Jacques Lacan, nato a Parigi nel 1901, è stato uno dei maggiori intellettuali, filosofi e psicologi del suo tempo. Il suo più grande merito è, probabilmente, l’aver saputo cogliere spunti da vari campi del sapere, nuovi e antichi, per dar forma e sostanza alla sua rivoluzione in senso linguistico della filosofia della mente.  Il discorso di Lacan è un viaggio attraverso le strutture della mente, fino alle forme del metapensiero. Travalica l’ente entrando in quel che potremmo definire, kantianamente, il noumeno dell’atto: è il pensare, il parlare, l’agire, a racchiudere in sé il germe di ogni metafisica. La psicoanalisi di Lacan non affronta il mondo dominante e puramente razionale della filosofia idealista, ma l’essere umano nella sua finitezza esistenziale e nella sua incertezza.

Disegno raffigurante Lacan

Disegno raffigurante Lacan

Il risultato dei sui studi è una prassi che si concentra non tanto sull’Io ma sull’Altro, un’avventura filosofica nell’archetipo linguistico del “” formato, secondo Lacan, dal dizionario dei significanti fornito dal rapporto, quasi epistemologico, con tutto quel che di umano si struttura attorno al soggetto, rapporto che infine codifica la realtà stessa. L’ontologia Lacaniana non è di facile interpretazione, tanto che più tardi, uno dei più celebri interpreti del suo pensiero, Carmelo Bene, dirà nel celebre “Uno contro tutti” di rivolgersi al professor Heidegger per parlare di “essere”, perché lui non voleva saperne nulla.

Carmelo Bene interpreta Pinocchio

Carmelo Bene interpreta Pinocchio

I termini dell’essere, del tempo e dello spazio non sono usati come coordinate fisiche nello stesso modo in cui i fisici li usano. Piuttosto, vi è una certa logica della temporalità e degli orientamenti spaziali, la quale descrive una realtà che a volte può essere scardinata dai suoi ormeggi familiari. Questo universo “surreale” trae largamente la sua ispirazione proprio dal surrealismo francese. Lacan infatti, sul finire del suo percorso di laurea, nella metà degli anni venti del secolo scorso, viene colpito da un articolo scritto da Salvador Dalí, in cui l’artista afferma che alcune delle sue immagini siano delle vere e proprie epifanie, conseguenza di “‘un processus nettement paranoïaque“- un processo chiaramente paranoico – in altre parole, le immagini sarebbero partorite dallo stesso processo mentale delle delusioni paranoiche.

Lacan in uno dei suoi famosi seminari presso l'Univeristà di Parigi

Lacan in uno dei suoi famosi seminari presso l’Univeristà di Parigi

Un esempio di questo tipo di produzione mentale, è costituito dalla trasformazione di una metafora verbale in oggetto concreto: l’idea di qualcuno “piegato all’indietro” nell’atto di compiere qualcosa, puo’ evocare l’immagine di un soggetto letteralmente piegato all’indietro, come se la colonna vertebrale fosse articolata nel modo sbagliato, e questo è proprio il tipo di immagine onirica da dipinto surrealista o da illusione paranoica. Lacan, entrato in contatto con l’ambiente filosofico e psicologico della Francia del 1930, sposa la nozione di Paul Eugen Bleuler, secondo cui le delusioni hanno il significato di un “discorso interno” con il loro soggetto, con le osservazioni di Dalí sul suo approccio creativo e da qui, costruisce una riflessione sul processo attraverso il quale l’immagine del sogno/delirio viene prodotta, processo che passa attraverso un’interpretazione della realtà per mezzo del linguaggio. La passione per la filosofia lo spinse, verso la metà degli anni trenta, a seguire i famosi seminari su Hegel di Alexandre Kojeve: sulla fenomenologia dello spirito hegeliana, trasformata poi nella fenomenologia del discorso, Lacan costruisce la sua visione dell’universo psichico dell’uomo. Nell’universo Lacaniano, il senso della realtà di una persona ha quindi una connessione costitutiva con il linguaggio, poiché si diventa soggetti, o meglio enti localizzabili nello spazio e nel tempo, solo attraverso l’esistenza nel parlato, in quanto interpreti (esattamente dal punto di vista linguistico) dell’inconoscibile.

