Siamo nel 1911. L’Italia sta attraversando un periodo di crescita intensa e di caotico sviluppo economico, stiamo abbandonando la nostra atavica arretratezza per intraprendere timidamente ma irrevocabilmente la via dell’industrializzazione, seppur tra mille ostacoli; così almeno ci raccontano gli storici. È stato da poco festeggiato il Genetliaco della Nazione, ovvero il cinquantesimo anniversario dell’unificazione sabauda dell’Italia; il clima morale del Paese è però decisamente sconfortante. La Penisola è come paralizzata, impastoiata e rallentata nei riflessi dal positivismo e dal materialismo volgare imperanti, giace con lo sguardo rivolto verso il basso, senza ideale, abbrutita nell’accumulare quattrini oppure nel cercare qualcosa da mettere nello stomaco. I socialisti riformisti milanesi, i veri padroni del partito del proletariato, non hanno seppellito da molti anni Antonio Labriola, morto nel 1904, e anche Andrea Costa, il Patriarca del nostro Socialismo, è spirato da appena un anno; eppure tra loro c’è chi teorizza l’accordo tra operai settentrionali e capitalisti del Nord, mentre le masse contadine, specialmente del Sud, sono praticamente abbandonate a loro stesse, organizzate qua e là a macchia di leopardo da qualche esiguo tribuno del popolo, spesso in contrasto con il Partito. I sindacalisti rivoluzionari, in larga parte meridionali, sono stati espulsi dal P.S.I. nel 1908 e pur essendo i più sinceramente devoti alla causa dei lavoratori e dell’unità tra gli sfruttati di ogni area geografica del Paese, sono sempre più isolati, vittime del potere e delle loro stesse interne contraddizioni. Il liberalismo giolittiano, una sorta di liberalismo di sinistra, detiene le redini della cosa pubblica e governa le coscienze, ma forse attraverso i misfatti dei mazzieri si spinge a fare anche qualche cosa di più e di peggio, sotto la guida dell’Uomo di Dronero, il Ministro della malavita di salveminiana memoria. Oggi come non mai viviamo in una società dominata culturalmente da una forma di liberalismo di sinistra, globalista e post-moderno, sovrastruttura ideologica del capitalismo assoluto-totalitario dell’epoca della globalizzazione, così ben descritto da Diego Fusaro. Eppure anche nel 1911 il liberalismo si presentava con il medesimo suo volto di sempre: la maschera della arroganza e della supponenza, dell’irrisione e dell’immotivato senso di superiorità nei confronti dei sostenitori di dottrine politiche ed economiche alternative, dissidenti ed eretiche rispetto al Pensiero Unico dominante, elargitore della Verità rivelata. Frattanto, l’aedo del liberalismo in salsa filosofica, Benedetto Croce, in una intervista rilasciata a La Voce il 9 febbraio di quello stesso anno, decretava “la morte del socialismo” con queste parole:

“Il socialismo? Credo che sia morto. E credo che converrebbe proclamarne la morte, non foss’altro per impedire a tanti ciarlatani di far finta di crederlo ancora vivo e vegeto, e per togliere molte brave persone dal penoso bivio in cui si trovano, o di rendersi colpevoli d’ipocrisia, simulando una fede che non è più nei loro animi, o, se si sottraggono a questa ipocrisia, di essere accusati come fedifraghi”.

Il senso comune, padre della spudorata menzogna, indica il regime liberale come il migliore dei regimi politici, il più aperto, il più tollerante, il più dialogante. Oggi come allora molti ci cascano. Ma ci sono sempre un attimo, un gesto, una smorfia saccente e denigratoria da parte del Potere che, una volta che siano colti, consentono di smascherarlo. Ecco che si presenta il caso. Siamo all’8 aprile 1911: Giovanni Giolitti è Presidente del Consiglio dei Ministri e ha varato il suo Quarto Ministero, che durerà fino al 1914. Il Renzi della situazione interviene in chiusura del dibattito sulle dichiarazioni del governo alla Camera dei Deputati e tra le altre cose, afferma:

“Sono passati otto anni dalla proposta di collaborazione al governo fatta a Turati, il Paese ha camminato innanzi, il Partito Socialista ha moderato assai il suo programma. Carlo Marx è stato mandato in soffitta”.

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Giovanni Giolitti a suo tempo

Apriti cielo! Ilarità, grida, proteste, il dibattito si blocca. I socialisti rivoluzionari non ci stanno. La morte del marxismo, Marx in soffitta… Per rinfocolare l’interno dissidio nel Partito Socialista non ci voleva altro: quell’affermazione suonava come una sfida, urtava il sentimento politico e il patriottismo di partito di molti socialisti. Ah, è così! Molti pensarono che a questa provocazione bisognasse rispondere e reagire con una azione altrettanto provocatoria. All’indomani di quel voto parlamentare comparve con grande tempestività un nuovo foglio socialista, organo della “frazione rivoluzionaria intransigente”: si chiamava La Soffitta e si proponeva di replicare a Giolitti e a Croce rimuovendo e mutando la situazione interna e la direttiva esterna del partito. Direttori della nuova rivista furono nominalmente Costantino Lazzari e Giovanni Lerda, ma fu quest’ultimo che si accollò il ruolo del direttore effettivo e dell’animatore instancabile dell’iniziativa. Giovanni Lerda nacque a Fenestrelle, presso Pinerolo, il 29 settembre 1853. All’età di tredici anni scomparve suo padre e il gravissimo lutto obbligò il ragazzo a rinunciare precocemente agli studi. Trasferitosi a Torino, trovò occupazione in una libreria e venne di lì a poco assunto come impiegato dalla Casa Editrice Bocca, molto nota in quegli anni, riuscendo a scalare le vie gerarchiche fino a divenirne direttore nel 1880. In quegli anni egli visse in stretta contiguità con gli ambienti del mondo intellettuale e dei ceti colti del capoluogo subalpino, costruendo relazioni e rapporti che saranno decisivi per lui in futuro. Si avvicinò al movimento socialista e nell’aprile 1891 fondò con Pio Schiapparelli il giornale Il Ventesimo Secolo, organo della Lega Democratica Sociale, primo embrione della sezione torinese del Partito dei Lavoratori Italiani (Partito Socialista dal 1893) di cui fu candidato alle elezioni politiche del 1892. Nel 1893 Genova divenne la sua città e fu proprio in Liguria che Lerda acquisì e precisò le sue doti di grande agitatore e propagandista degli ideali socialisti, focalizzando i suoi studi sul tema delle condizioni materiali del proletariato genovese e sul decentramento amministrativo. Provvedimenti repressivi e forme di controllo e vigilanza sempre più pressanti nei suoi riguardi andarono di pari passo con il suo ruolo sempre più crescente all’interno del Partito, prima come membro del comitato regionale ligure dal 1896, poi in qualità di esponente del comitato nazionale socialista dal febbraio 1898.

