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È il più odiato uomo politico della storia post-gollista. Ma è anche il più amato, perché forse è l’unico che possa considerarsi vero erede di Charles De Gaulle. Gli altri hanno tradito. Misconosciuto in Italia, nato nel 1928 in una famiglia modesta, Jean Marie Le Pen inizia il suo percorso di vita da vero avventuriero, tra combattenti militari e duelli politici. Si fa notare per il suo talento oratorio, durante le sue inesorabili battaglie sindacali all’università, da Pierre Poujade, capo dell’anti-partito populista, detto poujadista. Approda così all’Assemblea Nazionale a venti-sette anni, come più giovane parlamentare della storia (meglio di lui ha fatto l’anno scorso sua nipote, Marion Maréchal Le Pen, ventiduenne). In quegli anni rompe tutti gli schemi e si ritaglia un posto nella storia repubblicana: durante un dibattito sull’Algeria francese, JMLP lascia la poltrona parlamentare per raggiungere il suo reggimento militare che nel frattempo combatteva ad Algeri per risolvere la questione coloniale.

Dopo essersi dimesso come parlamentare e una volta finita la battaglia in Nordafrica, fonda e si mette a capo del neo-partito chiamato Front National (nel 1972), iniziando l’odissea politica che lo ha portato in questi ultimi anni ad occupare un ruolo chiave nel panorama politico d’Oltralpe. È stato etichettato dai suoi avversari come xenofobo, razzista, antisemita, revisionista, nazionalista, insomma un “vero mostro”, ma JMLP ha dimostrato sempre il contrario in maniera limpida e razionale.  Il Fronte Nazionale è rimasto per decenni (dal 1972 fino agli anni Novanta) una corrente “identitaria e radicale” incentrata fondamentalmente sul tema dell’immigrazione su quello della sicurezza, molto simile al Movimento Sociale Italiano degli anni Settanta e a quei partiti attuali dell’estrema destra nordica che difficilmente sanno vedere oltre “l’immigrato”. Tuttavia, a seguito della caduta del muro di Berlino e con la firma del Trattato di Maastricht, il FN fa slittare i cardini del suo manifesto politico dalle questioni migratorie a quelle economiche e sociali, fino ad arrivare al discorso più importante della storia del partito, quello avvenuto a Parigi nel 2010, e che sarà poi la linea che porterà avanti la figlia Marine Le Pen. Il discorso di Parigi fissa un punto di svolta per il Fronte Nazionale: JMLP dichiara guerra al mondialismo, all’eurocrazia e al Libero Mercato e un anno dopo nel 2011 lascia il timone del partito alla figlia (eletta con il 60 per cento dei voti du Bruno Golnisch).

2010, il discorso di Parigi fissa un punto di svolta:

Definita la “nouvelle Jeanne D’Arc”, Marine Le Pen rimane legata alla filosofia politica del suo mentore, anche se, su alcuni punti, si dimostra molto più “flessibile” e meno incisiva. Porta comunque avanti la linea politica esposta nel discorso di Parigi e lo dimostra nell’ultimo discorso prima delle elezioni presidenziali del 22 aprile dell’anno scorso.

“La destra ha disertato l’idea di patria, sottomettendola alle leggi del mercato. La sinistra invece l’ha disertata rimpiazzandola con l’internazionalismo. Il voto Front National è l’unico che conta in queste elezioni, io sono l’unico candidato che si oppone al sistema”.

La Le Pen ha fatto evolvere l’intero discorso frontista, non tralasciando la questione dell’immigrazione in una Francia che non può rifiutare un multirazzialismo figlio della sua storia coloniale, ma mettendolo semplicemente in secondo piano. Di fatto ha messo sul tavolo il concetto di sovranità nazionale e di giustizia sociale come priorità della politica e ha mostrato un forte interesse nella lotta contro l’anarco-capitalismo e la finanza apolide.

Sono tutti ingabbiati nell’europeismo, nel mondialismo e nel capitalismo finanziario. L’unica via d’uscita è la sovranità nazionale, economica e culturale”, ha continuato riferendosi a tutti quei poteri sovrannazionali che ammanettano popoli e nazioni. “La Goldman Sachs ha messo tre dei suoi uomini in Europa, il trattato di Lisbona stabilisce la legge nel nostro Paese, la Banca Centrale Europea detta la nostra politica economica, la finanza semina miseria nel mondo del lavoro”,