Carlo Molaschi nacque il 7 novembre 1886, secondogenito di una famiglia di modeste possibilità, guardiani di un nobile palazzo in piazza San Sepolcro, a Milano. Fisicamente debilitato e di temperamento timido, l’adolescente non ebbe amici se non i pochi libri scolastici che amava leggere tra un servizio e l’altro di apertura del portone padronale. Molaschi ricordò così i suoi giovanili trascorsi:

“Ho cominciato a militare nel campo sovversivo a 15 anni e militai subito con idee anarchiche. Naturalmente a 15 anni non potevo avere un’idea chiara di ciò che è la dottrina di una scuola o di un partito e perciò esordii senza fregiarmi di fronzoli qualificativi. Anche allora, come oggi, vivevo a Milano e perciò assorbivo le idee dell’ambiente. Gli anarchici di Milano erano e sono sempre stati anti-organizzatori ed io seguivo le loro direttive”.

Lo storico Maurizio Antonioli ci ricorda significativamente la testimonianza di un giovane sovversivo dell’epoca, il sindacalista rivoluzionario Filippo Corridoni (1887-1915), il quale rilevava nel 1911 come Milano potesse vantare “la privativa” dell’individualismo anarchico[1]. Nel 1901, Molaschi patì il primo arresto perché in occasione di uno sciopero generale si era recato al Teatro Lirico di Milano a distribuire volantini sovversivi. Venne subito fermato e portato prima in questura e poi al carcere di San Vittore, dove rimase cinque giorni. La polizia da allora non lo perse più di vista. Assunto presso uno stabilimento industriale in qualità di apprendista contabile, mantenne l’impiego per sedici anni. Fu in questi primi anni del secolo che si compì la formazione di Molaschi, si intensificò la sua militanza e, avvicinandosi agli ambienti libertari, iniziò la sua opera di pubblicista. Intorno ai vent’anni egli fece la conoscenza delle idee di Friedrich Nietzsche (1844-1900): “Il nietzschismo (sic) è una malattia della gioventù che ama lo studio; una specie di febbre intellettuale che agguanta e soggioga (…) La frase correva impetuosa, lo stile era perfetto, le idee incalzavano inesorabili, cadevano come pioggia scrosciante”. Il giovane milanese lesse l’intera opera nicciana e l’apparato critico ad esso relativo disponibile a quell’epoca:

“Cercando avidamente il succo della filosofia pagana che cantava la vita, la gioia, la bellezza, il piacere, la forza… Così, pur rimanendo anarchico, divenni nietzschiano e cominciai a guardare al di sotto la folla dei miseri che soffriva, cominciai a costruire la fantastica torre d’avorio dall’alto della quale io avrei dovuto lanciare sulla mandria umana le stille della mia verità. Fu un’ebbrezza spirituale che mi conquistò in pieno. Io non vedevo nessun’altra verità che quella del superuomo, nessun altro progresso se non nel superamento continuo degli Eletti, nessun’altra battaglia se non quella che avrebbe condotto l’uomo a frantumare la Croce di Cristo, il grande assassino dell’umanità. Fu un periodo di vita intellettuale terribilmente intensa”[2].

La nascita in Italia della corrente anarcoindividualista va fatta coincidere con la pubblicazione della rivista Vir, uscita a Firenze tra il luglio del 1907 e il maggio del 1908 ad opera di Giuseppe Monanni, il quale si fece portatore e interprete delle teorie nicciane e stirneriane rielaborate ad uso del movimento e della dottrina anarchiche. Il trasferimento a Milano dalla Toscana dello stesso Monanni e di Leda Rafanelli, sua compagna di allora, e la loro partecipazione alla rivista La Protesta Umana (1906-1909), edita da Ettore Molinari (1867-1926) e da Nella Giacomelli (1873-1949), diede il via nella metropoli lombarda a una progressiva evoluzione di questa corrente, frutto dell’incontro fra diverse tendenze culturali, artistiche, letterarie. Furono infatti i due toscani, esauritasi l’esperienza de La Protesta Umana, ad impegnarsi nella pubblicazione di riviste quali Sciarpa Nera (aprile 1909-agosto 1910), naturale continuazione dell’esperienza di Vir, La Questione Sociale (settembre-ottobre 1909), La Rivolta (gennaio-agosto 1910) e La Libertà (1913-1915).

