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Sembra una mattinata come le altre quella del 2 luglio del 1971, eppure nell’aria sembra di poter percepire l’immane sciagura che il fato porta con sé. Gli esili raggi della luce mattutina invadono i vicoli deserti di Rue de Beautreillis, squarciando il velo di nebbia e umidità accumulato nell’aria durante la notte. Un uomo dall’aria distratta e dall’andatura un po’ incerta e barcollante, si aggira per la strada. Incurante di quello che gli accade intorno, imbocca la via che lo condurrà presso il suo appartamento situato al diciassette nel palazzo del Beaux Arts. Sembra uno di quei tanti lupi solitari, amanti della notte che affollano le strade della capitale, i quali, dopo una nottata passata a stordire lo spirito e il corpo, si ricordano di rincasare al mattino. Ma questo qui non è come gli altri, l’abuso di alcol è cagionato, se pur dal mero piacere, dalla crisi creativa in cui naviga ora.

Un labirinto senza uscita in cui sembra essersi smarrito il genio e la creatività di quest’uomo dall’aspetto trasandato. Ma la notte sembra aver riacceso in lui la fiamma dell’immaginazione, i suoi occhi mandano lampi luminosi, sale le scale del palazzo con sicurezza, deciso a cimentarsi con le pagine bianche del taccuino che lo aspettano sulla scrivania. Tuttavia quell’uomo ignora che quella sarebbe stata la sua ultima giornata trascorsa nel mondo dei vivi e che il suo nome, sarebbe passato alla storia come l’ultimo dei poeti maledetti; quell’uomo era James Douglas Morrison. Le idee, i concetti e i giudizi contribuiscono a plasmare la realtà che ci circonda e molto spesso l’uomo è visto da mille occhi diversi, ognuno dei quali si fa un’idea propria di quello che è l’oggetto della visione. Accade così, non di rado, che artisti e scrittori, dallo spirito del tutto autonomo e inconfondibile, siano presentati dai loro simili in mille modi diversi; ognuno guarda lo stesso poeta, lo stesso artista, però né da un’immagine del tutto arbitraria, consegnando alla platea quella che è la sua visione personale.

Noi vediamo con gli occhi degli altri. La nostra non è mai una visione libera e autonoma, ma è sempre filtrata da altri, condizionata da mode, tendenze, correnti letterarie e tanto altro. Ed è proprio questo che è accaduto a Morrison. Giornalisti, scrittori, critici musicali, registi, amanti, ammiratori, amici, tutti quelli che lo conobbero, o ebbero il privilegio d’incrociarne l’esistenza, contribuirono a cucirgli addosso, un’immagine destinata a mutare nel tempo, ad accrescersi, a divenire quasi una seconda pelle per la sua memoria, una maschera fittizia che contribuì a creare quell’alone leggendario che dalla sua morte non ha più abbandonato il Re Lucertola.

Il trailer del film The Doors. A plagiare ulteriormente l’immaginario collettivo ha contribuito in maniera predominante il film realizzato dal regista Oliver Stone il quale porta all’esasperazione l’aspetto nichilista di Morrison, interpretato da Val Kilmer, contribuendo a costruire il mito della rockstar autodistruttiva, assetata di gloria che nulla ha a che fare però con la vera essenza del poeta

L’intera parabola esistenziale di Morrison sembra essere una fulminea apparizione sul palcoscenico della vita, breve ma intensa, come un lampo che appare all’improvviso squarciando il buio della notte e illuminando, per un brevissimo istante, ciò che esso celava. L’unico modo per ricordarlo è alla luce dei fatti in cui maturò la sua produzione artistica, dove il suo animo innocente cercò di farsi carico del disagio della sua generazione, la sua epoca aveva bisogno di modelli, di eroi cui ispirarsi e Morrison diede al suo pubblico ciò di cui esso aveva bisogno; per essi divenne un dio, il Dioniso del Rock. I suoi concerti erano una sorta di cerimonia nella quale l’elemento scenico, la musica e la danza contribuivano all’illusoria astrazione dalla realtà, all’evasione dalla routine della vita. Eppure questo giovane dalla faccia d’angelo era perennemente tormentato dai suoi demoni, diviso tra il razionale e l’irrazionale, tra una brama sfrenata di sperimentare opposta a un grande desiderio di indagare, di penetrare e conoscere quella parte più oscura e profonda dell’animo umano che è l’anima. Occorre perciò ricordare l’uomo prima dell’artista, con i suoi limiti, le sue paure e le sue debolezze.

Jim Morrison in una foto ai tempi del college. Il suo quoziente intellettivo sfiorava la genialità, era ben 149, cosa questa, che gli procurò una menzione d’onore l’ultimo anno di scuola. Quando si diplomò, aveva collezionato nella sua stanza più di mille libri

Jim Morrison in una foto ai tempi del college. Il suo quoziente intellettivo sfiorava la genialità, era ben 149, cosa questa, che gli procurò una menzione d’onore l’ultimo anno di scuola. Quando si diplomò, aveva collezionato nella sua stanza più di mille libri

L’8 dicembre del 1943, a Melbourne, in una fredda giornata d’inverno, venne al mondo il piccolo Jim, primo di tre figli dei coniugi Steve e Clara Morrison. Il padre era l’ammiraglio Steve Morrison. La madre invece si chiamava Clara Clarke molto diversa dal marito per temperamento e carattere. I due si conobbero a Honolulu durante un ballo organizzato dall’accademia. Due anni dopo si sposarono ed ebbero il loro primogenito al quale seguirono una sorellina, Anne e un fratellino, Andy. A causa del lavoro del padre la famiglia Morrison fu costretta a trasferirsi di continuo; numerose furono le residenze abitate e poi abbandonate, i piccoli non facevano in tempo a familiarizzare con l’ambiente, a prendere contatto con le stanze, i mobili, i letti che subito erano costretti a salutarli e a mettere tutto nei bauli, caricarli sul camion e ripetere quello che ormai era divenuto un rituale per tutta la famiglia. A causa di questi continui traslochi il futuro dio del rock ebbe poco tempo per socializzare con gli altri bambini a causa di questo sviluppò un particolare animo solitario.

Quella di Jim non fu proprio un’adolescenza semplice: l’educazione dei piccoli Morrison fu severissima e questo contribuì a inasprire l’animo ribelle del piccolo Jim. I genitori avevano deciso di bandire dal loro metodo educativo le punizioni corporali, che ancora erano in uso al tempo, introducendo un sistema cui si ricorreva spesso nelle accademie militari e consisteva nel “dare una strigliata” per usare il gergo marziale. Si ripeteva migliaia di volte al figlio, sino a provocare il pianto, ciò che aveva commesso, l’infrazione della regola o di un comando dato. Negli anni trascorsi con i nonni, non perse occasione per creare scompiglio; i nonni erano astemi e sapendo ciò, si divertiva a stuzzicarli fino allo sfinimento sostituendo le bottiglie di acqua con quelle di vino. Le marachelle non si limitavano a qualche scherzo innocente; Andy era la vittima preferita dei giochi di Jim. Il fratellino soffriva di asma e non di rado la notte Jim, irritato per il suo russare, gli tappava la bocca con il nastro adesivo. Animo violento quanto esuberante Jim aveva una spiccata propensione per l’esibizionismo, non perdeva occasione per mettersi in mostra e creare disordine.

