Lo storico Piero Melograni, nell’introduzione alla Psicologia delle folle, (Longanesi 1970, Tea 2004), racconta un aneddoto curioso sul dottore francese:

«Il mercoledì sera, in questa strana abitazione, Le Bon soleva riunire a cena gli amici più intimi (la crema dell’intellighenzia dell’epoca: Poincaré, Bergson, Paul Valery n.d.r.). Agli ospiti, illuminati da una lampada rossa, venivano servite su una tovaglia rossa, vivande anch’esse rosse (gamberoni, filetti al sangue). Durante queste cene Le Bon si comportava da presidente autoritario. Imponeva il silenzio con un campanello, decideva l’argomento delle conversazioni e, il più delle volte, faceva un vero e proprio interrogatorio a qualcuno dei personaggi presenti».

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Le Bon a cavallo, 1895

Presa la laurea in medicina, il giovane Le Bon si interessa di anatomiafisiologia e inventa uno strumento per misurare e studiare le dimensioni del cranio, il “cefalometro”. Dopo un’iniziale avvicinamento al mondo accademico, nello specifico alla Società di antropologia di Parigi, se ne allontana per l’avversione dei cattedratici al suo approccio psico-sociologico innovativo e per le sue critiche ad un metodo d’indagine impostato esclusivamente sul concetto di “razza”. Le Bon non condivide l’impostazione positivista dell’intellighenzia europea, ed è convinto che la razza sia un sinonimo di popolo: «un aggregato di uomini che appartengono allo stesso contesto sociale e che condividono la stessa cultura (lingua, tradizione, religione, storia, costumi, alimenti»; «Le classificazione fondate unicamente sul colore della pelle o sul colore dei capelli – aggiunge – non hanno più valore di quanto quelle che consistono nel classificare i cani in base al colore o la forma del pelo». A siglare il suo definitivo successo è lo studio condotto con una metodologia intuitiva – tacciata di “amatorialismo” perché priva di riferimenti bibliografici e di dati sperimentali  – sul disordine comportamentale. La Piscologia delle folle, viene annoverato da Le Monde, nel 2010, tra le 20 opere più influenti al mondo. Appena uscito, nel 1895, il libro non manca di influenzare immediatamente Vilfredo Pareto e Roberto Michels nonché Benito  Mussolini, che scrive una lettera per complimentarsi con l’autore e delega alla casa editrice Monanni la traduzione dell’opera. Lo stesso Lenin legge la Psicologia delle folle e nel suo Che fare?  – memore della lezione di Le Bon sulla fanciullezza delle folle – tenta di scuotere le masse operaie a guadagnare la loro autonomia e non farsi raggirare dalla retorica adulatrice dei Cesari e dei capi carismatici della borghesia. Goebbles, Hitler, e in seguito Roosevelt, rimangono affascinati dall’opera del francese. Schumpeter lo definisce un precursore di Freud nelle scienze sociali. Il padre della psicanalisi, di pari, è colpito dalle sue intuizioni sull’inconscio collettivo ed è convinto, in particolare, dalle riflessioni centrali del libro di Le Bon, in cui si fa riferimento alla regressione dell’attività psichica negli individui all’interno della massa.

«Nell’anima collettiva, le attitudini intellettuali degli uomini, e di conseguenza le loro individualità, si annullano. L’eterogeneo si dissolve nell’omogeneo e i caratteri inconsci»

Le Bon specifica che le idee dei singoli quando fanno parte di una folla convogliano verso un unico sentimento. I soggetti perdono la loro autonomia e, attraverso un processo di deresponsabilizzazione, sostituiscono le loro istanze regolatrici e censorie (Io e Super-Io) con delle pulsioni inconsce. La folla si esalta facilmente, è irrazionale, odia la logica e il ragionamento, è violenta e allo stesso tempo può dimostrarsi eroica, dando prova di gesta magnanime. Il buon oratore, secondo Gustave Le Bon, non può fare uso del ragionamento logico e scientifico, né tantomeno del buon senso; sono invece la metafora assurda e infondata, la similitudine sbalorditiva, l’iperbole, l’esclamazione, il fanatismo a suscitare in lei le immagini più potenti. Le Bon definisce questo processo come un “contagio mentale”: quando un’idea è in grado di evocare un’immagine che si trasmette con grande rapidità tra gli individui che compongono la folla. E queste idee si trasmettono con tanta forza che ogni membro della folla è in grado di agire contro i propri interessi – interessi che l’individuo è pronto a difendere solo quando è isolato – contro la sua incolumità e il suo istinto di sopravvivenza. Ma la folla, pur essendo influenzabile e manipolabile è, secondo Le Bon, ostile al cambiamento ed al progresso, è mutevole, irritabile, intollerante e fondamentalmente conservatrice.

