Nella storia dell’umanità sono esistiti autori ignorati o addirittura umiliati quando erano in vita, per poi essere onorati dai posteri, divenendo dei veri e propri classici, colonne portanti di un determinato pensiero. Howard Philips Lovecraft è sicuramente uno di questi. Oggi le sue opere vengono ristampate in massa e i suoi miti sono impressi nell’immaginario collettivo. La conseguenza principale di questo stato di cose è che tutti parlano di Lovecraft, anche se non lo hanno mai letto: la sua figura viene banalizzata, in quanto unicamente ricondotta alle creazioni più famose (da Cthulhu a Nyarlathotep, dal Necronomicon alle Montagne della follia). Ad un livello più profondo, invece, il fascino di questo personaggio deriva proprio dalla sua caratterizzazione. Nell’introduzione alla raccolta di tutti i racconti lovecraftiani, Giuseppe Lippi scrive: «ama il mondo greco-romano, non il presente industrioso; riverisce il Settecento coloniale, non l’indipendentismo di “queste colonie di rivoltosi”; è anglofilo, antiyankee, insofferente al modernismo». È razzista, reazionario e disprezza la società democratica, progressista e consumista. Il suo pessimismo, definibile come “cosmico”, lo porta ad apprezzare i valori puritani: l’importante, nella permanenza in questo mondo orribile, è rimanere puri. Come afferma Michel Houellebecq nel suo saggio H. P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita: «il personaggio di Lovecraft affascina anche perché il suo sistema di valori è totalmente opposto al nostro».

Tutti i racconti di Lovecraft in un’unica edizione

Tutti i racconti di Lovecraft in un’unica edizione

Howard Phillips nasce a Providence, capitale del Rhode Island (il più piccolo degli stati americani, ma anche l’unico storicamente a maggioranza cattolica), il 20 agosto 1890. Il padre, Winfield, inglesissimo nei modi e per discendenza, muore quando Howard è ancora bambino. Il piccolo Lovecraft si ritrova a vivere con la madre Sarah Susan Phillips (di ceto medio borghese) e poi con le zie materne Lillian e Annie. Fin da piccolo è colpito da costanti esaurimenti nervosi, che lo portano ad abbandonare la scuola pubblica e a proseguire gli studi privatamente. Inizia a scrivere i propri racconti a sette anni, ma, dopo l’ennesimo collasso nervoso, nel 1908, decide di distruggere quasi tutta la sua produzione giovanile. È appena entrato nella maggiore età e ne è disgustato, come confiderà in una lettera del ’20: «poiché la gioia dell’infanzia non si riesce più ad agguantarla. L’età adulta è l’inferno». Dopo questa crisi durata quasi dieci anni, durante i quali scompare, rintanandosi in casa (forse è questo il periodo che gli varrà il soprannome del «solitario di Providence»), si riprende, iniziando a scrivere i suoi racconti maturi. Tuttavia, come rivelerà in una lettera del ’25, la scrittura per lui non ha mai rappresentato una professione, ma «un’arte elegante cui dedicarsi senza regolarità e con discernimento» che si adatta alla vita di un gentiluomo. L’unica cosa che chiede sempre agli editori è di pubblicare le sue opere senza tagli e modifiche o, nel caso contrario, non pubblicarle affatto. Come ammette lui stesso, non ricerca mai una storia da scrivere, ma aspetta che una storia abbia bisogno di essere scritta. È soprattutto questa l’importanza del sogno nell’opera lovecraftiana, seppur distante dal “simbolismo puerile” di Freud. In Oltre il muro del sonno (1919) scrive:

«La mia esperienza non mi consente di dubitare che l’uomo, una volta abbandonata la coscienza terrena, si trasferisca in una dimensione incorporea e profondamente diversa da quella che conosciamo; una dimensione incorporea di cui, una volta svegli, rimangono solo vaghissimi ricordi. […] A volte penso che questa esistenza meno materiale sia quella autentica e che la nostra vana presenza sul globo terracqueo sia di per sé un fenomeno secondario o puramente virtuale».