A volte durante i discorsi con i compagni di corso s’intrometteva all’improvviso blaterando parolacce, altre invece, recitava passi dell’Inferno di Dante. Eppure non mancò mai di generosità verso il prossimo, anche durante la celebrità non rifiutò aiuto a chi gli e ne chiedeva. La natura eccentrica e al tempo stesso geniale, non tardò a manifestarsi; Jim si dimostrò da subito uno studente capace, precoce nell’apprendimento, anche se i suoi voti non erano molto alti perché Jim non voleva che la madre se ne vantasse con le amiche. Frequentò il liceo George Washington e fu subito notato dai suoi insegnati per l’enorme erudizione dimostrata durante i corsi. Deucalion Gregory il suo insegnante d’inglese così lo ricorda durante gli anni di studio:

Jim leggeva più di ogni altro studente della classe. Il suo rendimento era eccellente. Ma le sue letture erano tutte così inconsuete. C’era un altro insegnante che andava alla Library of Congress per controllare se i libri che Jim citava esistessero realmente o se li inventasse. Libri inglesi sulla demonologia del cinquecento e del seicento. Non ne sapevo nulla ma esistevano e sono convinto, da ciò che scriveva, che li leggeva e se li leggeva non potevano che essere alla Library of Congress. Gli altri ragazzi leggevano gli autori presenti sulla nostra antologia, mentre Jim leggeva gli studi di Burton sulla sessualità araba, che non sapevo neppure fossero in circolazione. Leggeva quei libri e ne faceva un uso ammirevole nei suoi compiti scritti”

Amava la pittura e la recitazione drammatica; era sua abitudine, infatti, realizzare per gli amici o per suo diletto, ritratti e illustrazioni, molto spesso creati con gli acquarelli. Tra i pittori preferiti vi era l’olandese De Kooning, di cui riproduceva i nudi, e il pittore Bosch, l’arista olandese che considerava il mondo, un inferno e la vita, un viaggio nell’intestino del Demonio. Tra i suoi molteplici interessi la poesia aveva un posto privilegiato, essa era la sua passione e la sua aspirazione più grande; così trascorreva le ore nella cameretta situata nello scantinato, tra libri, quaderni, taccuini, stampe e volumi più disparati. Le ore trascorrevano veloci tra la lettura di poeti e scrittori della Beat Generation, in particolar modo Jeack Koarok e il suo On the road, modello per magliai di giovani dell’epoca. Le letture non si limitavano di certo ad autori contemporanei, tutt’altro, la fame sfrenata di Jim non conosceva limiti e divorò i testi di Balzac, Molière, Camus, Joyce, Baudelaire, Dante, Yeats, Voltaire e tanti altri. In modo particolare fu rivelatrice la lettura di Rimbaud il grande idolo di Jim; forse più di altri Rimbaud, fu il poeta che lo ispirò e lo portò a cimentarsi direttamente con la scrittura.

Arthur Rimbaud in una vecchia foto. Morrison aveva un rapporto privilegiato con Rimbaud: era il suo mito e il suo maestro di vita. Il brano End the night uscito nel primo album rimanda in parte, per temi e atmosfera, alla poesia di Rimbaud Le pauvre songe

Arthur Rimbaud in una vecchia foto. Morrison aveva un rapporto privilegiato con Rimbaud: era il suo mito e il suo maestro di vita. Il brano End the night uscito nel primo album rimanda in parte, per temi e atmosfera, alla poesia di Rimbaud Le pauvre songe

Da ragazzo aveva letto avidamente gli Ultimi versi, Una stagione all’Inferno, Illuminazione traendo da essi l’insegnamento, arrivando, non solo a identificarsi con il poeta francese, per l’esperienza negativa che ebbe con la famiglia e con la società borghese, ma facendo suo quello che per Rimbaud era un vero e proprio imperativo categorico; il deragliamento dei sensi. Soltanto attraverso lo sconvolgimento dei sensi era possibile al poeta pervenire a una conoscenza verginale. Il poeta doveva raggiungere l’altrove, ma affinché ciò fosse possibile, occorreva percorrere la via dell’eccesso. Scopo sommo del poeta era essere visionario e in tal modo penetrare la parte più oscura e profonda del proprio io. L’eccesso conduce a un livello di conoscenza superiore, più vera e profonda della propria anima. Come la gran parte dei giovani del suo tempo, Jim seguì alla lettera le parole dei poeti e si avviò a percorrere la via dell’eccesso sperimentando illimitatamente ogni cosa, facendo suo l’aforisma di William Black: “La strada dell’eccesso conduce al palazzo della saggezza”. Iniziò a dedicarsi assiduamente alla poesia, scriveva ovunque, alle volte a ritorno da scuola si fiondava in camera e li rimaneva fin quando non ne aveva combinato qualcosa di buono. Riempì quaderni e taccuini, idee e storie prendevano forma nella mente prolifera del giovane sedicenne, le immagini gli balenavano dinanzi agli occhi, a tratti quelle storie quei sentimenti, quelle emozioni, che tentava di tradurre in versi si materializzavano, si concretizzavano nella sua mente.

“Ma una

La più bella di tutte

Danza in un anello di fuoco

E respinge la sfida con un’alzata di spalle”

(Poesia scritta al liceo per la sua ragazza Tandy Martin)

Lentamente però, un altro amore germogliò nell’animo; quello per la macchina da presa. Rimase affascinato, attonito, nel piccolo cinema della sua città, vedendo le immagini che gli passavano dinanzi, ed ecco che gli balenò l’idea che anche la vita stessa fosse un gran film. Sui taccuini che portava sempre con sé, scrive riflessioni, appunta pensieri sul senso profondo che il cinema rappresenta. Anni dopo nella celebre raccolta di poesie The Lords; Notes on Vision scriverà:

“Il film conferisce una sorta di spuria eternità.

 I film hanno un’illusione di atemporalità favorita dalla loro regolare, indomita comparsa.

Il fascino del cinema consiste nella paura della morte esso offre un’illusione d’impermeabilità rispetto al tempo […] una specie di eternità impura”

Sempre più attratto da questo nuovo medium, Jim decise d’iscriversi all’UCLA, l’Università della California a Los Angeles, e di specializzarsi quindi in cinematografia ripudiando quella che era la via della carriera militare proposta dal capitano. Rivelante per la sua crescita, fu l’amicizia che Jim strinse con alcuni ragazzi del corso. Tra questi vi era Dennis Jakob con Jim passava ore a discutere di Nietzsche e della nascita della tragedia greca.