L’anarco-individualismo italiano che da Vir prese le mosse e che si rifaceva ai nomi di Max Stirner (1806-1856) e Friedrich Nietzsche, che andava focalizzando la sua attenzione sull’uomo più che sulle masse, sulla libertà individuale più che sul riscatto sociale, venne così effondendosi presso le nuove generazioni ribelli nelle quali Carlo Molaschi seppe meglio di altri distinguersi per le sue capacità e la sua fine intelligenza. Quegli anni per Molaschi furono contrassegnati da letture costanti e appassionate, da studi matti e disperatissimi: Arthur Schopenhauer, Oscar Wilde, Henryk Ibsen, Lev Tolstoj, Otto Weininger, vennero in seguito ricordati come gli autori fondamentali per la propria formazione dall’anarchico. Un riferimento inconsueto per l’ambiente libertario, caratterizzato solitamente da un intransigente materialismo ed anticlericalismo, che nei meno preparati culminava in un determinismo e in uno scientismo dozzinale, fu il richiamo molaschiano a Buddha; la tendenza individualista milanese, che venne a far capo a Carlo Molaschi negli anni che precedettero ed immediatamente seguirono la Prima Guerra Mondiale, si ammantò di una paradossale religiosità e poté essere qualificata come spiritualista. Per l’appunto proprio di Spiritualismo Ateo parlerà Molaschi nel periodo in cui egli diede vita alla sua rivista Nichilismo (1920-1921).

“Gotamo Buddha: saggezza serena, pace dell’anima, inesorabilità del destino, religione dolorosa che si sprofonda negli abissi dell’eternità e che s’innalza sulle vette della vita, consapevolezza nella sventura, rassegnazione all’ineluttabilità del Dolore”, scriverà il milanese.

Ma il niccianesimo restava l’influsso più presente nel pensiero del giovane Molaschi, senza ombra di sorta: “Pensavo che l’umanità sarebbe stata incapace a risolvere il problema del mondo. Esso era riservato agli Eletti e solo coloro che sapevano vivere la loro vita avevano diritto ai doni della terra. Gli altri, mandria umana, erano nulla. Il popolo era indegno di sacrificio perché, nato servo, attraverso i secoli ed i millenni, avrebbe sempre portato il suo destino di schiavo”. Lo storico Maurizio Antonioli rileva come “Molaschi era uno dei pochi individualisti italiani che si richiamavano compiutamente al pensiero di Nietzsche (la cui opera completa, nella versione allora conosciuta, sarà pubblicata dalle edizioni di  Giuseppe Monanni)”[3]. Molaschi tuttavia visse quella fase della sua esistenza attraversando profonde crisi di coscienza: “Fra il pensiero e la vita vi era contrasto assoluto: predicavo la crudeltà ed ero pietoso. Pure in fondo all’animo avevo qualcosa. La filosofia di Nietzsche mi aveva avvinto soltanto perché in essa avevo trovato il motivo per sollevarmi dall’amarezza della mia vita. Dopo i vent’anni ebbi periodi terribili. I contrasti d’idee coi miei genitori m’avevano obbligato a lasciare la famiglia; il lavoro quotidiano di impiegato, obbligato alla scrivania del padrone, mi avviliva. Fra il mio Ideale e la realtà della vita vi era tale attrito che mi portava a disperazioni profonde[4].

Su invito di Giuseppe Monanni, il quale aveva intuito le capacità non comuni del Nostro, egli scrisse il suo primo articolo all’interno della rivista del duo Monanni-Rafanelli, La Libertà (1913-1915). Esso si intitolò Il mio anarchismo: sarà il primo di una lunga serie. Secondo il suo amico e compagno d’ideali Ugo Fedeli, questi scritti “denotavano il suo stile scorrevole, brillante, la sua ironia fine ed elegante, le affermazioni audaci, i commenti arguti e mordaci”[5]. Il rapporto umano che Molaschi coltivò con più continuità negli anni dell’anteguerra fu quello con l’avvocato Luigi Molinari (1866-1918), uno dei maggiori esponenti della corrente educazionista dell’anarchismo nonché fondatore della rivista L’Università Popolare (1901-1918) il cui primo numero vide la luce nel febbraio 1901, nel quale egli vide un Maestro ed un essenziale punto di riferimento culturale e politico e di cui si considerò sempre un fedele discepolo. Molaschi collaborò intensamente alla sua rivista e partecipò attivamente dall’agosto 1913 alla progettazione e alla fondazione della sua Scuola Moderna intitolata a Francisco Ferrer y Guardia (1859-1909) curandone l’amministrazione[6]; e saranno queste sue frequentazioni della cosiddetta tendenza educazionista e ferreriana del movimento anarchico che favorirono il suo incontro e il suo legame, prima politico ed in seguito affettivo, con la maestra elementare Maria Rossi (1891-1990).