È per questa sua essenza aristocratica che, nonostante la collaborazione con numerose riviste (la più importante delle quali è Weird Tales), le proprie produzioni non sono la sua principale fonte di reddito. Lovecraft vive con i pochi dollari che guadagna come revisore delle opere altrui, in uno stato di semi-povertà permanente. Nei suoi lavori non parla mai del denaro, perché le preoccupazioni mondane non gli interessano. Allo stesso modo, non fa mai riferimento al sesso. Eppure, l’incontro nel ’22 con una donna, Sonia Haft Greene, rischia di scombussolare veramente la vita del solitario di Providence, riuscendoci effettivamente per un determinato periodo. In questo caso, è giusto parlare di opposti che si attraggono e si amano: la Greene è divorziata ed ebrea, ma ciò non impedisce ad un conservatore-antisemita come Lovecraft di sposarla nel ’24. I due si trasferiscono nella casa di lei a Brooklyn, dove Sonia ha un negozio di modista, mentre Howard passa dalla cittadina a maggioranza bianca, alla metropoli multiculturale. Nonostante questo balzo innaturale per un uomo come lui, tutto sembra procedere per il meglio, tanto che sembra deciso a dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Dopo poco, improvvisamente, la situazione naufraga: Sonia perde il lavoro e, messo nella condizione di dover trovare lui un’occupazione comune, nell’incapacità di farlo, H. P. si arrende. È in questo contesto, di miseria e risentimento, che il suo razzismo, da blando e innato, diventa ossessivo. Scrive Houellebecq: «non si tratta più del razzismo beneducato dei Wasp: è piuttosto l’odio brutale dell’animale preso in trappola, costretto a condividere la gabbia, con animali di una specie diversa e temibili». L’intolleranza di Lovecraft è radicale, perché continuo è il contatto con quelle che lui considera essere specie diverse, delle “razze aliene”, che prima del soggiorno a New York erano solo un’eccezione. È per questo che simpatizza per i progetti del giovane Hitler, prendendone le distanze successivamente, non solo per le conseguenze storiche (che vedrà parzialmente, morendo prima), ma perché dal ’26 torna nella sua Providence, lontano dal marasma e senza Sonia, dalla quale divorzia nel ’29.

H. P. L. con sua moglie Sonia Haft Greene

H. P. L. con sua moglie Sonia Haft Greene

L’anno del ritorno a casa coincide anche con la pubblicazione del suo racconto più famoso Il Richiamo di Cthulhu. L’Incipit di questa opera sembra riprendere quello di una sua produzione precedente. La verità sul defunto Arthur Jermyn e la sua famiglia (1920) si apre così:

«La vita è una cosa orribile e dietro le nostre esigue conoscenze si affacciano sinistri barlumi di verità che la rendono ancora più mostruosa. La scienza, già oggi sconvolgente nelle sue terribili rivelazioni, rappresenterà la fine della razza umana […] quando fornirà alla nostra mente la chiave di orrori insopportabili che un giorno dilagheranno nel mondo».

Lovecraft non è una persona religiosa, mentre crede fermamente nella scienza. Tuttavia, questa fede non è positiva: il pensiero scientifico permette la scoperta di nuovi fenomeni, ma questi non sono sempre un bene e, per questo, a volte non andrebbero proprio svelati. La conseguenza di questo pensiero si rintraccia nel finale del romanzo breve Le Montagne della Follia (scritto nel ’31, pubblicato nel ’36):

«È assolutamente necessario, per la pace e la salvezza dell’umanità, che alcuni degli angoli più oscuri e sepolti della terra e delle sue abissali profondità rimangano inviolati; altrimenti orrori che dormono si sveglieranno a nuova vita, e incubi sopravvissuti in modo proibito strisceranno o nuoteranno dai loro neri rifugi per rinnovare e ampliare le loro conquiste».

Nel sostenere la metodologia scientifica, dunque, ne riconosce anche i limiti. Del resto, le sue creazioni mitologiche non possono essere definite scientificamente, perché la loro essenza si pone al di là della conoscenza razionale, pur essendo affrontate in maniera prettamente materialistica. Come sostiene Houellebecq «il terrore di Lovecraft è rigorosamente materiale», perché esso deve essere obiettivo, anche se le tassonomie scientifiche e le descrizioni architettoniche arrivano a produrre delle sensazioni ipnotiche nel lettore, come accade durante lo studio anatomico degli Antichi ne Le Montagne della Follia. Forse, è proprio in questo testo che si percepisce il picco creativo lovecraftiano, tastando l’insignificanza dell’uomo nello spazio e nel tempo, vedendo, anche se per qualche istante e indirettamente, l’infinita varietà della vita, con annessa la sua inquietante bellezza. In questo testo, trapela un’inaspettata empatia per il diverso, che si concretizza nel pensiero dei due ricercatori quando si ritrovano dinnanzi agli Antichi massacrati dagli Shoggoth:

«Finalmente capimmo cos’è il terrore cosmico nelle sue profonde implicazioni. Non era la paura delle quattro creature misteriose che mancavano all’appello, perché sapevamo fin troppo bene che non erano più in grado di nuocerci. Poveri diavoli! Dopotutto, e rapportati ai loro parametri, non erano esseri malvagi: erano gli uomini di un altro tempo e un altro ordine biologico. La natura aveva giocato loro un tiro diabolico, come certo farà con tutti coloro che la follia umana, lo sprezzo del pericolo o la pura e semplice crudeltà spingeranno ad avventurarsi nelle orrende distese polari, morte o addormentate che siano…Sì, questo era il tragico benvenuto che avevano ricevuto nel tentativo di tornare a casa».

Si potrebbe obiettare che nessuno conduce i ricercatori nei meandri delle Montagne della Follia (che poi scopriranno essere altre, ben più alte e irraggiungibili), così come nessuno spinge l’equipaggio norvegese a risvegliare il grande Cthulhu, e nessuno impedisce ai Gardner di trasferirsi dopo che il Colore venuto dallo spazio (1927) inquina la loro proprietà e finisce per divorarli. Nessuno o tutto. Sembra che, infatti, i personaggi lovecraftiani, estremamente piatti per tutto il racconto, non possano sfuggire al dolore: «Aggrediti da percezioni abominevoli, – rimarca Houellebecq – i personaggi di Lovecraft agiscono da osservatori muti, immobili, totalmente impotenti, paralizzati. Vorrebbero scappare, o sprofondare nel torpore di un provvidenziale svenimento. Niente da fare. Rimarranno inchiodati lì dove sono, mentre intorno a loro l’incubo prende forma». Il loro fine non è mai la gloria o la redenzione, e solamente a volte è la conoscenza (seppur mai definitiva e assoluta), mentre spesso sono loro i mezzi affinché un telos superiore si realizzi.

H.P. Lovecraft. Contro il Mondo, Contro la Vita di Michel Houellebecq

H.P. Lovecraft. Contro il Mondo, Contro la Vita di Michel Houellebecq

P. L. si spegne per un cancro all’intestino il 15 marzo 1937. «Morto Lovecraft nasce la sua opera», diranno i biografi. Diventerà un “mito fondatore” per decine di autori. August Derleth e Donald Wandrei fonderanno la Arkham House per tramandarne l’opera. Pur essendo disprezzato dalla critica del tempo, sarà osannato dal pubblico, fino a diventare quell’icona pop presentata ad inizio articolo. La verità è che Lovecraft non è un autore per tutti. Jacques Bergier, lo stesso che lo definisce come un “Edgar Allan Poe Cosmico”, sostiene che «forse per apprezzare Lovecraft occorre aver sofferto molto». Qualora non si fosse sofferto abbastanza, bisognerebbe perlomeno avere presente questa massima, evitando di farneticare attorno alle sue creazioni e alle sue idee (anche politiche), tenendo maggiormente conto della sua vicenda. Houellebecq scrive che egli «è riuscito a trasformare il proprio disgusto per la vita in un’ostilità attiva». Lovecraft è, infatti, riuscito a scrivere così bene, perché odiava sì la vita così in fondo, ma amava anche nominare l’innominabile, nella convinzione che questo avrebbe portato al collasso della dannata umanità. Alla fine di tutto, davanti agli orrori di altri tempi e luoghi, la cosa più razionale è impazzire, come fa Zadok Allen, il vecchio pazzo alcolizzato ne La Maschera di Innsmouth (1936):

«Le sarebbe piaciuto essere un ragazzo come me e guardare dal tetto, tutto solo, cose che non erano umane? Eh?…Eh, eh, eh».

 

L’autore ringrazia:

Il suo amico Lorenzo D’Andrea per averlo spinto a leggere Lovecraft e per le intense discussioni sul solitario di Providence. Il suo amico e collega Matteo Fais per avergli fornito il saggio di Michel Houellebecq.