Ammirava Nietzsche per la sua esaltazione dello spirito dionisiaco, fatto di ebbrezza ed eccessi ma, al contempo, il filologo tedesco si poneva in un’ottica antimoderna, contestatore e critico severo del suo tempo, pronto a smascherare la falsa moralità borghese e a profetizzare la distruzione dei vecchi valori

Ammirava Nietzsche per la sua esaltazione dello spirito dionisiaco, fatto di ebbrezza ed eccessi ma, al contempo, il filologo tedesco si poneva in un’ottica antimoderna, contestatore e critico severo del suo tempo, pronto a smascherare la falsa moralità borghese e a profetizzare la distruzione dei vecchi valori

Giovani desiderosi di apprendere si riunivano per le strade del campus parlando e discutendo di cinema, mitologia, alchimia e soprattutto di psicoanalisi. Tra i molti vi era John Debella che meglio dei suoi compagni conosceva autori come Carl Jung e Sigmund Freud. Fu lui, infatti, ad avvicinare Jim alla psicoanalisi. Jim lesse avidamente i libri di Freud ma ben presto se ne discostò per seguire un suo seguace, Sandor Firenczi che trattava la psicoanalisi sul piano strettamente sessuale. Anche Jung lo affascinava per gli studi sull’alchimia ma per il resto lo considerava troppo astratto e poco concreto. Anche Ray Manzarek seguiva all’UCLA ed era in stretti rapporti con Jim. Capitava spesso, infatti, che i due, con Philip O’Leno, passassero ore, seduti, davanti a un proiettore, immergendosi in vere e proprie maratone che a volte superavano le ventiquattro ore. I corti realizzati da Morrison ai tempi dell’UCLA appaino spesso frammentati, disordinati e a volte privi di senso. Rispecchiano in parte l’animo e la natura irrequieta dell’artista. Morrison guardava alla cinepresa come a un occhio, un occhio onniveggente, che sta lì immobile e che registra quanto di più basso e scabroso si compie innanzi a lui. Molti dei suoi corti mostrano bar e bettole di quart’ordine, frequentate da ubriaconi e disperati. Quello che interessava non era tanto la storia in sé, quanto la potenza distruttiva delle immagini, la capacità di evocare un’emozione, uno stato di disgusto o d’angoscia.

Per comprendere al meglio la vita dissoluta di Morrison è opportuno inquadrarla alla luce di quello che fu il suo tempo; gli anni sessanta furono un momento di forte mutamento sociale. Come risposta all’invasione del Vietnam, da parte degli Stati Uniti, nacque il movimento giovanile che sarà noto come Hippy; dagli Usa il movimento dei figli dei fiori si diffonderà in tutto il globo trovando terreno fertile nel vecchio continente. Anche il rock muove timidamente i suoi primi passi nel mondo e il 1965 è un anno davvero prolifero per la musica; nel vecchio continente i Beatles lanciavano il loro Help mentre in America i Rolling Stone dominavano le classifiche con Satisfaction. In questo scenario Los Angeles è una città in continua fermentazione, la controcultura giovanile anima le strade con la musica e cortei di massa. Ovunque nascono complessi rock, numerosi sono, infatti, i giovani che si cimentano nella musica pur non avendone esperienza. L’alcol scorre a fiumi per i vicoli della metropoli e in tutto questo moto rivoluzionario inizia a diffondersi a macchia d’olio l’LSD, una delle droghe più potenti allora conosciute.

La classe borghese aveva ormai raggiunto l’apogeo. Le trasformazioni sociali, infatti, operavano in maniera massiccia al suo smantellamento, ecco dunque che questo clima d’instabilità rendeva difficile dare ai propri figli quei sani valori, tanto cari alla prima. Quei modelli di successo, di aspirazione a una vita sicura e prospera, conquistati con fatica dalla vecchia generazione sono rifiutati e dissipati ora dalla nuova. La gioventù diviene figlia dei fiori, predica pace e amore e va in giro su autobus colorati, ascoltando rock fumando marijuana e spacciando droga. La controcultura sessantottina lascia dietro di sé la carcassa putrida della classe borghese

La classe borghese aveva ormai raggiunto l’apogeo. Le trasformazioni sociali, infatti, operavano in maniera massiccia al suo smantellamento, ecco dunque che questo clima d’instabilità rendeva difficile dare ai propri figli quei sani valori, tanto cari alla prima. Quei modelli di successo, di aspirazione a una vita sicura e prospera, conquistati con fatica dalla vecchia generazione sono rifiutati e dissipati ora dalla nuova. La gioventù diviene figlia dei fiori, predica pace e amore e va in giro su autobus colorati, ascoltando rock fumando marijuana e spacciando droga. La controcultura sessantottina lascia dietro di sé la carcassa putrida della classe borghese

Nel non lontano 1953, Aldus Huxley iniziò a sperimentare le droghe psichedeliche, aveva ingerito un bicchiere d’acqua contenete cristalli di mescalina, una sostanza estratta dal peyote. L’effetto fu sorprendente e Huxley lo definì come: “Ciò che Adamo aveva visto la mattina della creazione”. Il piccolo esperimento fu poi raccolto nel breve saggio da titolo Le porte della percezione. Ignorato nel suo tempo, questo libricino, sarà il vademecum per la gioventù sessantottina. Jim lo lesse più di una volta rimanendo folgorato da ciò che Huxley era riuscito a sperimentare. Già ai tempi dell’UCLA, Jim aveva avuto grossa esperienza con l’alcol, molte, infatti, sono le notti che egli trascorse ubriaco camminando sui cornicioni degli edifici del campus. Provò tutto ciò che era possibile sperimentare a un giovane degli anni 60 e l’LSD non poteva di certo mancare. Tra i numerosi viaggi psichedelici merita menzione quello avvenuto durante una scampagnata nel deserto con Felix e Philip.  Decisero di percorrere il deserto dell’Arizona e lì in qualche vecchia rovina, assumere l’acido e proseguire per il Messico. Il viaggio, iniziato con la vecchia auto, proseguì a piedi e durante il cammino, i tre assunsero l’acido. L’avventura non ebbe un esito positivo, Jim e Felix erano strafatti di LSD e dopo poco, tornarono indietro, lasciando Philip che proseguì per il Messico. Nonostante il viaggio fosse risultato infruttuoso, non lo fu per il suo spirito; i giorni trascorsi lì, l’esperienza e le emozioni provate riemersero anni dopo nelle poesie:

Adesso che tu hai preso il volo

in solitudine

esplorare il deserto

e mi hai lasciato in solitudine

Adesso che tu hai preso il volo

O hai vagabondato via

(Tratto da; Poesie inedite. Deserto)

Il rapporto con la famiglia sbiadì con l’incedere degli anni. Il suo comportamento mal si addiceva al figlio di un ufficiale. I due infatti erano troppo distanti e diversi per comprendersi; Steve era un padre severo ed esigente e non poteva tollerare quel capellone, sporco con la giacca logora e i Levi’s bucati. Jim avvertì sempre il padre distante da lui, come qualcosa d’inaccessibile, seppur non lo dicesse mai esplicitamente, soffriva, giacché egli non era presente nella sua vita, accecato dalla carriera com’era, né tantomeno si preoccupò di stargli vicino nell’adolescenza.

