Roma. Inizio anni Cinquanta. Un uomo distinto, ingrigito e curvo, invecchiato precocemente, cammina pensoso per le vie del centro storico. All’improvviso, un giovane gli si avvicina, lo identifica e gli consegna un poderoso schiaffo. “Traditore!” è il grido che accompagna il gesto. Il tutto dura un attimo: l’eroico virgulto scappa, l’intontito passeggiatore si riassesta, allontana le premure di chi ha prestato soccorso e riprende la passeggiata. La piccola folla non l’ha riconosciuto: in quell’Italia ancora provata dalla guerra, nessuno vuole o può più pensare a lui, Giuseppe Bottai, l’uomo migliore del Fascismo.

Nasce a Roma il 3 settembre del 1895, da Luigi, toscanaccio ateo e repubblicano, ed Elena. I Bottai hanno una salda tradizione politica: Luigi riunisce spesso e volentieri i suoi amici mazziniani in casa, mentre  a Parma lo zio Alfredo frequenta i socialisti e i sindacalisti rivoluzionari, tra cui un giovane agitatore di Predappio, tal Benito Mussolini. Forse per rifiuto, forse per istinto, alla politica però il giovane preferisce la letteratura e la poesia. Nella quieta Roma fin de siecle, dove il decadentismo umbertino è ancora evidente, il diciannovesimo secolo, con i suoi abbagli, finirà nel 1914. Al liceo le illusioni letterarie divampano, insufflate dall’amore nascente verso Cornelia, futura sposa, a cui dedica quattro quaderni da perfetto innamorato dannunziano. Chiuso, taciturno, legge molta letteratura e filosofia;  si iscrive a Giurisprudenza, prefigurandosi una tranquilla vita borghese. La Storia, però, è d’avviso contrario: l’incendio che brucia l’Europa dilaga anche in Italia, e il dibattito sull’ingresso nel conflitto esplode nel 1915. Come gran parte della sua generazione, Bottai è influenzato dalla mitologia del Risorgimento e dal culto dell’azione. Trovata la scintilla, di nome D’Annunzio, quella gioventù ingenua e romantica trascinerà nel bagno di sangue continentale la nazione, gettandosi a capofitto nell’inferno delle trincee. Il sottotenente volontario Giuseppe Bottai vive tutta l’epopea della Grande Guerra, prima come mitragliere poi come Ardito. È nei Reparti d’Assalto che vive il travaglio morale di Caporetto: tra le bombe a mano e i pugnali sviluppa una crisi spirituale che lo porterà irriconoscibile tra le braccia della politica, una volta smobilitato.

Tornato nell’Urbe, giovane studente universitario con molte medaglie al petto e quattro anni di conflitto alle spalle, fatica come milioni di ex combattenti a tornare al mondo borghese, quieto ingranaggio della società liberale incapace di sfruttare la Vittoria, fin da subito mutilata. L’incontro tra i reduci delusi e il movimento fascista non può che essere inevitabile, calamitato dal carisma personale di Mussolini e dalla voglia generale di impedire ai socialisti di “fare come in Russia”. Bottai conosce personalmente il futuro duce già nell’aprile 1919, folgorato dai modi e dalle capacità del capo. Dai giornali futuristi, dove scrive più per necessità che per fede, grida le sue invettive contro la borghesia, i socialisti, la monarchia, gli arricchiti di guerra. La sua lucidità d’analisi, unita a una cultura non comune, viene notata fin d’allora nel fascismo romano. Intuita la decadenza del futurismo marinettiano, Bottai matura la scelta di trasmigrare nel Fascismo: sarà lui a organizzare le prime squadre d’azione capitoline, divenendo un ras come Dino Grandi, Italo Balbo, Roberto Farinacci. Il 1921 è l’anno decisivo per la sua ascesa entro le gerarchie del Partito: corrispondente per il Popolo d’Italia, entusiasma Mussolini per la chiarezza, la bravura e l’originalità degli articoli, tanto da venir nominato primo candidato a Roma  del “Blocco Nazionale” alle elezioni di quell’anno. 99.819 voti lo premiano come uno dei più giovani deputati d’Italia. Da questo momento, la figura di Bottai diviene sempre più importante: comanda una colonna durante la Marcia su Roma, e, iniziato il Ventennio, fonda il 15 giugno del 1923 Critica Fascista. “Facciamo una rivista perché abbiamo bisogno di affermare delle idee: di fatti ce ne sono già stati troppi.

“Una rivista che nasce per dare al Fascismo un supporto ideologico e culturale, per contribuire a “creare quella classe nuova di dirigenti di cui il Fascismo ha urgentemente bisogno per sostituire l’antica”.

