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Tre Agosto 1966, Hollywood Hills. Un uomo nudo, esanime. È sdraiato ai piedi di un cesso, supino nella sua stessa vergogna. Accanto a lui, una siringa: l’ultima cena di ogni rockstar che si rispetti. Sembrerebbe la solita storia americana, eppure non lo è affatto. Quello riverso sul pavimento non è un tossico qualsiasi. E nemmeno uno di quelli che non ha retto all’abbaglio dei riflettori. É Lenny Bruce. “Non un comico” – semplicemente – “Lenny Bruce”. Ed eccolo lì, quel muso spigoloso con gli occhi scavati, finalmente azzittito, autocensurato. Quel corpo gonfio, abusato dagli eccessi, è ormai carne. Carne da macello, di quella in sconto in qualche discount di periferia. Quel bastardo ha spirato, finalmente. E chissà se almeno in quegl’ultimi istanti, un po’ di strizza gli avrà percorso la schiena. Sembrava non conoscerla, la paura. E di questo gliene diedero atto anche i R.E.M. “Lenny Bruce is not afraid”, cantavano. E chissà se avessero davvero ragione. Ma, in fin dei conti, è meglio pensarla cosi. Romanticamente. Ormai quel corpo è immobile, circondato dai click assordanti delle macchine fotografiche, giunte sin lì solo per accaparrarsi un pezzetto di quella carne scontata al 3×2.

Il ritrovamento del cadavere di Lenny Bruce

Il ritrovamento del cadavere di Lenny Bruce

È un lavoro ossessivo, quello del giornalista. E Lenny lo sapeva bene. In fin dei conti, un cronista chi è, se non qualcuno che arriva sempre dopo, in ritardo. A narrazione conclusa, mai in medias res. È lì solo per tirare le somme. C’è un atteggiamento maniacale in tutto ciò: una spasmodica necessità di raccontare a storia conclusa, sulle soglie dei fatti. Ed è proprio da qui, riscaldati dal tepore degli anni, che si vorrebbe raccontare Lenny Bruce. Un cabarettista che ci vien quasi più facile immaginare con il volto di un magistrale Dustin Hoffman che lo reinterpretò nella pellicola di Bob Fosse (Lenny, 1974). Ignatius Farray disse: “Lenny Bruce è il primo comico nel quale la persona ed il personaggio coincido”. Fu la sua vita, infatti, a delinearne i contorni creativi. Nato a Mineola, come Leonard Alfred Schneider, nel 13 Ottobre 1925 da una famiglia di origini ebraiche. I suoi: un podologo ed una ballerina. Come per ogni buona storia di sovversione, gli equilibri famigliari non furono mai dei migliori. Il divorzio dei suoi, in giovane età, sconquasserà irrimediabilmente l’infanzia del giovane Lenny.

“Ero un bambino molto depresso. Fumavo. (Si scopre l’avambraccio, mostrando un tatuaggio). Vedete questo? Fumavo Marlboro a sei anni, ed è cresciuto fin qui”.

Sballottato senza soluzione di continuità, tra zii e parentame vario. Sino al 1942, anno in cui la sua prorompente personalità inizierà a delineare i contorni di un personaggio, Lenny Bruce. Arruolatosi nel corpo di Marina, il suo nome inizierà a rimbombare, non tanto per i meriti militari, quanto per i suoi esilaranti spettacoli. Dopo aver prestato servizio durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1945 ottenne la radiazione a seguito di uno spettacolo nel quale convinse definitivamente i suoi superiori di avere interessi tutt’altro che mascolini per i tempi. Non fu mai gay, ma forse fu meglio dissimularlo. Non ne poteva più di quegli ambienti. Tornato negli States, mosse i primi passi verso quel sogno che ben presto lo trascinerà nell’incubo della censura. Cominciò sotto lo pseudonimo di Lenny Marsalle, nei locali fumosi di una nevrotica NYC anni Cinquanta. Era sboccato, ma faceva ridere. Ben presto il suo rinnovato nome, Lenny Bruce, svetterà sulle insegne del prestigioso Victory Club di Brooklyn. Nonostante il discreto successo, i soldi non accennavano a vedersi. Era un bastardo, quel Bruce. E probabilmente, quella penuria era tutt’altro che immeritata. Era un puttaniere, in fin dei conti. Solo lì stava a suo agio, tra i profumi nauseanti degli strip-club. Tanto da sposarlo, quell’odoraccio. Honey (miele), così si chiamava la sua donna. La amava, e anche tanto, sebbene ne detestasse il mestiere. Poco ragguardevole, anche per uno sboccato della sua caratura. Quella sua boccaccia che non ebbe mai freno, nemmeno di fronte alle autorità.