I Morrison erano la classica famiglia americana che si era conquistata una posizione nell’alta borghesia. A nulla valsero i tentativi dei genitori per cercare di far rigar dritto Jim. Egli era figlio della controcultura e imparò a odiare quel mondo e a ripudiare il padre come modello per l’avvenire

I Morrison erano la classica famiglia americana che si era conquistata una posizione nell’alta borghesia. A nulla valsero i tentativi dei genitori per cercare di far rigar dritto Jim. Egli era figlio della controcultura e imparò a odiare quel mondo e a ripudiare il padre come modello per l’avvenire

Nel 1965 Jim troncò definitivamente il legame con la famiglia. Trascorse mesi da eremita senza vedere nessuno, vivendo sul tetto di un condominio nei pressi della spiaggia, passando la gran parte del tempo viaggiando nello spirito tra poesie, trip di acidi, marijuana e alcol. Nell’estate del 1965 avvenne l’incontro ormai passato alla storia con il suo vecchio amico Ray Manzarek; Jim lesse Moonlight Drive e Ray ne rimase così colpito che lo convinse a mettere su una band. Ray fu molto arguto nell’intuire che la poesia di Jim aveva un potenziale enorme perché era flessibile, cioè si prestava a una lettura dal vivo, ma al tempo stesso poteva essere accostata a una base sonora ed essere trasformate in musica. Jim di certo non era un musicista ma si accostò alla musica spinto dall’ondata culturale del suo tempo.

“Avanti nuotiamo fino alla luna

Saliamo attraverso la corrente

Tu mi tendi la mano e vuoi un abbraccio

Ma io non posso essere la tua guida.

Piano, io ti amo

E ti guardo scivolare

Cadendo attraverso foreste bagnate

Nel nostro giro al chiaro di luna, piccola

Guida al chiaro della luce lunare”

(Moonlight Driv. Album; Strange Days 1967)

Più tardi lo stesso Jim ammise che nel suo fantasticare, mentre dava sfogo alla penna aveva avuto una specie di visione, nella sua mente aveva preso vita l’immagine di un grande concerto rock, dove il complesso si esibiva dinanzi ad un pubblico numeroso che si abbandonava al ritmo frenetico della melodia:

“Ma poi ho sentito un intero concerto rock nella mia testa con un complesso che cantava e il pubblico – un grosso pubblico. Quando ho scritto quelle prime cinque o sei canzoni stavo solo prendendo appunti del fantastico concerto rock che si svolgeva nella mia testa. E una volta scritte le canzoni dovevo anche cantarle”

Il nome del complesso fu scelto da Jim il quale s’ispirò alla frase di William Black: “Se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito”. Tali parole, dense di sapienza e autorevolezza ispirarono il giovane sciamano del rock il quale volle perseguire l’idea di porsi a metà strada, una porta nel mezzo, tra ciò che è noto e ciò che è ignoto. Nacquero i Doors: Ray alla tastiera, Robby Krieger alla chitarra, John Desmore alle percussioni. Jim conta i testi. Si esercitano per mesi a casa di Ray per lo più provando e scrivendo testi nuovi da aggiungere a quelli di Jim. Si esibirono in locali e piccoli club come il London Fog, per Jim il palco si rivelò un’esperienza traumatica. I primi concerti, infatti, Jim pur di non affrontare il pubblico cantava di spalle. Con il tempo però diventa sempre più padrone del palco e iniziò a cimentarsi in vere e proprie esibizioni, lanciandosi in danze sfrenate, cantando di sesso, visioni e trip allucinogeni. Durante uno di questi concerti al Whisky a Go-Go la bad catturò l’attenzione di Jac Holzman il presidente di una piccola casa discografica, l’Elektra Records.

Se in un primo istante Holzman non rimase colpito dal gruppo, ebbe modo in seguito di ricredersi; rimase molto colpito dalle performance dei Doors ma al tempo stesso esitava a scritturarli per via dello stile musicale e soprattutto per l’utilizzo che Manzarek faceva della tastiera. La svolta e l’arrivo al contratto furono merito del produttore Paul Rothchild. Non solo intuì immediatamente il potenziale della band, il loro modo innovativo di fondere blues e jazz in un suono dall’anima vergine ma ciò che più di ogni altra cosa lo entusiasmò, la sera che li vide suonare, fu l’esibizione sul palco di Jim, riusciva a unire il carisma di Elvis Presley e il fascino di James Dean. Lo colpì il suo modo di immedesimarsi nei testi, di cantarli come se li stesse realmente vivendo, una fusione senza precedenti che durante lo spettacolo lo trasportava completamente. Il 24 agosto del 1966 i Doors entrarono nella sala di registrazione e l’anno successivo uscì il loro primo album dal titolo omonimo; The Doors.

La cover del primo Lp che porta come titolo il nome della band. L’album fu giudicato dalla critica come un vero e proprio capolavoro e fu secondo nella classifica Billboard, solo a Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Clud Band dei Beatles

La cover del primo Lp che porta come titolo il nome della band. L’album fu giudicato dalla critica come un vero e proprio capolavoro e fu secondo nella classifica Billboard, solo a Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Clud Band dei Beatles

È l’inizio del successo; brani come Break on througt, The end e Light My Fire scalarono rapidamente le vette delle classifiche. I testi sono potenti, evocativi, oscuri e al tempo stesso densi di nostalgici sentimenti romantici.

“La musica è la vostra amica speciale

Danzate sul fuoco come essa vuole

La musica è l’amica che vi rimane

Fino alla fine”

(When the music’over. Strange Days)

Jim abbandonò momentaneamente la strada della poesia e si concentrò sulla musica, provando a condensare nei testi quella che è la sua concezione del mondo e della vita. Tutte quelle letture fatte nel periodo adolescenziale, sopite nell’animo irrequieto, trovano ora libero sfogo ed emergono trasformate sotto forma di musica; i testi scritti sono un vero e proprio agglomerato di poesia e filosofia, tragedia greca e poesia beat si fondono tra loro e il risultato è qualcosa di unico. Morrison come un sapiente alchimista, sfrutta le sue innumerevoli capacità, caratterizzando i testi con un linguaggio esoterico, scarno, criptico, a tratti oscuro e al tempo stesso delineato da un ritmo veloce e ripetitivo quasi assillante.