«I lettori dei giornali, gli ascoltatori dei programmi radiofonici, i membri di un partito, anche se non fisicamente riuniti in un gruppo, tendono a divenire, dal punto di vista psicologico, una folla, a cadere in uno stato di eccitazione in cui ogni tentativo di ragionamento logico ha il solo effetto di stimolare impulsi bestiali»

Tra il 1860 e il 1880, Le Bon percorre diversi viaggi per l’Europa, l’Asia e l’Africa che gli ispirano le successive pubblicazioni sull’antropologia dei popoli. È in questo percorso che si inscrive, nel 1894, un anno prima della Psicologia delle Folle, la pubblicazione de L’evoluzione dei popoli (Circolo Proudhon Edizioni), un agile volume in perfetto stile leboniano – mai pedante, mai accademico, mai goffo – che scava nell’inconscio collettivo dei popoli. Qui Le Bon si interroga sull’esistenza di un’anima, un comune denominatore primordiale e una “costituzione mentale” dei popoli che ne dettino l’evoluzione. E le conclusioni sono estremamente interessanti per la loro flessibilità. Le Bon, sebbene figlio del suo tempo, sebbene faccia uso della parola “razza” e sostenga una disparità di sviluppo tra i diversi popoli, è sostanzialmente innovativo rispetto ai suoi contemporanei e rispetto a quanto ancora si affermi oggi, quando si tenta di appenderlo alla croce del razzismo. Il darwinismo di Le Bon è vero fino a un certo punto, se pensiamo che la sua sociologia si inscrive perfettamente nell’anti-razionalismo, e fa valere, nella determinazione della storia delle civiltà, fattori extra-biologici, culturali e spirituali.

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«Durante queste cene Le Bon si comportava da presidente autoritario. Imponeva il silenzio con un campanello, decideva l’argomento delle conversazioni e, il più delle volte, faceva un vero e proprio interrogatorio a qualcuno dei personaggi presenti» Piero Melograni

In Le Bon non vediamo mai il comporsi di una gerarchia tra le civiltà, ma si può ammettere soltanto una differenza nel grado di sviluppo. Sebbene anche in questa geografia antropologica rimanga la verticalità qualitativa, quindi tra “razze superiori” e “razze inferiori”, non vi è mai un’inferiorità antropologica. Non ci sono tracce di predestinazione, di elezione di una razza, l’arianesimo. Il francese prende le distanze dal suo conterraneo – padre del pensiero razzista contemporaneo – Arthur de Gobineau, denunciando il mito della razza ariana, e le mire suprematiste delle razze europee. Le Bon è perfettamente consapevole dell’impossibilità della purezza di un popolo, e parla quindi di contaminazioni, meticciamenti, fusioni. Tutti i popoli possono essere destinati alla caduta, tutte le civiltà al tramonto. Se si tentasse di sfrondare il pensiero leboniano dalla volgarizzazione che si è fatta della sua opera durante il Novecento, si evince un autore in cui i concetti di “carattere” e di “ereditarietà” non sono poi così stabili. I caratteri e l’anima dei popoli sono soggetti al cambiamento, attraverso un processo lento e progressivo, secondo l’ambiente, le idee di cui si appropriano, le credenze condivise, l’evoluzione dei costumi, e tutta una serie di fattori in cui l’accidente e il contingente si scontrano con il permanente, ossia con la “costituzione mentale” di quel popolo. La ciclicità con cui avviene questa dialettica tra sviluppo e decadimento, fa di Le Bon un precursore di Spengler.

«Arrivato a quel grado di civiltà e di potenza in cui, credendosi sicuro di non esser più aggredito dai vicini, un popolo comincia a godere i benefici della pace e del lusso che le ricchezze procurano, le virtù militari svaniscono, l’eccesso di civiltà crea nuovi bisogni, si sviluppa l’egoismo. Non avendo altro ideale che il godimento precoce di beni rapidamente acquistati, i cittadini abbandonano la gestione degli affari pubblici allo Stato e perdono presto tutte le qualità che avevano costituito la loro grandezza. Allora vicini barbari o semi barbari, con bisogni minimi ma con un ideale potentissimo, invadono il popolo troppo civile, poi formano una nuova civiltà con gli avanzi di quella che hanno abbattuta»

Non dobbiamo però dimenticare che Le Bon, aspro critico dell’ugualitarismo, ha incarnato, nei suoi scritti, la paura di una classe borghese traumatizzata dai moti della Comune e dall’irruzione delle classi operaie nello scenario politico. Benché questa paura abbia determinato delle intuizioni brillanti sulla psicologia delle folle e sull’evoluzione dei popoli, le conclusioni del dottore di Nogent-le-Rotrou approdano a delle soluzioni piuttosto filo-borghesi. Cercava infatti – come sottolinea Serge Moscovici – «di proporre una risposta al socialismo, dimostrando che la rivoluzione non è inevitabile e la Francia potesse ritrovare la forza di dominare il suo destino».

Pur avendo profetizzato l’era dei regimi totalitari, criticato le derive del leninismo e del nazismo, e il risveglio dell’Africa dal suo torpore, la seconda metà del Novecento lo ha relegato ai margini del panorama culturale, facendone un pensatore minore. Tuttavia, se si vuole parlare del Novecento dei totalitarismi, quel Novecento di cui Ortega y Gasset constaterà l’«avvento delle masse al pieno potere sociale» non si può prescindere dall’opera di Le Bon.

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Gustave Le Bon morì quasi novantenne a Marne-La-Coquette nel 1931, e fu poi sepolto nel cimitero parigino del Père-Lachaise