-“Agente Ryan, a lei il termine cocksucker, bocchinaro, è familiare, non è vero?”.

-“L’ho sentito adoperare, questo è vero”…

-“Dunque lei ha udito adoperare questo termine in un luogo pubblico come un posto di polizia. Orbene, agente Ryan, non c’è nulla di osceno, in sé e per sé, nella parola cock, uccello, vero?”

Era insopportabile, quel Bruce. Non aveva peli sulla lingua, o meglio ne aveva una per tutti. Negri, froci, ebrei, zingari, italiani. La Chiesa, il cardinale Spellman soprattutto. Quanto ne ebbe a dire di quell’uomo, e quanto caro gli costò. Chissà se ne valesse davvero la pena. Eppure era scorretto, sino all’inverosimile. Ed era proprio questo il suo genio: annullare la parete che divide virtualmente chi sta sul palco e coloro i quali assistono. Lenny Bruce era la stand-up comedy, prima che quest’ultima venisse codificata come tale. Anzi, osando un po’ con la penna, si potrebbe dire che in un suo monologo. Uno tra i più celebri, reinterpretato magistralmente da Dustin Hoffman, egli espose a chiare parole il suo manifesto. In una frase è, infatti, contenuto un microcosmo attraverso il quale è possibile comprendere l’estro di questo comedian:

“È la repressione di una parola quella che le dà la violenza, forza, malvagità”.

Una scena da “Lenny” di Bob Fosse, in cui Lenny Bruce-Dustin Hoffman – doppiato da Gigi Proietti – spiega come secondo lui si possono combattere gli atteggiamenti razzisti

Il carcere, quello sì che lo conobbe bene. Dentro-fuori, dentro-fuori: una costante. La prima volta nel 1961, dopo uno spettacolo al Jazz Workshop di San Francisco. Le accuse, non ci sarebbe nemmeno da dirlo: oscenità.

“Sono sempre accusato di cattivo gusto dal tipo di persone che mangiano in ristoranti con posti riservati”.

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Foto segnaletica di Lenny Bruce in seguito ad uno dei suoi arresti

Nell’arco di pochi anni, la voce di Lenny Bruce risuonava dai palchi, dalle radio e spesso anche sulle testate giornalistiche. Tanto che la sua più grande performance, nella cornice newyorkese del Carnegie Hall, continua tutt’oggi a riecheggiare sulla rete. Come si sa, del resto, la fama corrisponde spesso con l’acuto interesse delle autorità. Soprattutto se il tuo nome è Lenny Bruce. Ben presto le azioni legali erano diventate innumerevoli. Sembrava non ne avesse paura. Fino a quando, dopo mesi di silenzio, riapparve visibilmente provato. Ingrassato, con la barba incolta eppure i suoi monologhi non ne risentirono minimamente. Anzi, si mostrarono in tutta la loro irruenza.

“Quando tradisco mia moglie, glielo dico sempre. Perché sono onesto e ho un’ottima educazione, e non so mentire. Ogni volta che la tradisco, devo dirglielo: perché mi piace ferirla. Mi piace farla star male!”

Era agli sgoccioli, quel Bruce. Le azioni legali non lo avevano ammutolito, anzi sortirono l’effetto contrario. Sembrava un pazzo, senza freni. Fu egli stesso a censurarsi. In quel caldo agosto del ’66, per una sola ed ultima volta.