“Ora la notte arriva con la sua legione viola

Ritirati ora nelle tue tende e nei tuoi sogni

Domani entriamo nella mia città natale

Voglio essere pronto”

(The Celebration of King LizardAbsolutely live)

Uno dei brani più celebri, e forse, il più noto al gran pubblico è The end.  Morrison concepì questo brano come una sorta di ballata;

“This is the end, beautiful friend

This is the end, my only friend

The end of our elaborate plans

The end of everything that stands

The end”

(The end. The Doors)

Il testo racchiude in sé un forte potere distruttivo, un’autoconsapevolezza innata, velata nel flusso delle parole. Leggendo criticamente il testo e indagando filologicamente le parole è possibile scovare, nascoste tra le righe, la presenza dell’esperienza visionaria di William Black, il decadentismo malinconico e oscuro del celebre E. A. Poe e un implicito riferimento all’esaltazione nichilista di F. Nietzsche. Il testo inoltre è costellato di passaggi che rimandano al mondo alla tragedia greca in modo particolare all’Edipo re di Sofocle. Famosa a tal proposito è l’ultima rappresentazione avvenuta sul palco del Whisky a Go-Go, che costò al gruppo il licenziamento. Nel mezzo dell’esibizione, Jim introdusse una parte parlata che culminava in tal modo:

“Father yes son?

I want to kill you.

Mother, I want to….

Fuck you all night long”

Per il pubblico fu un vero shock: Le go-go-girls nelle cabine di vetro rimasero immobili (cosa che accadeva spesso, visto che non era facile ballare con i Doors). Il pubblico era ipnotizzato. E a uno dei proprietari del locale, Phil Tanzini, quasi scoppiò un vaso sanguigno del collo. La coscienza medita, riflette sul senso profondo del suo esistere e raggiunto lo scopo si prende consapevolezza che ogni cosa è vana, la vita stessa dell’uomo altro non è che un esserci per la morte. È alla morte, infatti, che il poeta volge il suo sguardo, la cerca, la chiama, la desidera, la invoca e si rivolge a essa con l’appellativo affettivo di amica, l’unica amica quasi sembra volesse esorcizzare la paura che provoca. Si nasce soli e si muore soli questa è l’unica certezza e tuttavia questo senso di disagio, d’angoscia per la solitudine sperimentata non getta il poeta in un mare di oscurità senza luce, tutt’altro, conferisce la spinta, la forza per far emergere l’io più vero, il sé che si auto afferma nel mondo. Questa è la consapevolezza nella quale The end prende vita.

Jim Morrison, accasciato a terra, durante un concerto dei The Doors

Jim Morrison, accasciato a terra, durante un concerto dei The Doors

Molto spesso, nel corso d’interviste o conversando con alcuni intimi amici, Jim mostrava un interesse quasi ossessivo per il sesso. Quello che in qualche modo, nel rapporto carnale, lo interessava più di ogni altra cosa era lorgasmo; lo definiva un momento d’estasi, quasi sacrale se compreso a fondo. L’orgasmo sta nel mezzo, ha vita breve, dura circa un soffio di secondi e poi sparisce. Questo momento di transizione a Jim ricordava tanto il momento del trapasso quando si è sospesi tra la vita e la morte, in bilico nella terra di nessuno. A tal proposito, uno degli episodi più importanti secondo Morrison, avvenuto alla tenera età di quattro anni, mostra chiaramente come l’esperienza della morte lo segnò profondamente:

“La prima volta in cui ho scoperto la morte… io, mia madre, mio padre, mia nonna e mio nonno stavamo viaggiando in auto attraverso il deserto all’alba. Un camion carico d’indiani Navahos aveva sbattuto contro un’altra auto o qualcos’altro; c’erano indiani insanguinati che stavano morendo sparsi per tutta la strada. Ero solo un bambino e per questo dovetti rimanere in macchina mentre mio padre e mio nonno scesero a guardare. Tutto ciò che vidi su una divertente vernice rossa e della gente distesa attorno, ma sapevo cosa stava succedendo, perché riuscivo a sentire i fremiti delle persone intorno a me, e all’improvviso capii che loro non sapevano più di me cosa stava accadendo. Quella fu la prima volta che ebbi paura… ed ebbi la sensazione, in quel momento, che le anime di quegli indiani morti – forse una o due di esse – stavano correndo intorno, ed entravano nella mia anima, e io ero come una spugna, pronto a sedermi là e assorbire”

Le anime di quegli indiani penetrarono nella sua e si manifestarono nelle danze rituali intraprese da Morrison durante i concerti. Per Morrison salire sul palco era come apprestarsi a varcare la rampa che conduce al palcoscenico in teatro. Era come se, al momento di varcare la soglia, Jim entrasse in una zona sacra e in quell’istante prendeva vita la metamorfosi. La scena, dall’atmosfera surreale, accompagnata dal suono della testiera di Rey, si animava e pian piano prendeva il via una danza lente e modulata che Jim accostava alla musica. Le danze improvvisate ricordano quelle degli sciamani delle tribù indiane e al tempo stesso le danze di Dioniso.

Dioniso era un giovane dio dall’aspetto ammaliante, dai lunghi capelli che radunava intorno a sé seguaci di ogni età e di ogni tempo. È il dio dell’ebbrezza, della sregolatezza, esaltava l’istinto primordiale dell’uomo liberandolo da ogni limite e da ogni paura. Si aggirava per le città avvolto in pelli di animali, circondato da uno stuolo di donne e inneggiava alla musica e al canto; gli adepti che prendevano parte al culto erano immersi in un’esperienza unica; uomini e donne uniti come un’anima sola in musica e danze, si abbandonavano a canti sfrenati, al chiasso, alle orge, all’allegria e all’ebbrezza; lì, in quel luogo, si perdeva il proprio io e si rinasceva come parte del gruppo

Dioniso era un giovane dio dall’aspetto ammaliante, dai lunghi capelli che radunava intorno a sé seguaci di ogni età e di ogni tempo. È il dio dell’ebbrezza, della sregolatezza, esaltava l’istinto primordiale dell’uomo liberandolo da ogni limite e da ogni paura. Si aggirava per le città avvolto in pelli di animali, circondato da uno stuolo di donne e inneggiava alla musica e al canto; gli adepti che prendevano parte al culto erano immersi in un’esperienza unica; uomini e donne uniti come un’anima sola in musica e danze, si abbandonavano a canti sfrenati, al chiasso, alle orge, all’allegria e all’ebbrezza; lì, in quel luogo, si perdeva il proprio io e si rinasceva come parte del gruppo

Questa era l’idea che aveva Morrison; vedeva nel rock il degno figlio della tragedia greca.

