La recentissima scomparsa di Jacques Le Goff è servita, come si usa da qualche tempo, a rimettere in luce la figura di uno dei più incisivi e determinanti intellettuali del Novecento. In realtà, Le Goff non era mai sparito dalla scena, non aveva mai abdicato al ruolo di autorità che lentamente gli era stato attribuito: risalgono infatti a pochi anni fa le ultime pubblicazioni, anche in Italia, e si può dire che, nonostante una decadenza fisica evidente, una forte longevità mentale lo abbia accompagnato fino alla fine. Ma non soltanto il suo aver continuato a lavorare incessantemente sino all’ultimo lo rende un personaggio attuale; Le Goff, infatti, ha proseguito indirettamente ad alimentare il dibattito pubblico soprattutto per i temi che ha affrontato nella maggior parte delle sue opere: l’ascesa della borghesia come classe sociale e il rapporto tra denaro e usura. Argomenti che, nella situazione storica attuale, non possono che attrarre, risultando fondamentali per capire dove e quando hanno avuto origine le logiche sociali che oggi caratterizzano lo svolgersi delle dinamiche economiche e politiche. Jacques Le Goff è stato un dissidente per due motivi. Innanzitutto perché, pur giungendo alla maturità intellettuale in un’epoca (gli anni Sessanta e Settanta) caratterizzata a tratti da eccessivi e inutili sofismi, ha sempre rifiutato di abbandonarsi sia all’ufficialità accademica che a intellettualismi esagerati e troppo distanti dalla realtà viva, quotidiana, presente. Ed è stato una figura profondamente dissidente anche e soprattutto per aver scelto come campo di indagine, come oggetto della propria analisi un periodo storico, il Medioevo, che come tema era stato declassato e denigrato, in decenni in cui imperava lo scontro politico e dove l’ideologia marxista sembrava avere un ruolo incontrastato e preponderante (tanto da condizionare generazioni e generazioni di uomini). Il merito di Le Goff sta proprio in questo: nell’aver saputo ridare dignità ad un’epoca della storia umana profondamente significativa per l’evolversi dell’Occidente, riuscendo ad indagare, attraverso gli strumenti d’analisi della storia sociale, l’immaginario medievale e gli elementi che lo caratterizzano. Un’analisi, però, che, per quanto legata a fenomeni sovrastrutturali (il pensiero, le ideologie, le tradizioni di un dato periodo storico), non abbandonava mai il riferimento agli elementi politico-economici strutturali profondi, di cui, in realtà, lo storico francese non riesce (e neanche potrebbe) mai fare a meno. Jacques Le Goff si presenta quindi come un grande critico dello sviluppo e dell’evolversi dei fenomeni borghesi: il “suo” Medioevo è descritto come un tempo di transizione, dove si formano i germi dell’espansione capitalistica, razionale, scientifica dell’Occidente. Il feudalesimo, per Le Goff, non rappresenta, come nell’immaginario contemporaneo comune, semplicemente un’età buia, di carestie, guerre e fanatismi: è, invece, la culla del capitalismo, un arco temporale caratterizzato da enormi cambiamenti (certo sviluppatisi con lentezza e nel lungo periodo) senza i quali la realtà attuale non sarebbe certamente com’è. Allo stesso modo, significativa è la funzione che, dallo storico medievista, viene affidata alla figura del borghese, capace di incarnare, in un tempo a lui ostile, la necessità di un compromesso tra l’antichità e il mondo moderno, tra la stabilità ideologica cristiana e il relativismo disgregatore di valori e certezze. Una borghesia che, si è detto, incarna la transizione, e trova proprio nel Duecento il secolo giusto, il contesto più fertile affinché le trasformazioni a cui essa aspira prendano piede. E’ infatti il tredicesimo secolo quello in cui avviene una rottura profonda, simbolicamente rappresentata da Le Goff con la “nascita del Purgatorio”, ovvero con l’istituzione di una realtà concettuale che rifiuta il manicheismo feudale di bene e male e rappresenta il segno di speranza nel futuro dei nuovi esponenti borghesi. Ma, soprattutto, l’analisi di Le Goff si fa totalmente attuale e necessaria quando si spinge ad indagare i processi di sviluppo del fenomeno dell’usura, legati a doppio filo con la realtà contemporanea. E’ infatti l’usura a rappresentare l’arma migliore della borghesia nascente per scardinare l’immobilità di una società, quella medievale, in cui ancora ideologicamente dominano i valori della fraternità e della carità, in cui la salvezza è legata alle opere buone e al sostegno dato ai deboli e ai poveri, e in cui la pecunia è maledetta, sospetta, sgradita. L’usura sarà l’elemento necessario a trasformare quel mondo, attraverso l’accumulazione illimitata e l’investimento del denaro, espediente capace di ridurre in stato di dipendenza masse fino ad allora autarchiche ed indipendenti. Sarà, l’usura, insomma, a consegnare ai posteri il mondo contemporaneo, con i suoi ruoli di forza e con i suoi scontri di classe. E proprio per via dell’importanza che Le Goff conferisce al fenomeno, che lo storico francese, in conclusione del suo saggio “La borsa e la vita”, abbia allegato una celebre composizione di Pound, che al primo verso recita: con usura nessuno ha una solida casa.