Unico premio Nobel nella storia del Portogallo, José de Sousa Saramago nasce in una piccolissima frazione del comune di Golegã nel 1922, quattro anni prima del colpo di stato che avrebbe condotto il paese sotto il dispotismo fascista di Antonio Salazar.  Sono anni difficili per la nazione ed in particolare per la famiglia dello scrittore che, costretto ad abbandonare gli studi tecnici, si dedica ad occupazioni precarie di ogni tipo (fabbro, meccanico, disegnatore) prima di divenire direttore di produzione nel campo dell’editoria. Saramago è convinto oppositore della dittatura, ed è costretto a subire la censura di Salazar prima come giornalista poi come autore, con il primo romanzo -presto ripudiato- Terra del peccato. Si iscrive poi clandestinamente al Partito Comunista, riuscendo ripetutamente ad evitare la cattura. Pubblica alcune raccolte di poesia, dedicandosi infine – a partire dalla Rivoluzione dei Garofani (1974)-  interamente alla scrittura di romanzi e alla formazione di un nuovo stile magistrale destinato a segnare inevitabilmente la futura letteratura europea. Ma è solo negli anni novanta che giunge il riconoscimento internazionale per la sua opera, con capolavori quali Cecità, Il vangelo secondo Gesù Cristo e Storia dell’assedio di Lisbona. Nel 1998 l’Accademia Reale delle scienze decide di consegnare il più alto riconoscimento per la letteratura proprio a Saramago “che con parabole sostenute da immaginazione, compassione e ironia ci permette ancora una volta di afferrare una realtà illusoria”, come recita la motivazione ufficiale.

Saramago è stato spesso accusato di antisemitismo per non aver esitato a paragonare gli orrori del massacro palestinese da parte degli israeliani a quelli di Auschwitz, oltre a essere stato al centro di significative polemiche con la chiesa cattolica per aver dichiarato manifestamente il suo ateismo in alcune delle opere più controverse( da alcuni espressamente definite blasfeme) quali Caino e Il vangelo secondo Gesù Cristo. All’esplicito rifiuto della possibile candidatura di quest’ultimo romanzo ad un importante premio letterario europeo, l’autore portoghese risponde con l’esilio volontario alle Canarie, dove morirà tempo dopo per un malore all’età di ottantasette anni. Ma le polemiche del genio eretico investirono anche casa nostra quando, dopo aver più volte criticato dal suo diario virtuale l’attività dell’allora presidente Silvio Berlusconi, l’Einaudi (allora di proprietà dello stesso imprenditore) decise di non pubblicare Il quaderno,  raccolta degli scritti sul suo Blog. La totalità dei diritti editoriali dell’opera di Saramago passerà successivamente alla Feltrinelli.

Tecnicamente la sua produzione è caratterizzata da un uso assolutamente irrituale della punteggiatura, da frasi dalla lunghezza anticonvenzionale e dalla totale assenza di virgolette durante i dialoghi, separati tutt’al più da virgole. Ma è soprattutto nel contenuto e nella sdipanazione del processo narrativo che Saramago mostra la sua geniale invenzione dissidente, allorché ci presenta i personaggi attraverso un’umanità denudata da qualsiasi finzione o ipocrisia letteraria, nelle grandi imprese come nei piccoli gesti, nell’Eden cristiano come nel misterioso e macroscopico “Centro” de La caverna, incarnazione metaforica e straordinaria di una globalizzazione che inghiotte gli individui e la loro humanitas. I romanzi del premio Nobel di Azinhaga offrono una prospettiva immanente di vicende e storie altrimenti narrate con asetticismo biografico o viceversa, attraverso una finzione e una spettacolarizzazione quasi cinematografica. È ciò che avviene, infatti, nell’unica interpretazione (se si trascura “Enemy” tratto da L’Uomo duplicato) su pellicola mai realizzata di una sua opera, Blindness (Cecità), espressamente lontana da quell’ironico ma compassionevole ritratto dell’umanità che rende invece il romanzo di riferimento un capolavoro. La filosofia di Saramago (a tratti Hobbesiana, talvolta espressamente Platonica come ne La caverna) trova spesso origine in un evento o in una situazione inaspettati, e che per questo costringono a riadattare i propri parametri di valutazione e ad acquisire una coscienza disillusa, e purtuttavia leggera e quasi distante da quella stessa concretezza dei fatti in cui precedentemente si era stati calati.

Ed è proprio un apologia del pensiero l’ultimo messaggio lasciato sul suo blog, la mattina della morte.  “Penso che la società di oggi abbia bisogno di filosofia. Filosofia come spazio, luogo, metodo di riflessione, che può anche non avere un obiettivo concreto, come la scienza, che avanza per raggiungere nuovi obiettivi. Ci manca riflessione, abbiamo bisogno del lavoro di pensare, e mi sembra che, senza idee, non andiamo da nessuna parte”.