A volte mi piace guardare la storia del rock’n’roll come l’origine della tragedia greca, che iniziò su un’aia nelle stagioni cruciali e all’inizio era un gruppo di fedeli che ballavano e cantavano. Poi, un giorno, un indemoniato balzò fuori dalla folla e cominciò a imitare il dio

È quest’idea che si ripete come un rito sul palco; lo spirito primitivo varca la scena con indosso i suoi pantaloni di pelle di serpente. Diventava fiero, arrogante, sicuro come un Dio; il volto angelico, assumeva un’espressione minacciosa, gli occhi diventavano vitrei. I movimenti ondulati delle braccia, i fremiti del corpo, si trasformano in gesti spasmodici, a tratti apoplettici, la sua non era una danza elegante ma contrassegnata da saltelli, scatti di testa, giravolte, a volte scimmiottava la camminata dell’ubriaco muovendosi in maniera sconnessa e agitando all’indietro i folti capelli.

Jim Morrison si esibisce in alcune danze durante il concerto tenuto nel 1968 ad Hollywood

La voce s’interrompeva in brevi spasmi, diventava aspra, rauca, penetrante e profonda trasformandosi pian piano in suoni animaleschi, in urli da ossesso fino a prendere forma di latrati e grida. Tutto questo si consuma dinanzi agli spettatori attoniti e al tempo stesso eccitati, euforici, figli di un unico momento e partecipi del rito. Jim riusciva a fondere, in maniera conscia o inconscia, due anime diverse, quella tragica greca e quell’indiana; Dioniso e lo sciamano si sincretizzano in armonia e rinascono come un unico essere. Così lo ricorda Il fotografo Frank Lisciandro nel suo libro Diario fotografico:

“Si muoveva come un indiano d’America in una danza rituale. Sul palco, Jim, diventava lo sciamano. Nel corso dell’esibizione, come un festante dionisiaco, cantava dei miti moderni, e come uno sciamano evocava un panico sessuale per rendere significative le parole di questi miti. Agiva come se un concerto fosse un rito, una cerimonia, una seduta spiritica, e lui era lo strumento per la comunicazione con il sovrannaturale. Tentava di strappare gli spettatori dai loro porsi a sedere, dai loro ruoli, dalle loro menti, così che potessero vedere l’altro lato della realtà, anche solo per una breve occhiata. Il suo messaggio era: apriti un varco comunque ti sia possibile ma fallo adesso. Spesso il messaggio era sfocato e così si perdeva tra la musica, i miti, la magia e la follia”

Numerose furono le donne che attraversarono l’esistenza di Morrison, molte, non ne condivisero solo il letto o le orge sfrenate a base di acidi e marijuana, ma divennero intime amiche, confidenti nelle quali Jim trovava un animo disposto ad accogliere paure e timori. Ma una sola fu la sua compagna per la vita, Pamela Courson, la rossa dallo sguardo dolce e dalla pelle bianca. Insieme condivisero tutto; molte furono le notti nelle quali i due, dopo una serata trascorsa a vagabondare, si appartavano sulla spiaggia e Jim le dedicava i suoi versi. In breve Pamela fu immersa nella vita caotica di Jim. Durante l’estate del 1966 i due convivevano e l’entusiasmo dei primi tempi lasciò il posto al malumore e a continui contrasti.

Jim e Pamela, seduti in un bar parigino, in una delle ultime foto scattate da Alain Ronay. Pamela Courson era figlia di un preside di scuola superiore di Orange County, incontrò Morrison casualmente sulle dorate spiagge di Vineci e da quell’istante i due non si lasciarono più. Pamela era affascinata e al contempo spaventata dalla vita degli hippy, non aveva mai provato droghe e Jim la iniziò al suo modo di poesie e allucinogeni

Jim e Pamela, seduti in un bar parigino, in una delle ultime foto scattate da Alain Ronay. Pamela Courson era figlia di un preside di scuola superiore di Orange County, incontrò Morrison casualmente sulle dorate spiagge di Vineci e da quell’istante i due non si lasciarono più. Pamela era affascinata e al contempo spaventata dalla vita degli hippy, non aveva mai provato droghe e Jim la iniziò al suo modo di poesie e allucinogeni

Fu una relazione complessa, travagliata e a tratti sofferta, costellata di scenate di gelosia causate dai numerosi tradimenti di Jim. Gli attimi di delirio erano aggravati dall’uso che entrambi facevano delle droghe. Ciononostante lui le fu sempre accanto, erano a suo giudizio, due anime affini destinate a stare insieme, sposi cosmici come amava definire il loro legame.

Tra le numerose relazioni che Morrison ebbe al di fuori di Pamela, vi fu quella con Patricia Kennealy la caporedattrice di Jazz & Pop. I due si erano conosciuti durante un concerto dei Doors al Madison Square Garden e tra loro ci fu subito intesa. I due si sposarono con una cerimonia Wicca alla presenza di una sacerdotessa. Tuttavia Jim aveva preso il matrimonio, secondo il rito Wicca, come un gioco e in breve riprese com’era suo solito ad avere relazioni con altre donne. Patricia rimase incinta ma Morrison, non era intenzionato a fare il padre, così fu costretta ad abortire

Tra le numerose relazioni che Morrison ebbe al di fuori di Pamela, vi fu quella con Patricia Kennealy la caporedattrice di Jazz & Pop. I due si erano conosciuti durante un concerto dei Doors al Madison Square Garden e tra loro ci fu subito intesa. I due si sposarono con una cerimonia Wicca alla presenza di una sacerdotessa. Tuttavia Jim aveva preso il matrimonio, secondo il rito Wicca, come un gioco e in breve riprese com’era suo solito ad avere relazioni con altre donne. Patricia rimase incinta ma Morrison, non era intenzionato a fare il padre, così fu costretta ad abortire

Il 1° marzo del 1969, a Miami, Jim realizzò una delle più grandi performance della sua carriera, la quale segnò al contempo la sua fine e quella dei Doors. Durante lo spettacolo Jim, com’era suo solito, iniziò a interagire con il pubblico mentre la band gli faceva da supporto con il suono. Ma nessuno poteva prevedere le sue intenzioni quella sera. Era ubriaco fradicio, sul palco barcollava, non riusciva a cantare; attaccò Back Door Man ma non la portò a termine e lo stesso si ripeté per Five To One, improvvisamente iniziò a insultare il pubblico con ingiurie e frasi di ogni sorta.

“Per quanto pensate che possa durare? Per quanto lascerete che vi si diano ordini? Per quanto? Forse vi piace. Forse vi piace essere comandati! Forse amate esserlo. Forse vi piace farvi ficcare la faccia nella merda? Forse vi piace farvi manovrare? Vi piace vero, se che vi piace. Siete un branco di schiavi. Un branco di schiavi. Siete tutti degli schiavi”

Il delirio proseguì, ma nessuno ebbe il coraggio di fermare Morrison che improvvisamente gridò:

Volete che ve lo faccia vedere? D’accordo allora ve lo faccio vedere!”