Nel 1914 scoppiò la Prima Guerra Mondiale. In seguito alla defezione dal campo anti-militarista di numerosi ed importanti anarchici individualisti, dai temperamenti e dai destini più disparati, che corsero ad infoltire le fila dell’interventismo rivoluzionario (tra essi si annoverarono tra gli altri Libero Tancredi alias Massimo Rocca, Oberdan Gigli, Attilio Paolinelli), egli lanciò, durante il periodo della neutralità italiana, un settimanale antimilitarista intitolato Il Ribelle. Esso uscì dal 24 ottobre 1914 al 20 marzo 1915. In realtà venne fondato da Carlo Malighetti, che curò soltanto il primo numero, lasciando poi a Molaschi la redazione[7]. Lo scopo della pubblicazione era quello di salvare la “purezza” dell’ideale individualista compromesso secondo Molaschi dalla cosiddetta “fuga in avanti” di alcuni suoi elementi in vista. Scriveva il sovversivo meneghino nel numero del 16 gennaio 1915:

“Prima che la violenza statale ci obblighi al silenzio, vogliamo gridar forte la nostra rampogna contro la guerra, vogliamo dire il perché noi, individualisti anarchici, non la subiremo inconsciamente. La corrente individualista dell’anarchismo fu troppo avversata in passato, troppe prevenzioni le hanno impedito di affermarsi nel campo del pensiero. Corrente d’idee che è all’avanguardia del progresso e del rinnovamento umano, limite estremo della più estrema utopia. Ma ora che la storia precipita, che un fato orrendo squassa le folle e i popoli, la nostra voce deve squillare più alta che mai contro tutto ciò che è infamia, vigliaccheria, dedizione”.

Egli negò la disponibilità dell’’individuo a cause come quella della patria, della “disgustosa democrazia”, della latinità, in nome dell’Uomo padrone assoluto di sé stesso. Su Il Ribelle del 24 ottobre 1914, nell’articolo La mia neutralità!…, egli declamava riecheggiando Stirner: Ma se dovessi far getto della vita per una causa, sarà per la Mia e non di certo per quella della nazione, o della latinità, o della civiltà, o della borghesia, o del proletariato”. Di fronte alla già ricordata svolta politica che porterà molti individualisti a favore della guerra, Molaschi sentì l’imperioso desiderio di ribadire il proprio antimilitarismo, per mezzo di questo periodico che vivrà cinque mesi prima di cedere alle spire della censura e della repressione e con il quale tentò di fronteggiare, sullo stesso loro terreno milanese, il notevole gruppo degli anarchici interventisti che nello stesso periodo uscirono con il settimanale La Guerra Sociale (febbraio-maggio 1915). In un numero della sua rivista, Molaschi scrisse: “Lontani da noi i mediocri, i falsi, i pavidi. Costoro anche se si dicono anarchici ci sono nemici. Il ribelle non è per gli idioti incapaci di pensare e per il popolino che si trascina indifferente e soddisfatto dal servaggio alla bettola. Il ribelle è per chi guarda con disgusto tutte le brutture della vita corrente e che vuole e sa liberarsi. (…) Con noi i forti! Solo essi potranno seguirci[8]. All’esperienza de Il Ribelle, nell’ora drammatica della guerra, seguì la pubblicazione di Cronaca Libertaria (agosto-novembre 1917) di cui Molaschi fu caporedattore. Nonostante fosse di salute cagionevole, egli subì una diffida amministrativa che annullava il suo esonero dal servizio militare e, al principio del 1918, contro il parere del medico, venne arruolato e dislocato, per le sue malferme condizioni, a Melzo, ed in seguito, per via di fortuite circostanze, egli venne impiegato come contabile della caserma, e quindi allontanato. Ma la drammaticità dell’esperienza vissuta segnarono sia fisicamente che moralmente la già debole fibra di Molaschi “poiché non si dolora soltanto quando si è immersi nel fango delle trincee, si soffre anche quando si è costretti a consumare la propria gioventù nell’inerzia, quando si è costretti a respirare l’aria di un ambiente morale che non risponde alle esigenze del proprio spirito”[9].

