di Mattia Zucchiatti

Il 1848, anno delle grandi insurrezioni e sommosse popolari, rappresenta il momento decisivo per la definitiva crisi d’identità dell’arte. Di fronte alle dure condizioni lavorative dei ceti subalterni e del sangue versato nelle barricate, pervade nel mondo dell’arte europea un’esigenza del “vero” che il romanticismo non sembra in grado di soddisfare. L’artista, quindi, si rifiuta di trovare riparo nel mondo magico, irrazionale e misterioso del romanticismo. E’ in questo contesto che si sviluppa una nuova corrente che sembra rispondere proprio a questa esigenza: il realismo. Il movimento realista si pone, quindi, come esaltazione della poetica del vero e come metodo per indagare minuziosamente la realtà senza coinvolgimenti personali dell’artista.

Jean-Désiré-Gustave Courbet fu il precursore e massimo esponente del Realismo. Nacque a Ornans nel 1819 da una importante famiglia contadina benestante. Nonostante i genitori desideravano che il giovane Gustave studiasse legge, iniziò a frequentare l’Accademia e il corso di M. Flaujolot, esponente del neoclassicismo francese. L’inizio della sua carriera non fu incoraggiante. Infatti, solo tre dei venticinque lavori da lui presentati passarono il vaglio della commissione esaminatrice. A Parigi, conobbe il critico Jules Champfleury, Max Buchon, Charles Baudelaire e Pierre-Joseph Proudhon con i quali era solito riunirsi alla “Brasserie Andler”. Nell’insurrezione popolare del ’48, Courbet si schierò con i rivoltosi anche se prese poca parte alla lotta. Nello stesso anno, nella difficile atmosfera politica del momento, Courbet riuscì finalmente ad esporre ben dieci opere al Salon di Parigi. Due anni dopo, espose l’enorme dipinto Sepoltura a Ornans che gli costò la bocciatura della critica. In un’intervista concessa al giornalista Garcin che lo definì un pittore socialista, rispose: «Non sono solo un socialista, ma anche un repubblicano. In breve, sono a favore della rivoluzione». Viaggiò molto per l’Europa: a Francoforte dove fu trattato come una celebrità, Belgio, Olanda mentre a Etretat dipinse con un giovane Monet. Nello stesso anno, con una lettera al critico d’arte Champfleury annunciava la realizzazione di un’opera monumentale: «Mio caro amico, sono impegnato alla realizzazione di un quadro dalle enormi dimensioni che dimostrerà che il realismo non è morto. E’ la società in tutti i suoi strati, alto, basso, medio. In breve, è il mio modo di vedere la società. E’ il mondo che viene a farsi dipingere da me». L’opera monumentale non è altro che il suo capolavoro: L’atelier del pittore. Allegoria reale determinante sette anni della mia vita artistica. Al centro della composizione, Courbet rappresenta se stesso intento a dipingere un paesaggio di Ornans con a fianco una donna, simboleggiante la verità, e un bambino. Ai lati del pittore si collocano una serie di figure appartenenti alle più disparate classi sociali. La lettera a Champfleury ci offre una chiave di lettura: «a destra ci sono gli eletti, ovvero gli amici, i lavoratori, gli appassionati del mondo dell’arte. A sinistra, gli altri, coloro che conducono un’esistenza banale, il popolo, la miseria, la povertà, la ricchezza, gli sfruttati, gli sfruttatori, le persone che vivono della morte altrui».

Ecco, quindi, che da sinistra troviamo un bracconiere che getta lo sguardo su un cappello piumato, una mandola e un pugnale, simboli di un romanticismo ormai abbandonato dall’artista, una donna probabilmente di nazionalità irlandese allegoria della grave crisi economica in cui riversava l’Irlanda, un rabbino, un operaio, un becchino e una prostituta. E’ presente inoltre un manichino simile al San Sebastiano simbolo della disprezzata arte accademica e un teschio avvolto nel giornale parigino Il Giornale dei dibattiti. Questo è un chiaro riferimento alla celebre frase dell’amico Proudhon: «I giornali sono cimiteri di idee». Lo stesso Proudhon è rappresentato nel dipinto assieme a Baudelaire, allegoria della poesia, Champfleury, simboleggiante l’arte, e il mecenate Alfred Bruyas. Nel 1861, nonostante la sua avversione all’insegnamento dell’arte, fondò un’accademia che poggiava le basi su quattro lapidari principi che rappresentavano la negazione della scuola:

1) Non fare quello che faccio io.

2) Non fare quello che fanno gli altri.

3) Non imitare Raffaello: è un suicidio:

4) Fai quello che vedi, che senti, che vuoi.

Partecipò nel 1871 alla rivoluzione e fu un profondo sostenitore della Comune di Parigi. Con la feroce restaurazione venne condannato come sovversivo e, costretto a vendere le sue opere, si ritirò in solitudine a La Tour-de-Peilz in Svizzera dove morì la notte dell’ultimo dell’anno 1877. Nonostante l’arte di Courbet abbia origini culturali lontane (da Caravaggio a Tiziano fino a Gericault), l’artista francese restò sempre coerente col suo principio: «non possono esserci scuole, ma solo pittori». Restò sempre quell’uomo formatosi nelle barricate della Francia rivoluzionaria, un maestro che insegnò a disprezzare i maestri, un fervente socialista, un rivoluzionario dell’arte, un amante dell’eroismo della realtà.