I giovani sono soggetto e oggetto della missione di Bottai, affinché la forza critica della Rivoluzione sia sempre mantenuta vitale e forte dalle energie esuberanti della giovinezza. Purtroppo, gran parte dei Proponimenti del primo editoriale rimarranno illusioni irrealizzate, bloccate e uccise “dall’autoritarismo anchilosante e anemizzante che alcuni fedeli minchioni ritengono essere l’ultima parola in fatto d’ordine”. Conquistato il potere, secondo Bottai il Fascismo deve rinnovarsi e migliorarsi: la battaglia revisionista, impostata dalle pagine di Critica, evidenzia le tare di un movimento fragile, troppo ancorato a Mussolini, incapace di elaborare un corpus dottrinario netto e preciso. Il revisionismo avrebbe portato, secondo Piero Gobetti, a un fascismo intelligente, e in questo senso le menti migliori, fasciste e non, si spesero affinché l’istanza di rinnovamento fosse accettata dal Partito. Come sempre, però, decise Mussolini, accontentando tutti e non risolvendo nulla: per il duce è necessario durare, indipendentemente dal come. Persa l’occasione revisionista, lentamente Bottai sposta il suo campo d’interesse: nel 1926, a trentun anni, è nominato Sottosegretario al Ministero delle Corporazioni, creato lo stesso anno nell’ottica di rivoluzionare l’economia italiana. Cardine del corporativismo è la proposta di superamento della dialettica Capitale-Lavoro tramite l’azione indiscutibile e conciliatrice dello Stato. Ogni categoria professionale è rappresentata da una corporazione, nella quale lavoratori e imprenditori devono autoregolarsi, con l’ausilio del Partito. Presente fin dalle origini del Fascismo, era una teoria eclettica e complessa, oscillante tra una sincera proposta rivoluzionaria e un mero tentativo reazionario di controllo delle classi lavoratrici. Bottai sarà sempre più propenso alla prima interpretazione: per lui lo Stato corporativo è fondato, in definiva, sull’individuo che “vuole diventare stato, affermare le proprie capacità e costituirsi come stato”. Interessandosi direttamente degli interessi sociali e individuali, il Regime ristabiliva “il predominio del principio politico-statale su qualunque forma particolare classista (…) potenziando le libertà dell’individuo ampliandone  la sfera attiva fino alla collaborazione con l’autorità dello stato”. Il suo contributo alla costruzione del corporativismo e al progresso sociale delle classi lavoratrici si fa da subito evidente: la Carta del Lavoro del 1927 segna un passaggio fondamentale per quanto concerne il ruolo dello Stato nel processo economico, a difesa del Lavoro e dell’interesse collettivo.

Il crollo di Wall Street e la conseguente Grande Depressione sembrano confermare, in Italia e nel Mondo, la certificazione del fallimento capitalistico e la validità della terza via fascista: in realtà, la rivoluzione concepita da Bottai viene sminuita e demoltiplicata dall’aperta ostilità dei grandi gruppi industriali e dall’incertezza di Mussolini, ancora non sufficientemente forte per slegarsi dal grande Capitale italiano. Gli ultimi lampi della fiamma corporativa brillano al Convegno di Ferrara del 1932, dove il prestigio e la potenza del giovane ministro raggiungono l’apice: nell’Italia già incasermata da Starace, si riuniscono oltre 600 studiosi per discutere le tesi del Corporativismo, in un clima di libertà e indipendenza critica mai più raggiunto in tutto il Ventennio. Ultimi scampoli di una splendida primavera: il 20 luglio di quell’anno Mussolini, insufflato dai plutocrati nazionali, avoca a sé il Ministero delle Corporazioni, licenziando Bottai. Da quel giorno il corporativismo diverrà via via una chimera pronta all’uso della propaganda di Regime, incapace di riprendere quello slancio e quella lucida originalità che l’aveva portato all’attenzione internazionale. Bottai attraversa, con soldatesca dedizione, gli anni Trenta, nonostante non svolga più un ruolo di primo piano nel Regime: Presidente dell’Istituto Nazionale Fascista per la Previdenza Sociale, Governatore di Roma e Addis Abeba, combattente nella Guerra d’Etiopia, Ministro dell’Educazione Nazionale. In questi ruoli di secondo piano introdurrà novità essenziali: la tutela delle Belle Arti, l’unica legge organica sull’edilizia urbana, la Carta della Scuola, la parziale unificazione della scuola media, non rinunciando mai a svolgere una salutare critica interna al Fascismo, rimanendo tuttavia sempre più isolato. Cadrà vittima della propria efficienza applicando nelle scuole e nelle Università, per primo e spietatamente, le infami Leggi Razziali nel 1938, pur non essendo mai un sostenitore delle follie razziste provenienti da Berlino. Negli anni dell’Asse e della guerra mondiale, su Critica Fascista e sulla nuova, splendida rivista letteraria Il Primato condanna il totale asservimento dell’Italia al Reich hitleriano, assistendo inorridito alla progressiva nazistificazione del paese, non risparmiando Mussolini, divenuto “una centrale elettrica che illumina una sola lampadina”. 

Tra il 1941 e il 1943 crollano, una dopo l’altra, i compromessi e le ambiguità di vent’anni: Bottai è lacerato dalla tragedia del disastro bellico, conscio delle responsabilità sue e di tutta una generazione, incapaci di superare il mito del Duce e rinnovare il Fascismo. Nel luglio del 1943, insieme a Ciano, Grandi e altri gerarchi è ormai conscio della disfatta del paese: la notte tra il 24 e il 25 lo vede tra i protagonisti della crisi e del crollo del regime mussoliniano. Clandestino nella Roma occupata dai tedeschi, condannato a morte in contumacia per tradimento dalla RSI, compie la sua catarsi morale combattendo i tedeschi con la Legione Straniera francese. A guerra finita, si ritira in disparte, cercando un impossibile ruolo politico nell’Italietta democristiana di De Gasperi. Non rinnegherà mai il Fascismo fallimento di uomini, non di sistema, né tantomeno accetterà mai la nomea infamante di traditore: “Italia e Fascismo non  erano per noi i due corni d’un tormentoso dilemma. Lo erano divenuti invece Italia e dittatura, Italia e partito: non potevamo non scegliere, da fascisti, di servire la Patria piuttosto che la parte. E d’aver così scelto, ne ho oggi una pacata fierezza.”