È in questo preciso passaggio, sotto le spinte che si sono evidenziate ed analizzate, che in Carlo Molaschi l’individualismo anarchico, così come era stato fino ad allora da lui inteso, si trasformò in anarco-nichilismo; e mentre il suo superomismo nicciano temperato da un indubbio afflato etico e solidaristico si dissolse, una sorta di “pessimismo tragico” (l’espressione è di Maurizio Antonioli) pervase integralmente il pensiero del militante. Da questa temperie culturale ed esistenziale sorgerà l’esperienza di Nichilismo (1920-1921), definita dal suo compilatore come “la più personale delle mie pubblicazioni”, da alcuni ritenuta come il frutto di una crisi ideologica o di una involuzione, in realtà una delle iniziative più atipiche ed affascinanti dell’intero panorama anarchico italiano, non solo del primo dopoguerra. Alla fine del conflitto Molaschi determinò così il suo passaggio dalla fase nicciana a quella nichilista pura, trasformando il proprio sdegno in odio e il proprio superbo isolamento in febbre d’azione, di distruzione, di devastazione e di demolizione. Nell’aprile 1920 egli pubblicò il nuovo giornale, con l’obiettivo specifico, esplicito e mirato di affermare i principi individualisti anarchici nel campo della lotta sociale; resistere alla degenerazione socialista (così sostenne il milanese) del movimento anarchico italiano; tentare di dare vita ad un movimento artistico e letterario improntato da carattere schiettamente anarchico. Nichilismo espresse un orientamento di radicale pessimismo, di negazione assoluta di ogni verità o di ogni speranza. Scriveva nel gennaio 1922 Molaschi:

“Intanto l’individualismo anarchico faceva udire la sua voce disperata, attraverso l’esplosione violenta. Questa era l’istintiva esasperazione che, uscita dal sottosuolo della vita, gridava la sua protesta. Sentivo anch’io la necessità della lotta e comprendevo che il momento era grave, saturo d’avvenimenti, che l’avvenire incalzava, ma non avevo l’idea chiara e precisa di come l’anarchismo avrebbe potuto affrontare la situazione. Il superuomo della mia giovinezza era tramontato e al suo posto era rimasto l’uomo vivo di carne, di nervi, di pensiero, spronato da inesorabile volontà. Crollata la torre d’avorio, era rimasta la vetta ideale che si avventurava nell’azzurro del cielo. Con questo stato d’animo nacque Nichilismo. Era il passato che non si rassegnava a morire, era il presente che spasimava contro la realtà. In questa che fu la mia pubblicazione più personale, esprimevo il dolore ed il tormento, una concezione pessimistica del sacrificio a cui sarebbero state chiamate le masse. Ma nonostante questo scetticismo avvertivo in me un’ansia d’azione, il bisogno di tentare l’opera di educazione e propaganda”.

