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Quando si pensa a Prezzolini un’immagine su tutte si imprime nella mente di chi lo ricorda. È quella di un vecchio saggio intento a scrivere, piegato sulla sua scrivania, con il basco in testa. Il nome di Giuseppe Prezzolini è inevitabilmente legato ad altri due nomi: quello de “La Voce” e quello di Giovanni Papini. Non si può parlare di Prezzolini senza parlare de “La Voce” – la più grande rivista culturale del Novecento italiano – come non si non ricordare il nome del suo amico e sodale di sempre: Giovanni Papini.

Prezzolini scrivania

Giuseppe Prezzolini intento a scrivere dietro la sua scrivania

Giuseppe Prezzolini, figlio di genitori senesi, nacque “per caso” a Perugia nel 1882 e morì in Svizzera, a Lugano, nel 1982. Una vita lunga un secolo, la sua. Fu giornalista, scrittore, formidabile aforista, animatore culturale, editore, scopritore di talenti e traduttore (introdusse per primo in Italia Stevenson, London, Novalis e Mauriac). Fin dall’infanzia il suo carattere è schivo e solitario. Le sue relazioni, infatti, si sono svolte in gran parte per via epistolare. Col fratello maggiore non condivise mai né gusti né carattere. Nacque, insomma, come un pesce fuor d’acqua, e fin da subito sentì di non appartener a nulla. Con la morte del padre ereditò una somma sufficiente da non dover lavorare per alcuni anni. A causa del suo carattere estremamente schietto e sincero, talvolta irascibile (forse a causa della malattia di nervi che gli fu diagnosticata da bambino), ebbe sempre in odio le formalità. E fu forse questo suo cruccio nei confronti delle convenzioni sociali che lo porterà, in età più tarda, a studiare e commentare il Monsignor Della Casa, autore del noto Galateo.

Il Galateo di Giovanni Della Casa commentato da Giuseppe Prezzolini per le edizioni ETS

Il Galateo di Giovanni Della Casa commentato da Giuseppe Prezzolini

In giovane età, senza convinzione, tentò una conversione al cattolicesimo. Ma abbandonò l’idea. Cercò sempre Dio, senza trovarlo. Né Dio trovò mai lui. E fu per questo che – in pieno sessantottismo – durante un’omelia in Piazza San Pietro, Paolo VI disse di sorpresa:

“E aspettiamo ancora Prezzolini”.

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La sua vita è piena di stupefacenti contraddizioni. Diciassettenne abbandonò il liceo per protesta nei confronti di un insegnante, ma divenne professore in America. Renitente alla leva, si presentò volontario nel 1915 per partecipare alla Grande Guerra, divenendo anche capitano, uscendo deluso dall’esperienza bellica. Senza aver mai fatto l’impiegato, divenne capo dell’ufficio Stampa della Società della Nazioni; da nazionalista, ebbe sempre a noia gli inni, ad eccezione della Tarantella, “unico inno degno dell’Italia”; e, dopo aver denunziato il matrimonio e la famiglia come convenzioni borghesi, si sposò per ben due volte.
Prezzolini è anche l’uomo delle definizioni. Nessuno definì meglio gli italiani. Pochi come lui videro in Mussolini quello che sarebbe diventato, e profetizzò, avvicinandosi di molto, la durata del fascismo italiano:

“La durata di una generazione… almeno venticinque anni”.

E fu per questo che nel 1925, sentendo puzza di regime, lasciò l’Italia per la Francia.

Non si può parlare di Prezzolini senza parlare di Papini, si diceva sopra. Amico fraterno del fondatore di “Lacerba” fondò con lui alcune delle riviste culturali più importanti del Novecento italiano: “Leonardo” (nel 1903) e “La Voce” (nel 1908). Riviste intorno a cui si riunirono alcuni giovani insoddisfatti dalla vita e dalle quali uscì il meglio del fascismo e dell’antifascismo. Ecco qui alcuni nomi: Croce, Gentile, Amendola, Soffici, Salvemini, Gobetti, Palazzeschi e Mussolini. Tali riviste svilupparono Pensiero e Azione, Politica e Morale, Critica e Arte, facendo scoprire autori come Alberto Savinio e Renato Serra.

Monumento con busto di Bronzo raffigurante Renato Serra. L'opera fu collocata il 4 novembre 1925 nella Piazza Bufalini di Cesena.

Monumento con busto di Bronzo raffigurante Renato Serra. L’opera fu collocata il 4 novembre 1925 nella Piazza Bufalini di Cesena.

Dopo aver abbandonato l’Italia per Francia e Stati Uniti, rientrando in patria, la cosa che più lo colpì fu l’amico di sempre: Papini. Lo vide ridotto a letto ad esprimersi tramite dei versi, come un animale, a causa di quella tremenda malattia che, in tarda età, progressivamente lo paralizzò rendendolo prima cieco, poi immobile e, poi, quasi muto. Ciò non privò però Papini né della lucidità, né della memoria, né tantomeno della fede. Tutto queste cose riempirono Prezzolini di rispetto e ammirazione per quell’uomo che, con tanto coraggio, aveva portato avanti la sua sfida a Dio.