Jacques Lacan a Roma, 29 ottobre 1974

Jacques Lacan a Roma, 29 ottobre 1974

Un soggetto del linguaggio, per esempio, può trovarsi “de-ontologizzato” se perde la sua fantasia integrativa, ovvero se in qualche modo si allontana dal gioco della catena dei significanti o rimane bloccato in un loop ripetitivo in essa. Da de-ontologizzato, il soggetto può ritrovarsi in uno stato “nel-mezzo” in cui prende piede il godimento (jouissance). Ci si può trovare “de-ontologizzati” sia al momento del piacere durante l’atto sessuale, sia nella perdita di un senso dell’io nella psicosi, poiché questi stati sono “impossibilida nominare con un significante, secondo Lacan. Il mondo dell’essere umano si struttura in tempo logico e orientamento spaziale nei confronti degli altri umani che, attraverso il linguaggio, costituisce la rete di significanti del registro simbolico Lacaniano: qualsiasi ordine simbolico, la vita che conosciamo, erompe dai molti mondi possibili del reale, che emergono dalle innumerabili interazioni tra Io e Altro. Negli ultimi anni, Lacan, prima che gli effetti di gravi malattie iniziassero a manifestarsi, portò la sua teoria della psicoanalisi su un campo di gioco diverso, cioè, passò da una visione neo-freudiana con un impianto linguistico, alla creazione di matematiche della psiche negli anni cinquanta e all’introduzione di forme topologiche negli anni sessanta, per finire con l’ossessione, negli anni settanta, per le proprietà dei “nodi del paradosso”. Il toro, la striscia di moeibus, il nodo di Borromee, erano tutti usati per provare e trasmettere, con diversi strumenti, il tipo di universo che è lì per gli umani che devono correggere e correggere le loro coordinate, se vogliono avere qualche speranza di rimanere i soggetti del significato e del desiderio.

Raccolta di topologie di Lacan dai suoi Escrits

Raccolta di topologie di Lacan dai suoi Escrits

E forse non esiste modo migliore per introdurre, benché in maniera tutt’altro che esaustiva, la complessità e profondità del pensiero di Lacan, se non attraverso l’analisi prosaica di uno dei suoi schemi. Il pilastro su cui si basano tutte le matematizzazioni della psiche lacaniane è il cosiddetto “Schema-L”, dove l’inconscio è come un discorso con l’altro: questo fu il primissimo schema disegnato da Lacan e riportato nei suoi Escrits, il cui nome deriva da una certa somiglianza con la struttura geometrica con la lettera greca “lambda”. Queste teorie, che portarono ad una profonda riflessione critica su Freud, nel 1980 valse a Lacan l’espulsione dalla scuola da lui stesso fondata, la scuola Freudiana di Parigi, che quasi tacciò il suo pensiero di eresia. Lo schema-L raccoglie il vissuto di Lacan, le sue esperienze umane e intellettuali: il periodo della guerra, che lo conduce ad interrogarsi sulla natura dell’alienazione, della psicosi, l’incontro con la linguistica moderna, in particolare con l’opera di Ferdinand de Saussure, che lo inizia alla dialettica significati-significanti. E, infine, è possibile trovare in luce le riflessioni mature dei suoi seminari, tra il 1950 e il 1960, durante i quali non mancarono dibattiti e riflessioni con pensatori del tempo come Michel Focault e Gilles Deleuze, che ebbero, se non altro, il merito di espandere le riflessioni di Lacan su temi sociali e antropologici.

Lo schema-L

Lo schema-L

La struttura dello schema-L consta di quattro vertici variamente connessi: “S” è il soggetto nella “sua ineffabile e stupida esistenza”, come precisa Lacan. Si tratta, in altri termini, del soggetto preso nelle reti del linguaggio, che non sa ciò che dice. Ma anche se il soggetto è in posizione di S, non è qui che esso si percepisce:

“Si vede in “a”, ed è per questo che ha un io (moi). Può credere che sia questo io a essere lui. Tutti sono a questo punto, e non c’è modo di uscirne”

Qui vi è un riferimento implicito allo stadio dello specchio e alla conquista dell’identità attraverso un’immagine, proposta da Lacan in una serie di articoli tra il 1936-1937. Questa fase è vissuta dal bambino dapprima come immagine di un altro, poi assunta come propria immagine. Dato che è a partire dall’immagine dell’altro che il soggetto ha accesso alla propria identità, il soggetto entrerà in un movimento soggettivo di mimesi e identificazione nei confronti dell’altro. Così è sotto la forma dell’altro speculare (la propria immagine nello specchio) che il soggetto percepirà ugualmente l’altro, cioè il suo simile, situato in “a’” sullo schema:

“la forma dell’altro ha il più stretto rapporto con l’io, gli è sovrapponibile, e lo scriviamo con “a’”

Halls of Mirrors, di Simon Albane

Halls of Mirrors, di Simon Albane

Il rapporto che il soggetto intrattiene con sé stesso è dunque sempre mediato da una linea di finzione, un fantasma della percezione, che è l’asse “aa’”. Il rapporto di S con “a” (io) è sotto la dipendenza di “a’”, e inversamente, il rapporto che il soggetto intrattiene con l’altro, (“a’”), suo simile, è sotto la dipendenza di “a”. Possiamo dunque parlare di una dialettica dell’identificazione di sé all’altro e dell’altro a sé. Si comprende così, a proposito dell’io, il riferimento di Lacan a Hegel:

“In altri termini, la dialettica che sostiene la nostra esperienza, situandosi al livello più comprensivo dell’efficacia del soggetto, ci obbliga a comprendere l’io da un capo all’altro nel movimento di progressiva alienazione in cui si costituisce la coscienza di sé nella fenomenologia di Hegel”

Il quarto termine dello schema L è simbolizzato da “A”: l’Altro. Accanto al piano simmetrico dell’Io e dell’altro, esiste effettivamente un piano secante “A S”, che Lacan chiama prosaicamente “il muro del linguaggio”.