Nel 1918 l’anarchico lombardo sposò la compagna Maria Rossi. I coniugi si trasferirono in Via Lambrate 44, che diventerà, oltre che la loro abitazione, sede redazionale e politica di Nichilismo prima, di Pagine Libertarie poi. Come abbiamo detto, fin dal primo numero Molaschi si impegnò a sviluppare e a costruire la sua teoria dello Spiritualismo Ateo, caratterizzata da un deciso byronismo e da un titanismo da manuale. Le due polarità dello Spiritualismo Ateo molaschiano possono essere individuate nella coscienza individuale e nel Nulla. La coscienza individuale si spinge fino alle colonne d’Ercole del pensiero e raggiunge la convinzione di come la sua massima e suprema aspirazione sia la libertà: ma si tratta di una libertà non macchiata da compromessi con il Reale, bensì di una libertà pura, incorrotta ed incontaminata, una “libertà autentica ed esaltata nelle profondità dell’Azzurro” come scrive poeticamente Molaschi. Il dissidio romantico tra il Reale e l’Ideale, assunto senza riserve e come punto fermo della concezione dell’anarchico milanese, si rafforza nell’atmosfera di pessimistica sfiducia in cui egli opera; i condizionamenti che il mondo esterno pone al ribelle lo inducono a rinchiudersi in sé stesso nella consapevolezza dolorosa dell’esistenza e nella solitudine del proprio mondo interiore e dei suoi sogni. L’unica forma di riscatto possibile risiede in una concezione eroica e sublime della Rivoluzione, in una lotta tragica contro la Vita, votata alla sconfitta e con la consapevolezza leopardiana che “Tutto è Nulla”.

L’editoriale d’apertura del foglio inaugurale di Nichilismo si intitolò La Vita che passa e si aprì con le parole: “Vorrei che ogni mio commento fosse una fiamma che brucia o uno scherno che stronca!”; l’articolo rifletté l’ansia radicale di “rifondazione palingenetica” che permeava di sé tutti i variegati movimenti rivoluzionari di quel momento, ma la componente spiritualistica vi prevaleva e ne era la cifra privilegiata. Riferendosi all’Estremo Oriente, con una simpatia che significava adesione, egli rammentò “le terre sacre alle dottrine di Buddha”. Dopo aver condannato l’Occidente “terra dell’Ateismo Materialistico”, l’autore così proseguì: “La ridda del dominio si alterna tragica, da scettro a scettro. (…) Oggi è la dittatura d’un re, domani sarà quella d’un proletariato. Epoca dinamica! (…) Si è distrutta l’apparenza delle tirannie per lasciarne la sostanza”[10]. Ma dalla distruzione creatrice teorizzata da Michail Bakunin (1814-1876), Molaschi non faceva discendere l’emancipazione integrale degli uomini, in virtù del suo pessimismo tragico; la distruzione da lui auspicata e desiderata è soltanto un atto di giustizia o meglio di vendetta e per Molaschi essa è fine a sé stessa, è senza scopo ultimo, perché la liberazione autentica dell’uomo dal Dominio e dal Dolore non verrà mai, se non con il sopraggiungere della Morte. Jules Amédée Barbey D’Aurevilly (1808-1889), autore de Le diaboliche (1874), dopo avere letto il romanzo-bibbia del Decadentismo, Controcorrente (1884) di Joris-Karl Huysmans (1848-1907), emise una sentenza tremenda: “Dopo un libro tale non resta altro all’autore che scegliere tra la canna di una pistola e i piedi della croce”. Ed in effetti Huysmans scelse e si convertì alla fede cattolica. Ciò valse in un certo qual modo anche per Molaschi: l’ideologia tragico-pessimistica di Nichilismo conduceva ad un vicolo cieco; anche al nostro autore non restò a questo punto null’altro da fare che convertirsi ad una nuova Fede per poter continuare a vivere come Huysmans. Soltanto, Molaschi anziché alla religione cattolica si rivolse al comunismo anarchico, la posizione allora dominante e maggioritaria all’interno del movimento libertario:

“Il dissidio tra me e gli individualisti s’era reso ormai asprissimo: avevo dato un’interpretazione rivoluzionaria all’occupazione delle fabbriche del 1920, proclamavo che l’anarchico, anche se individualista, doveva scendere fra il popolo per gettare i germi della suprema battaglia. Gli avvenimenti avevano dimostrato che l’umanità aveva fatto un passo avanti e che l’evoluzione, avendo accelerato il ritmo, si avvicinava ad un punto decisivo. Si avveravano le grandi previsioni di Bakunin, si realizzava la grande visione di Reclus, la teoria rivoluzionaria diveniva realtà. Il nascondere queste verità sarebbe stato vano ed assurdo, perché gli avvenimenti avrebbero avuto il potere di imporsi. Allora mi si pararono di fronte tre vie: La prima era di ritirarmi dalla lotta sociale creandomi egoisticamente la mia nicchia in seno o ai margini della società. La seconda era di accettare l’individualismo violento praticato col terrore da alcuni anarchici e che ebbe come esponenti pratici Ravachol, Emile Henry, Jules Bonnot. La terza era di entrare nella battaglia comune con gli altri anarchici italiani e dedicare tutte le mie capacità e tutte le mie energie alla propaganda in mezzo alle masse per tentare di educarle alla libertà e al socialismo e per spronarle verso la loro emancipazione integrale. Questa terza via era chiaramente tracciata nel programma dell’Unione Anarchica Italiana. Sentivo che l’individualismo non sarebbe morto finché vi fossero al mondo ricchi e poveri, gaudenti ed infelici, vincitori e vinti, e che avrebbe segnato sempre la storia con la traccia violenta del suo passaggio e che più la reazione avesse tentato di soffocarlo, più sarebbe risorto implacabile. Ma la sua lotta sarebbe stata sempre vana come vano è tutto ciò che è disperato. Esso spargerebbe il terrore nella borghesia, farebbe tremare le colonne che reggono lo Stato, sarebbe l’incubo dei governi e delle polizie ma all’umanità dolorante non potrebbe recare beneficio alcuno. Perché l’anarchismo non deve essere fine a sé stesso, ma la leva potente che solleva l’umanità verso il bene, deve essere fiaccola che illumina le vie del progresso umano, deve essere fede, speranza, amore: deve essere soprattutto umanità! Allora rimaneva la terza via tracciata dal Programma Anarchico. L’accettai e diedi vita a Pagine Libertarie”[11].

Nel 1921 Molaschi iniziò pertanto la pubblicazione della rivista Pagine Libertarie, per la quale il 15 gennaio 1922 egli  vergò un saggio autobiografico dal titolo Dal Superuomo all’Umanità, nel quale egli chiarì i motivi del proprio superamento dell’individualismo e attaccò “l’egotismo presuntuoso del superuomo”.[12]  Pagine Libertarie uscì dal 16 giugno 1921 al 15 febbraio 1923; vi collaborarono, in varie forme, tutti i rappresentanti principali dell’anarchismo italiano del periodo, da Francesco Saverio Merlino a Luigi Fabbri, da Camillo Berneri a Errico Malatesta. Nel firmarsi, Molaschi fece spesso uso del suo più ricorrente pseudonimo, Charles l’Ermite. A Roma, il 1° gennaio 1924, uscì il primo numero della rivista quindicinale Pensiero e volontà (1924-1926), diretta da Errico Malatesta, che poteva vantare quali principali collaboratori Camillo Berneri, Luigi Fabbri, Carlo Frigerio e anche Carlo Molaschi. La vita di quest’ultimo e della sua consorte Maria Rossi fu, lungo tutto il fascismo, molto tormentata. Nel 1924 Malatesta lo delegò a rappresentare gli anarchici dell’Unione Anarchica Italiana ad una riunione dei partiti politici antifascisti dell’Aventino a Roma. Gli anarchici contrastarono inutilmente l’inerte passività degli aventiniani. Fra il 1923 e il 1926 egli inoltre lavorò all’opuscolo Federalismo e Libertà[13] e collaborò a Vita libertaria-mensile di politica ed arte, pubblicato a Roma, il cui numero inaugurale fu lanciato nel marzo 1925; il giornale fu diretto da Gigi Damiani. La rivista resisterà per quattro numeri. Tra il 1924 e il 1925, in nome della linea, da lui pienamente condivisa ed espressa esaurientemente da Luigi Fabbri (1877-1935), dell’unità sindacale e della cosiddetta “gradualità rivoluzionaria”, Molaschi propose la liquidazione dell’Unione Sindacale Italiana, che di lì a breve fu lo stesso Mussolini a mandare in soffitta con lo scioglimento forzato del 1926 e, analogamente a quanto andavano sostenendo alcuni “anarchici confederali”, caldeggiò la creazione di “gruppi libertari sindacali” all’interno della Confederazione Generale del Lavoro.