Giovanni Papini nell'illustrazione di Domenico Di Francia per "Il Bestiario degli italiani" numero 0

Giovanni Papini nell’illustrazione di Domenico Di Francia per “Il Bestiario degli italiani” numero 0

Giuseppe (o Giuliano il Sofista, nome di battesimo letterario che si diede in gioventù) fu sempre un autodidatta. L’unico maestro che ebbe – ammesso che ne ebbe mai uno – fu Benedetto Croce, con cui fu sempre in rapporti amichevoli e di stima, in netta opposizione con l’amico Papini. Suoi nemici giurati furono sempre Giolitti e D’Annunzio (quest’ultimo, a sua volta, acerrimo nemico del primo). Passò attraverso il Futurismo e il Fascismo che definì rispettivamente “il Tuono e la Tempesta”. Fu amico personale ed estimatore di Mussolini, a cui diede sempre del tu senza mai chiamarlo Duce, e di cui scrisse una delle prime biografie. Ma non fu mai fascista. Al fascismo non chiese niente, pur potendo avere tutto, per non dovere nulla. Riuscì a fare a meno di tante cose, fuorché della libertà, della sua indipendenza – che fu la sua unica e vera dipendenza. Si mantenne sempre lontano dalla politica e, forse per questo, non piacque mai né ai fascisti né agli antifascisti.

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La copertina dell’edizione Rusconi dell’autografia di Prezzolini L’Italiano inutile

Venne denunciato in Italia come antifascista e in America (da Salvemini) come agente di Mussolini. Fu, con decenni di anticipo rispetto a Longanesi e Montanelli, su posizioni antifasciste e anti-antifascite. Nel 1921 scrisse il Codice della vita italiana dove metteva a nudo i mali atavici del paese e dei suo abitanti, dividendo gli italiani in due categorie: i furbi e i fessi. Di tale pubblicazione ne parlarono in una seduta del consiglio dei ministri i capi del fascismo, non sapendo se farlo bastonare o passarci sopra. Per sua fortuna se ne vendettero poche copie e di bastonature non ce ne fu bisogno. Forse capì troppo l’Italia, allora dannunziana, che sentiva il bisogno di sogni e non di verità, e per questo non fu mai amato in patria.

“È vero che gli italiani vanno protetti, soprattutto però da loro stessi”.

Per lui, non I promessi sposi o Il gattopardo, ma bensì Bertoldo e Pinocchio sono i veri romanzi italiani. Ritenendosi sempre uno scettico, l’unica istituzione in cui si identificò fu la Società degli apoti, da lui idealizzata. A tale società ideale apparterrebbero “coloro che non se la bevono”, che sono al di sopra della parti, alla ricerca della verità.

La copertina dell'Ideario di Prezzolini illustrato da Leo Longanesi per le edizioni de "Il Borghese"

La copertina dell’Ideario di Prezzolini illustrato da Leo Longanesi per le edizioni de “Il Borghese”

La sua pubblicazione come scrittore è numerosissima. Il suo è uno stile chiaro, asciutto, mirante all’essenziale. La sua prosa , lontana dai lirismi di Papini, è spesso scarna e castigata. Ma efficace. Tra le sue opere fondamentali troviamo il già citato Codice della vita italiana, il Manifesto dei conservatori, l’Ideario, la Vita di Nicolò Machiavelli fiorentino (la più popolare delle sue impopolari opere) e la straordinaria storia nazionale L’Italia finisce. Ecco quel che resta. Non ultimo il suo Dio è un rischio. Non scrisse mai romanzi.
Visse per anni negli Stati Uniti pur non avendo in grande considerazione la democrazia che riteneva “la parificazione degli sporcaccioni ai galantuomini”. Indro Montanelli andò a trovarlo per un’ambasciata nella soffitta di New York, in cui nel secondo dopoguerra si era rintanato, per proporgli di collaborare a “Il Borghese”, una nuova rivista ideata da quel genio che fu Leo Longanesi. Accettò subito e volentieri l’offerta.

Leo Longanesi ritratto da Mario Damiani per la rivista "Il Bestiario degli italiani"

Leo Longanesi ritratto da Mario Damiani per la rivista “Il Bestiario degli italiani”

Di tanto in tanto fece ritorno nel Bel Paese per le vacanze, allacciando rapporti con quotidiani italiani come “La Nazione” e “Il Resto del Carlino” con cui collaborò alcuni anni, pagato poche lire. Lasciati gli Stati Uniti si stabilisce a Vietri sul Mare, sulla costiera amalfitana. Nel 1968, abbandona nuovamente l’Italia per la Svizzera, andando a vivere a Lugano. Quando qualcuno gli chiese le ragioni di questo secondo espatrio rispose:

“Dovete capire che un uomo della mia età ha bisogno di un luogo dove i sì siano dei sì e i no dei no, non degli eterni ni”.

Tredici giorni prima del suo centesimo compleanno, Il 14 gennaio del 1982, Giuseppe Prezzolini venne ricevuto al Quirinale per essere premiato con la Penna d’Oro dal Presidente della Repubblica di allora, Sandro Pertini. Quando il Presidente, sul finire della cerimonia chiese allo scrittore perché non tornasse a vivere in Italia, Prezzolini replicò:

“Stia tranquillo presidente! In Italia ci vengo tutti i giovedì a comprare la verdura” [alludendo alle brevi puntate che da Lugano faceva per far spese oltreconfine].

Riuscì a vivere un secolo pieno. Un secolo di avanguardie, di guerre mondiali, di fughe, di sogni e di illusioni, di ritorni inaspettati e di nuovi esili amari. Ma nonostante ciò, come italiano fu un dimenticato.

Giuseppe Prezzolini ritratto da Giorgia Visani per la rivista "Il Bestiario degli italiani"

Giuseppe Prezzolini ritratto da Giorgia Visani per “Il Bestiario degli italiani” numero 1

Morì pessimista come era nato, il 14 luglio del 1982. Nel suo Diario degli ultimi anni infatti si legge:

“Non c’è niente da fare: veniamo dal nulla, siamo nulla e andiamo verso il nulla”.

Ma noi, meno pessimisti di lui, preferiamo immaginarcelo, ora, a capo della Società degli apoti. Al di sopra di tutti, al di sopra di tutto.


Articolo apparso sul numero 1 de “Il Bestiario degli italiani”.