di “Cara” e “Futura”. Due dischi per un totale di due milioni di copie vendute in Italia. L’onda lunga di Lucio non si ferma. È infatti a cavallo tra la pubblicazione dei due grandi successi che, assieme all’amico Francesco De Gregori, altro genio indiscusso del cantautorato italiano, Dalla s’imbarca in quello che sarà forse il più grande tour della storia della musica leggera : “Banana Republic”. Il mix tra i due personaggi è vincente: l’uno istrionico, iperattivo, peloso e urlante, l’altro pacato, apparentemente distaccato, serafico, formalmente ineccepibile come un Principe. La poesia dei testi, la forza della loro musica, accompagnata da musicisti d’eccezione quali gli Stadio e Ron, i migliori frutti della carriera dalliana da Talent Scout, infiammeranno gli stadi d’Italia. Ne verrà fuori un disco-live: 500.000 copie vendute.

Segue un periodo in cui i plebiscitari consensi di vendita calano, ma il prodotto artistico se possibile migliora. “1983”, album successivo di Dalla- anticipato dal Q disc con all’interno un altro pezzo destinato a diventare tormentone popolare Telefonami tra vent’anni– è un esperimento funky dalle sonorità elettroniche ed innovative. La traccia che dà il nome all’album è una canzone straordinaria, capace di raccontare al contempo i sentimenti della Bologna liberata dai nazisti e  lo smarrimento che la modernità provoca in quella stessa comunità quarant’anni dopo, il tutto inframmezzato da repentini cambi di ritmo e dai romantici ululati del ragno. Dopo “1983” arriva “Viaggi organizzati”, album apprezzato dal grande pubblico, di cui ricordiamo oltre alla traccia che da il nome all’album, il brano Tutta la vita, autobiografia in musica di un artista qualunque, schiavo degli strumenti e della vita zingara da menestrello. E’ del 1986 il vinile Dallamericaruso: album dal vivo registrato negli Stati Uniti, presso il Village Gate di New York. Il disco, contenente i maggiori successi di Lucio, è un concentrato di genialità. Ad accompagnare il cantautore sono nuovamente gli Stadio. Nanni, Curreri, Portera, Pezzoli, si superano nelle versioni riarrangiate delle canzoni di Lucio, e la struggente Stella di Mare diventa un pezzo rock così potente da far tremare gli States. Nel 33 giri, assieme ai pezzi live, c’è un inedito: Caruso. Lucio ha raccontato la storia di questo capolavoro centinaia di volte. La barca che si ferma nel golfo di Sorrento, la stanza d’albergo con il pianoforte che fu suonato dal grande tenore, la vista sul mare e poi la composizione del brano. Il pezzo, indiscusso capolavoro con 12 milioni di copie vendute nel mondo e un interminabile serie di cover, è tuttavia estraneo ai caratteri irriverenti e innovativi della produzione dalliana. Una dolce anomalia, cambiamenti a cui di certo i fan di Lucio erano abituati. Nel 1988 un altro tour storico segna la carriera di Dalla: “DallaMorandi”. Tour e conseguente Cd sono un immenso successo dal gusto squisitamente nazional popolare. Brano simbolo di questo sodalizio è Vita, scritto da altri due grandi della musica italiana: Mogol e Mario Lavezzi. Negli anni Novanta, ancora incredibilmente fecondo, Dalla regala al pubblico Cambio. La copertina dell’album ritrae un giovanissimo Lucio seduto ad un tavolino con la madre. Assieme all’arcinota Attenti al Lupo, ennesimo Jingle popolare, scritta da Ron, il disco contiene altri pezzi meno noti ma altrettanto interessanti: Denis, storia di un sabato sera di un giovane ragazzo del Nord, e 2009 le cicale e le stelle , altro brano profondamente critico sulle derive ultra tecnologiche della modernità. Nel 1996 esce Canzoni. Il cantauore bolognese, dopo vent’anni dall’uscita di “Com’è profondo il mare” pubblica, forse, il suo ultimo capolavoro, sublimato da un enorme successo di vendite. Come per tutti gli artisti, però, la stella di Dalla comincia a incrinarsi. Tranne per sparute eccezioni, pezzi come Non Vergognarsi mai, Rimini o Dark Bologna, la qualità cala e a scendere lentamente è anche la voce. Nel nuovo tour con De Gregori nel 2010, “Work in progress” da cui nascerà anche un doppio cd, Dalla appare invecchiato, stanco, e la sua Caruso a stento ricorda quella cantata con struggente sentimento assieme a Luciano Pavarotti.

È in Svizzera che l’avventura terrena di Lucio si spegne, a causa di un infarto romanticamente subito dopo un concerto. I funerali sono un evento nazionale: Bologna è gremita, stretta intorno al feretro del suo poeta più audace e istrionico. Risulta straziante il personalissimo ricordo di Marco Alemanno, ultimo compagno di Lucio. Sì, compagno,  perché Lucio era omosessuale. Senza necessità di ostentazioni, Dalla aveva vissuto la sua sessualità in maniera lineare, confinandola alla sfera intangibile e sacra del privato. Oggi le svilenti cronache sulla vicende ereditarie, sulla gestione della casa-museo, rischiano di rovinare il ricordo di un genio. È doveroso, per concludere questo piccolo viaggio nella vita- artistica- di Lucio, citare almeno uno dei testi dei suoi capolavori. Ed è un brano che non ha mai conosciuto la ribalta quello che vogliamo inserire. Una poesia urbana contenuta nell’album “Com’e profondo il mare”. Un grido che si intitola E non andar più via. Perché un po’ anche Lucio, come tutti i veri artisti d’altronde, non è mai andato via.

Ho lasciato i pantaloni in un cortile
ho perso anche una mano in un vicolo,
era un pomeriggio di aprile
gli occhi me li ha portati via una donna grassa a forza di guardarla
le labbra le ho lasciate tutte e due su un’altra bocca
o su una fontana, che a essere prudenti non si tocca
ma mi brucia come un vecchio fulminante…
O muori tu, o muoio io
da oggi Roma avrà un altro Dio
io me ne vado via,
io me ne vado via…
Dove chiudendo gli occhi senti i cani abbaiare
dove se apri le orecchie non le chiudi dalla rabbia e lo spavento
ma ragioni giusto seguendo il volo degli uccelli e il loro ritmo lento
dove puoi trovare un Dio nelle mani di un uomo che lavora
e puoi rinunciare a una gioia per una sottile tenerezza
dove puoi nascere e morire con l’odore della neve
dove paga il giusto chi mangia, chi beve e fa l’amore
dove, per Dio! la giornata è ancora fatta di ventiquattr’ore
e puoi uccidere il tuo passato col Dio che ti ha creato
guardando con durezza il loro viso
con la forza di un pugno chiuso e di un sorriso
e correre insieme agli altri ad incontrare il tuo futuro
che oggi è proprio tuo
e non andar più viae non andar più via
e non andar…