Ma nonostante l’abolizione della libertà di stampa e la salute che ormai minava gravemente il suo fisico, in particolar modo i suoi polmoni, Molaschi si gettò a capofitto in una nuova impresa “milanese”: il periodico mensile L’Università Libera-rivista di coltura sociale. Ne fu redattore responsabile per tutta la sua durata che in dieci numeri coprì il periodo che va dal gennaio 1925 al dicembre dello stesso anno. Nel 1926 Molaschi e la Rossi guidarono l’espatrio di Luigi Fabbri, che lasciava l’Italia per non più tornarvi, e della sua famiglia. Alla vigilia dell’ingresso dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, nella notte tra il 9 e il 10 giugno 1940 il lombardo venne arrestato e dopo due settimane passate nel carcere milanese di San Vittore, fu mandato al confino. La nuova destinazione fu Istonio Marittima (oggi Vasto, in provincia di Chieti, in Abruzzo). Al ritorno dal confino i coniugi Molaschi si trasferirono prima a Chiavenna, dove Carlo partecipò direttamente alla resistenza della zona, e poi a Cusano Milanino, dove egli entrò nel CLN clandestino e si impegnò attivamente nella lotta antifascista. Dopo la Liberazione, egli si iscrisse al PSIUP, partecipando attivamente all’amministrazione comunale di questa cittadina alla periferia di Milano, accettando l’assessorato agli Studi per riorganizzare il patronato scolastico. Fu una carica che egli conservò per quasi un decennio impegnandosi in quelle che erano state le sue autentiche passioni oltre alla politica e che probabilmente lo salvarono da un esito incerto, ovvero la cultura e l’educazione[14]. Dopo lunga malattia, Carlo Molaschi si spense a Cusano Milanino il 26 maggio 1953. Maria Rossi Molaschi morì a Milano, novantanovenne, nel febbraio del 1990.

 “L’epilogo della vita di un anarchico è una tragedia o un abisso di dolore. Si scompare fatti a brani dall’odio compresso della dinamite, si muore di tisi su un letto di un ospedale, esauriti in fondo ad un carcere, sfiniti sul marciapiede di una via, tremanti di freddo fra le pareti squallide di un tugurio, affamati sull’orlo di un fossato… E tutto per un gran sogno che non sarà mai!”

(Carlo Molaschi, estratto dalla prefazione a I Grandi Iconoclasti nel pensiero e nell’azione. Scritti postumi di Bruno Filippi, Cooperativa Tipolitografica Fratelli Ciattini, Pistoia 1920)

[1]              Maurizio Antonioli, Pier Carlo Masini, Il sol dell’avvenire. L’anarchismo in Italia dalle origini alla Prima Guerra Mondiale 1871-1918, Biblioteca Franco Serantini Edizioni, Pisa 1999, pagina 70.
[2]              Carlo Molaschi, Dal Superuomo all’Umanità in Pagine Libertarie, anno II, numero 1, 15 gennaio 1922.
[3]              Maurizio Antonioli, Pier Carlo Masini, op. cit., pagina 82.
[4]              Carlo Molaschi, Dal Superuomo all’Umanità, cit.
[5]              Mattia Granata, Lettere d’amore e d’amicizia. La corrispondenza di Leda Rafanelli, Carlo Molaschi e Maria Rossi. Per una lettura dell’anarchismo milanese (1913-1919), Biblioteca Franco Serantini Edizioni, Pisa 2002, Introduzione, pagine 30-31.
[6]              Mattia Granata, op.cit., Introduzione, pagina 31.
[7]              Maurizio Antonioli, Pier Carlo Masini, op.cit., pagina 81.
[8]              Carlo Molaschi, Per chi ci vuol seguire! in Il Ribelle, anno I, numero 8, 6 febbraio 1915.
[9]              Carlo Molaschi, Dal Superuomo all’Umanità, cit.
[10]            Carlo Molaschi, La Vita che passa in Nichilismo, anno I, numero 1, 5-20 aprile 1920.
[11]             Carlo Molaschi, Dal Superuomo all’Umanità, cit.
[12]             Noi (Carlo Molaschi), Da “Nichilismo” a “Pagine Libertarie” in Pagine Libertarie, anno I, numero 1, 16 giugno 1921.
[13]             Carlo Molaschi, Federalismo e Libertà, Biblioteca Franco Serantini Edizioni, Pisa 1991, Introduzione, pagine I-IV.
[14]             Mattia Granata, op. cit., pagina 47.