Bastò questo per scatenare il pubblico e improvvisamente fu il caos, il concerto degenerò prendendo le pieghe di una sommossa. Fu sospeso immediatamente e Jim arrestato con l’accusa di aver mostrato in pubblico i genitali e aver scatenato disordini. Le accuse di atti osceni in luogo pubblico non furono mai dimostrate effettivamente per mancanza di prove ma fu condannato per atti minori come oltraggio alla morale e al buon costume. Il processo fu lungo e intanto i rapporti con gli altri membri della band s’incrinarono. Per colpa delle stravaganze di Jim, ai Doors fu preclusa qualsiasi esibizione. Solo l’anno successivo ai Doors fu possibile riprendere i tour.

Jim in una scena del film Hey, scritto e realizzato insieme a Frank Lisciandro

Jim in una scena del film Hwy, scritto e realizzato insieme a Frank Lisciandro

Il suo folle stile di vita, all’insegna di sesso, droga e rock’n’roll, lo trascinò in breve tempo in un baratro senza ritorno. Jim iniziò ad avere la nausea del successo e nulla sembrava entusiasmarlo come i primi tempi. Esibirsi era diventato come recitare. La fama sembra ormai gravargli addosso come un’ombra che non abbandona mai l’oggetto che la proietta; la fiamma della creatività si è affievolita nell’animo e quel mondo ormai non gli appartiene più. Guarda a sé stesso e si scopre diverso da come lo vede il resto del mondo. Dirà più volte:

“Penso a me stesso come a un essere umano intelligente e sensibile, ma con l’anima di un pagliaccio, che mi costringe a distruggere tutto nel momento più importante”

La disillusione e l’amarezza, emerge in uno degli ultimi lavori con i Doors L. A. Woman in modo particolare in Riders on the storm, brano inquietante, nel quale, la musica si fa più cupa, il testo oscuro, denso di mistero e orrore, lascia intendere il presagio di una fine imminente.

I Doors in studio durante le prove di registrazione di L.A. Woman

I Doors in studio durante le prove di registrazione di L.A. Woman

Avvertendo il fallimento artistico ed esistenziale, quest’angelo decaduto si riavvicinò alla poesia cercando in tal modo di intraprendere una strada nuova, più libera e autentica di quella percorsa in precedenza. Si fece crescere una barba folta e appariscente e in molti videro in ciò il suo desiderio di disfarsi della sua immagine di idolo del rock assumendo un look da poeta di strada. E sembrava più che intenzionato a farlo. L’idea di realizzare una raccolta di poesie non aveva ma abbandonato i suoi pensieri. Pubblicò la prima raccolta con il titolo An American Prayer e in seguito I Signori e Le nuove creature, opere queste, che segnano il ritorno all’attività poetica.

Jim ne fa stampare un numero limitato di copie a proprie spese. Firmò il testo con il suo vero nome James Douglas Morrison per sottolineare la distanza da quello che orami era diventato il suo alter ego. L’editore Simon & Schuster lo ripubblicò in un'unica versione dal titolo The Lords and New Creatures. Il testo del 1970 presenta però il nome di Jim Morrison e non James Douglas Morrison come desiderava l’autore

Jim ne fa stampare un numero limitato di copie a proprie spese. Firmò il testo con il suo vero nome James Douglas Morrison per sottolineare la distanza da quello che orami era diventato il suo alter ego. L’editore Simon & Schuster lo ripubblicò in un’unica versione dal titolo The Lords and New Creatures. Il testo del 1970 presenta però il nome di Jim Morrison e non James Douglas Morrison come desiderava l’autore

Ne I Signori la poesia oscilla tra verso e aforisma; i versi sono frammentari, a tratti ermetici e oscuri, velati da un alone di mistero che serpeggia incontrastato tra le pagine. Tema centrale del componimento è una lucida riflessione, espressa in versi, sul cinema e sul potere che esso detiene. Lo sguardo ha in sé una forza strabiliante; l’occhio è un’arma potente ed è creatrice di universi e mondi illimitati che si animano e vivono nella nostra mente. Nel testo emerge quella sensazione d’impotenza che gli individui provano nell’affrontare la realtà. È lo stesso Jim a spiegarlo in un’intervista:

“La raccolta The Lords riguarda principalmente le sensazioni d’impotenza e di abbandono che provano le persone di fronte alla realtà. Non hanno un reale controllo sulle proprie vite. C’è qualcuno che li controlla. La fonte di controllo più vicina che abbiamo mai avuto è l’apparecchio televisivo. Nel creare questa idea dei Signori c’è anche lo stimolo a cambiare sé stessi. Ora, per me, i Signori, significano qualcosa di completamente diverso. È praticamente l’opposto. I signori sono una razza romantica di persone che hanno trovato un modo di controllare il loro ambiente e le loro vite. Sono qualcosa di diverso dalle altre persone”

Dopo alcuni film realizzati in patria, tra cui HWY: An American Pastoral e il documentario Feast to Friends, Jim realizzò un ultimo ambizioso progetto: registrò, in uno studio noleggiato a proprie spese, alcune poesie scritte in quegli anni. Lo scopo era quello d’inciderle sul vinile ma il progetto non si realizzò e quei nastri furono ripresi in seguito dai Doors che realizzarono un accompagnamento sonoro. Il disco uscì nel 1978 con il titolo di An American Prayer. Su suggerimento di Pamela decise di recarsi a Parigi, desideroso di troncare con il passato e iniziare una vita da scrittore. Il 12 marzo del 1971 arrivò a Parigi e subito se ne innamorò. Visitò assiduamente i posti che un tempo, ospitarono i suoi miti letterari; per brevi attimi, visse momenti di estasi, di pura gioia. Faceva lunghe passeggiate nei pressi della Senna e trascorreva ore, seduto sulle panchine a Place de Vosges.

“Quando ripenso alla mia vita passata vedo cartoline, istantanee sgualcite, immagini scolorite dal tempo che più non ricordo”

La ripresa è solo apparente; il corpo ormai martoriato, non dà segni di miglioramento, ha 27 anni ma ha l’aspetto di un vecchio in sovrappeso di 20 chili. Beve e fuma molto e questo gli causa continue crisi respiratorie. I modi signorili ed eleganti che egli aveva sparivano durante i momenti di ubriachezza. Di giorno è lì curvo sulla sua scrivania ma a parte qualche scarabocchio nulla sembra venire fuori. Molti degli scritti saranno poi pubblicati postumi nella raccolta Tempesta elettrica tuttavia sono per lo più testi frammentari, che necessitavano ancora di rifinitura da parte del poeta. Un senso di vuoto e di tristezza assillano la sua mente; si ritrova completamente solo, stringe amicizie fugaci con spacciatori ed eroinomani per sconfiggere la noia e la solitudine. La stessa Pamela era diventata una eroinomane.