“Quando il soggetto parla con i suoi simili, parla nel linguaggio comune, che tratta gli io immaginari non come cose semplicemente ex-sistenti, ma reali. Non potendo sapere che cosa c’è nel campo del dialogo concreto, ha a che fare con un certo numero di personaggi, a’, a’’. In quanto il soggetto li mette in relazione con la propria immagine, coloro a cui parla sono anche coloro a cui si identifica”

Jacques Lacan alla fine degli anni settanta

Jacques Lacan alla fine degli anni settanta

Quando un soggetto comunica con un altro soggetto, la comunicazione (“il linguaggio comune”) è sempre mediata dall’asse immaginario “aa’”, ovvero, quando un autentico soggetto si rivolge a un altro autentico soggetto, quello che avviene, a causa della divisione operata dal linguaggio, è che un Io (Moi) comunica con un Io (Moi) altro ma simile a lui. Ne consegue che parlare a un altro si riduce inevitabilmente a un dialogo tra sordi. La mediazione del linguaggio, che eclissa il soggetto, impone che quando S si rivolge a un autentico Altro, non lo raggiunge mai direttamente. Questo autentico Altro è situato infatti dall’altra parte del muro del linguaggio, così che il soggetto S si trova anch’esso messo fuori circuito nella sua verità di soggetto da quest’ordine del linguaggio:

“Ci rivolgiamo di fatto a degli “A”, che sono ciò che non conosciamo, degli autentici Altri, dei veri soggetti. Essi sono dall’altra parte del muro del linguaggio, dove in linea di principio non li raggiungo mai. Fondamentalmente è loro che ho di mira ogni volta che pronuncio una vera parola, ma raggiungo sempre degli “a’”, per riflesso. Miro sempre ai veri soggetti, e mi devo accontentare di ombre. Il soggetto è separato dagli Altri, i veri, a causa del muro del linguaggio”

Lacan e Freud in un disegno in stile surerealista

Lacan e Freud in un disegno in stile surrealista

In questa strutturale incomunicabilità si riassume il cuore dello schema-L: Il soggetto S non (si) coglie mai (in) sé stesso altrimenti che nella forma del suo io in “a “, quella forma del suo io che costituisce dunque la sua identità, pur restando strettamente dipendente dall’altro speculare (a’), così come ce lo indica lo stadio dello specchio. Per questa ragione, il rapporto del soggetto col suo io è necessariamente sotto la dipendenza dell’altro e, inversamente, il rapporto che egli intrattiene con l’altro è sempre sotto la dipendenza del suoi io. Quando un soggetto “S” si sforza di comunicare con un soggetto “A”, manca sempre il suo destinatario nella sua autenticità ed è sempre un io che comunica concretamente con un altro io simile a lui in ragione della presenza dell’asse immaginario. Nella comunicazione, il soggetto resta così radicalmente prigioniero della finzione nella quale l’ha introdotto la sua alienazione soggettiva. In base allo schema L, diviene possibile comprendere quel che significa “parlare ad altri”. Un soggetto che parla a un altro rivolge sempre un messaggio a questo altro che egli prende necessariamente per un Altro; vale a dire che questo altro a cui si rivolge è da lui considerato come un Altro assoluto, cioè un soggetto autentico. Ma per quanto il soggetto lo riconosca come Altro, precisa Lacan, egli non lo conosce come tale, poiché:

“è essenzialmente questa incognita nell’alterità dell’Altro, ciò che caratterizza il rapporto tra la parola al livello cui è parlata e l’altro”

"Che vuoi?" - il diagramma del desiderio

“Che vuoi?” – il diagramma del desiderio

Per Lacan dunque, l’inconscio è definibile come quel discorso dell’Altro in cui il soggetto riceve, nella forma convenietemente invertita, il proprio messaggio dimenticato. Da questo schema, Lacan costruisce un edificio di topologie della mente e del linguaggio, che culmina nel “Diagramma del Desiderio”, descritto come il processo mentale che sottende la risposta alla domanda “Che vuoi?”. Una grammatica del desiderio che si interconnette con l’incoscio, e quindi con il messaggio dimenticato, che è strutturato in catene di significanti emersi dall’incontro tra io e Altro. Inconscio è Io che svela all’Altro il messaggio inesprimibile, Desiderio è il significante mancante della sinestesia tra Moi e Autre: puo’ Lacan fornire la chiave per una riscoperta del valore fisico e metafisico delle relazioni umane?