Nacque a Firenze nel 1881 e vi morì nel 1956, un anno prima di Longanesi. Egli fu giornalista, scrittore, filosofo, poeta, aforista, animatore culturale e agitatore politico. Fu nazionalista, futurista, filo-fascista, ateo e anticlericale, per poi convertirsi alle religione cattolica. Passò da Nietzsche a Gesù, percorso che si può riassumere nelle rispettive e simboliche opere Un uomo finito del 1913, esistenziale e giovanile autobiografia, e Storia di Cristo del 1921, con cui proclamò ufficialmente la sua conversione al cattolicesimo. Ed è forse proprio nella sua riscoperta spirituale che si può spiegare il suo antisemitismo, probabile percorso nel solco di una certa tradizione cristiana che vede negli ebrei gli assassini di Cristo.

Il gruppo di giovani futuristi (da sinistra): Aldo Palazzeschi, Carlo Carrà, Giovanni Papini, Umberto Boccioni e Filippo Tommaso Marinetti

Il gruppo di giovani futuristi (da sinistra): Aldo Palazzeschi, Carlo Carrà, Giovanni Papini, Umberto Boccioni e Filippo Tommaso Marinetti

Lettore onnivoro e scrittore frammentario, dallo stile aggressivo e dissacrante, nelle sue opere ha sempre cercato di scavare nei meandri più oscuri della natura umana, per metterla a nudo e sbatterla in faccia al mondo, come un pugno. È infatti noto per le sue innumerevoli stroncature. La sua natura è sempre inquieta, altalenante, trasformista. Fu amico e sodale di Giuseppe Prezzolini, l’anarco-conservatore, con cui fondò insieme le più innovative riviste culturali del Novecento italiano quali “Leonardo”, nel 1903, e “Lacerba”, nel 1913. Insieme a Giovanni Amendola fondò la rivista teosofica “Anima” nel 1911 e l’anno dopo prese la direzione de “La Voce” fondata da Prezzolini. Fu la rivista culturale che non ebbe più eguali nella storia del Novecento italiano, dalla quale uscirono il meglio del fascismo e dell’antifascismo.

“Quando mi domandano che cosa mi ha colpito di più nel mio ritorno in Italia, rispondo senza esitazione: Papini. Papini è la cosa più grande che ci ho trovato”.
Giuseppe Prezzolini

Giuseppe Prezzolini mentre sfoglia un’antologia de “La Voce” nel suo studio.

Fu amico e collaboratore, tra gli altri già citati, di Marinetti, Soffici, Malaparte, Serra e Palazzeschi. Collaborò anche alle riviste “Hermes” di Borges e al “Regno” del nazionalista Corradini. Da giovane inquieto, non poteva sopportare “l’Italietta” giolittiana nella quale si trovò a vivere. Giolitti era ai suoi occhi un vecchio e pavido borghese (il primo Presidente nella Storia d’Italia a non aver preso parte ai moti unitari). Quell’Italia stanca, mediocre e senza alcun sogno di grandezza non faceva per lui. La sua vita doveva puntare in alto. Il suo destino quello di guidare gli uomini e lasciare il suo nome impresso nella Storia. Fu interventista. Ma non poté partecipare in prima persona alla Grande Guerra a causa dei suoi problemi di vista che, in vecchiaia, lo porteranno alla quasi totale cecità, destino comune al filosofo Nietzsche, a lui tanto caro. La sua trincea fu la carta stampata e la sua battaglia fu tutta culturale: una vera e propria bomba carta.

Logo_Leonardo

Il logo della rivista “Leonardo” fondata da Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini

Papini è considerato il capo del primo Sturm und Drang italiano. A lui e Prezzolini si devono l’importazione in Italia di intellettuali come il sindacalista rivoluzionario Sorel, e i filosofi Bersgon e James. Benedetto Croce fu invece il suo nemico più temibile. Inveì contro i liberali, i socialisti e i preti. Si mosse là dove vi era fervore. Un estremista nato. Si autodefinì “l’uomo che non accetta il mondo”. Il suo pensiero è ricollegabile alla corrente reazionaria, conservatrice e antidemocratica del primo Novecento Italiano. Con le sue riviste ha influenzato filosofi della portata di Julius Evola. Sempre fiero del suo viso dai tratti demoniaci, Papini è uno di quegl’uomini a metà tra il diavolo e l’acqua santa. Da feroce iconoclasta divenne un fervente cattolico, senza mai smettere di essere un mangiatore di preti. Amò Dante e Machiavelli, Michelangelo e, poi, Sant’Agostino. L’autore di Chiudiamo le scuole rifiutò più volte le cattedre offertegli come accademico di Italia, fino a quando finì per accettare, nel 1937, la direzione dell’Istituto di Studi sul Rinascimento. Non aderì né alla RSI né alla Resistenza. Fece l’apota, come il suo amico Prezzolini. Nel 1938 firmò, tra gli altri, il “Manifesto della Razza”. Quando rimane fedele a se stesso, trincerato sulle sue posizioni, sorprende. Quando aderisce a una qualsivoglia “chiesa”, delude. Eccezione fatta per la Storia di Cristo, grande opera letteraria dall’immediato successo, sia in Italia che all’estero.

Nuovo documento 2017-04-09

L’ultima edizione (2007) Vallecchi de La Storia di Cristo di Giovanni Papini, opera molto apprezzata da Joseph Ratzinger

“Papini ha esercitato tutti i mestieri, per poi sporcificarli tutti: il filosofo, per concludere che la filosofia è una specie di cancrena al cervelletto, il cattolico, per incenerare l’universo con un appropriato dizionario, il letterato, per sancir da ultimo che della letteratura non sappiamo che farcene. Ciò non toglie che Papini non si sia conquistato un posticino nella storia della letteratura dentro il capitolo i “polemisti'”.
Antonio Gramsci

La sua produzione letteraria è vasta. Ottima quella giovanile, calante quella in età adulta, si riprende in vecchiaia. Se belle e innovative furono le prime pubblicazioni, vi sono nella sua produzione opere di basso livello, atte a compiacere il regime; una su tutte Italia mia, squallida opera di retorica nazional-fascista. Decisamente migliore fu l’originale romanzo nichilista Gog del ‘31, personaggio sul quale ritornerà vent’anni dopo con il seguito Il libro nero, e, più o meno sulle stesse corde, con Concerto fantastico nel ‘54. Se Un uomo finito è l’opera più rappresentativa della prima vita di Giovanni Papini, le due opere incompiute Rapporto sugli uomini e Giudizio universale, uscite postume, lo sono dell’età più tarda. In esse tentò a più riprese di elaborare una sorta di dizionario affabulatorio in cui raccontare le vicende umane, senza pietà e pudore alcuno.

“Mi sembra che nessuno abbia avuto il coraggio di dire agli uomini tutta la nuda, cruda, crudele verità sulla vita e natura loro.”

Image

La copertina dell’edizione francese di Gog, forse la più bella e significativa mai pubblicata

Suscitò scandalo l’uscita de Il Diavolo nel ‘53, opera complementare e speculare alla Storia di Cristo del ’21.

“Il Diavolo, dunque, è un agente di Dio, riconosciuto da Dio: qualcosa di simile a un investigatore e a un pubblico accusatore. Si direbbe quasi, un procuratore del Re del Cielo”.

Paradise_Lost_12

La caduta del Diavolo nell’illusrtazione di Gustave Doré per il Paradise Lost di Milton

In quest’opera, viene ripercorsa tutta la storia dell’angelo cacciato dal Paradiso, così simile alla parabola della vita dell’autore che, nel secondo dopoguerra, fu ostracizzato e ignorato dalla cultura ufficiale. Secondo Papini, Dio, avrebbe dovuto riprendere il Diavolo e tutte le creature dell’Inferno, accettandole in Paradiso, dimostrando così, col perdono, la sua enorme bontà cristiana. E altrettanto ingiusti saremmo noi, uomini d’oggi, a non perdonare a quel diavolaccio di Papini i suoi peccati, le sue cadute e le sue insubordinazioni arroganti e prepotenti. Non possiamo far altro che accoglierlo nel nostro piccolo angolo di Cielo azzurro, per sottrarlo alle rosse fiamme dell’Inferno, dove fu relegato.


Articolo comparso sul numero 0 de “Il Bestiario degli italiani”.