Jim aveva tentato più volte di farla rinunciare all’uso dell’eroina, numerosi erano i litigi e le scenate che vedeva coinvolti continuamente i due amanti. Pamela dopo promesse e giuramenti desiste ma, una volta in Europa, ricomincia a bucarsi. A Parigi conobbe il nobile Jean de Breteuil che definiva un vero reale francese: de Breteuil introduce Pamela nel suo club frequentato da ricchi eccentrici, annoiati dalla routine e con la dipendenza da eroina. Jim si ritrova a dover continuamente elargire somme per permettere a Pamela di acquistare la devastante droga

Jim aveva tentato più volte di farla rinunciare all’uso dell’eroina, numerosi erano i litigi e le scenate che vedeva coinvolti continuamente i due amanti. Pamela dopo promesse e giuramenti desiste ma, una volta in Europa, ricomincia a bucarsi. A Parigi conobbe il nobile Jean de Breteuil che definiva un vero reale francese: de Breteuil introduce Pamela nel suo club frequentato da ricchi eccentrici, annoiati dalla routine e con la dipendenza da eroina. Jim si ritrova a dover continuamente elargire somme per permettere a Pamela di acquistare la devastante droga

Le notti si alternano tra l’Alcazar e il Rock’n’Rooll Circus ma sembrano non avere mai fine e Jim si perde nei fiumi dell’alcol e della musica. Il suo amico Alain Ronay, uno dei pochi che ebbe modo di vederlo prima della morte, lo definì una maschera funebre.  La discesa agli inferi ormai è prossima alla fine; Jim fu trovato morto la mattina del 3 luglio del 1971. La versione ufficiale parla di morte per arresto cardiaco. Lasciando ad altri, congetture e teorie, a noi piace ricordare così l’ultimo poeta maledetto, solo, a tu per tu con la tanto anelata morte; è lì immerso nella vasca da bagno, il sorriso bieco, il volto esanime, gli occhi privi di anima fissano un punto indefinito del soffitto. La testa inclinata all’indietro, lascia cadere dolcemente la chioma ondulata sul dorso della vasca e il braccio che penzola al di fuori, ricorda vagamente il Marat assassinato di Jacques Louis David.

La tomba di Jim Morrison nel cimitero di Père Lachaise, il più grande cimitero parigino noto anche con il nome di “cimitero degli stranieri”. La tomba è diventata luogo di culto, venerata da milioni di fan che si recano a visitarla e a porgere l’ultimo omaggio. Il busto che lo rappresenta nella foto fu trafugato nel 1988. Al suo posto, a spese della famiglia, fu inserita una lapide di marmo grigio con un epitaffio in greco che recita “KATA TON ΔAIMONA EAYTOY” che significa “fedele al suo spirito”. Innumerevoli sono le voci, per lo più contraddittorie, circa la sua morte; alcune ritengono che lo sciamano del rock sia morto in seguito ad un’overdose provocata da una potentissima dose di eroina unita a quantità smisurate di alcol. Alcuni parlano al contempo, di una teoria del complotto, ordita dalla CIA ai danni di Morrison giacché artista scomodo. Altri ancora, sostengono invece che Morrison, sulla scia di Rimbaud, abbia inscenato la sua morte e che in realtà sia vivo e vegeto in qualche zona remota dell’Africa

La tomba di Jim Morrison nel cimitero di Père Lachaise, il più grande cimitero parigino noto anche con il nome di “cimitero degli stranieri”. La tomba è diventata luogo di culto, venerata da milioni di fan che si recano a visitarla e a porgere l’ultimo omaggio. Il busto che lo rappresenta nella foto fu trafugato nel 1988. Al suo posto, a spese della famiglia, fu inserita una lapide di marmo grigio con un epitaffio in greco che recita “KATA TON ΔAIMONA EAYTOY” che significa “fedele al suo spirito”. Innumerevoli sono le voci, per lo più contraddittorie, circa la sua morte; alcune ritengono che lo sciamano del rock sia morto in seguito ad un’overdose provocata da una potentissima dose di eroina unita a quantità smisurate di alcol. Alcuni parlano al contempo, di una teoria del complotto, ordita dalla CIA ai danni di Morrison giacché artista scomodo. Altri ancora, sostengono invece che Morrison, sulla scia di Rimbaud, abbia inscenato la sua morte e che in realtà sia vivo e vegeto in qualche zona remota dell’Africa

La mattina del 7 luglio, alle ore 9, una macchina scura si avvicina silenziosa al cimitero di Père Lachaies. Nessun prete è in testa alla piccola processione, non ci sono seguaci in lacrime, tutto intorno è solo silenzio. La bara è trasportata al sesto settore del cimitero e li ha inizio il rito, alla presenza di pochi testimoni; soltanto Pamela, Alain, Robin Wertle, Agnès Varda e Bill Siddon il manager dei Doors, assistettero alla cerimonia. Il tutto avviene in un’atmosfera surreale, Pamela legge dei versi tratti dal brano The Celebration of the Lizard e inizia la tumulazione, il tutto non dura che otto minuti. La spoglia immemore riposa ora nella quiete di Père Lachaies, tra le tombe di Balzac, Proust e Oscar Wilde e di tutti quegli uomini e donne che contribuirono a effondere prestigio alla terra di Francia.

Morto nella carne ma reso eterno dalla storia, il nome di Jim Morrison ha continuato nel corso del tempo a influenzare una moltitudine di giovani. Egli, tra le numerose rock star degli anni sessanta, meglio incarnò lo spirito del tempo, il disagio e l’inquietudine di una generazione autodistruttiva che male interpretò le opere dei grandi scrittori del secolo precedente. Ricordiamo dunque l’uomo straordinario che egli fu, un artista d’incomparabile talento che volle vivere un’esistenza all’insegna di una totale libertà e al tempo stesso cercò di fare della poesia la sua ragione di vita. Essa era il suo tutto, l’unica cosa certa in un’esistenza inquieta.

Scena finale del film di Oliver Stone che mostra il cimitero di Père Lachaies accompagnato dal brano A Feast to Friends; Sai quando pallida lasciva e fremente \ viene la morte a una strana ora \ inattesa, imprevista \ come uno spaventoso ospite più che amichevole che ti sei \ portato a letto \ La morte rende angeli tutti noi \ e ci dà ali \ dove avevamo spalle \ lisce come artigli \ di corvo \ Basta denaro, basta agghindarsi \ Questo regno sembra di gran lunga migliore \ finché l’altra faccia rivela l’incesto \ e la libera obbedienza a una legge vegetale \ Non ci andrò \ Preferisco una Festa di Amici \ Alla famiglia Gigante