I moti del maggio di quell’anno unitamente allo stato d’assedio proclamato a Milano lo spinsero a cercare riparo in Svizzera come accadde a molti altri socialisti, ad esempio Giuseppe Rensi. Lerda vi rimase fino all’aprile del 1899. La polemica con il revisionista riformista tedesco Edouard Bernstein tra il 1896 e il 1897 lo aveva frattanto messo in luce nel movimento socialista internazionale e gli procurò la fama di socialista rivoluzionario. Ma il rivoluzionarismo di Lerda si distinse fin da subito sia dall’ortodossia marxista scolastica sulla scia di Karl Kautsky sia da quella “non scolastica ma rigorosa”, per usare l’espressione di Antonio Labriola e dei suoi seguaci. Giovanni Lerda fu invece uno dei precursori del revisionismo marxista in Italia; soltanto che, rispetto al revisionismo riformista e sostanzialmente filo-borghese, filo-istituzionale e conciliatorio nei confronti del capitalismo propugnato in Europa dal succitato Bernstein e dai suoi vari allievi delle diverse nazioni, Lerda si proponeva una revisione in senso rivoluzionario del socialismo e del marxismo: una finalità che con esiti divergenti si proposero altre personalità socialiste come Georges Sorel e Benito Mussolini. Nel saggio Il socialismo e la sua tattica (1896) egli mise in guardia da coloro che, interpretando in modo troppo rigido il materialismo storico, credevano che le trasformazioni sociali si producessero fatalmente e che la logica potesse determinare la Storia. La sola cosa che si poteva affermare secondo il rivoluzionario italiano era l’avvento prossimo di una rivoluzione, ma non si poteva dire come sarebbe stata. Nell’attesa, e come preparazione della rivoluzione, occorreva rinsaldare la coscienza socialista delle masse operaie, evitare l’imborghesimento dei quadri del partito e qualunque alleanza con altri partiti, non sopravvalutare l’importanza dell’azione parlamentare, rafforzare la lotta di classe tralasciando di incorporare le classi medie ormai prossime a morire, lottare contro ogni forma di opportunismo politico e basarsi esclusivamente sulla forza del proletariato. Il partito socialista doveva essere consapevole di portare il vessillo di un diritto nuovo, che poteva realizzarsi solo con la distruzione totale della società. Queste tesi colpirono favorevolmente il solitario di Boulogne; infatti Sorel l’anno successivo, in un articolo apparso su Le Devenir Social, scrisse:

“È da dispiacersi molto che Lerda non abbia sviluppato più ampiamente questa teoria, la cui importanza filosofica non sfugge a nessuno. L’autore italiano trae, infatti, dalla concezione morale del socialismo dei principi che non si troverebbero facilmente per altra via. L’interesse e l’originalità delle teorie affrontate da Lerda sono grandissime; c’è da sperare che l’autore si deciderà, un giorno, a darne una esposizione completa e originale”.

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« La questione sociale s’impone; molti si son dedicati ad essa e studiano alacremente per risolverla. Anche l’arte non dev’essere estranea a questo movimento verso una meta che è ancora un’incognita ma che pure si intuisce dover essere migliore a petto delle condizioni presenti » Giuseppe Pellizza da Volpedo

Dal 1902 al 1906 Lerda strinse alleanza con Enrico Ferri, dal quale si aspettava la difesa e lo sviluppo degli ideali rivoluzionari nel Partito a scapito del riformismo turatiano; ma, rimanendo profondamente deluso nelle sue aspettative, durante il IX° Congresso Nazionale del PSI svoltosi a Roma tra il 7 e il 10 ottobre 1906, egli diede vita ad una propria tendenza dei “socialisti rivoluzionari-intransigenti”, ribadendo il principio della lotta di classe e il rifiuto verso ogni alleanza spuria e “bloccarda”, respingendo ogni ipotesi di ministerialismo. A differenza dei sindacalisti soreliani gli intransigenti si batterono per la difesa esplicita del ruolo del Partito in funzione rivoluzionaria e questa fu una battaglia in cui essi stabilirono la priorità dell’organizzazione politica rispetto alle organizzazioni economiche di resistenza. Grande importanza inoltre aveva per Lerda il tema della “educazione socialista delle masse”; al Partito spettavano compiti pedagogici oltre che strettamente politici. L’opposizione senza requie alla borghesia sfociò qualche anno dopo proprio nell’esperienza della rivista La Soffitta; essa usci dal 1° maggio 1911 al 20 luglio 1912. Principali collaboratori furono Alceste Della Seta, Francesco Ciccotti, Osvaldo Gnocchi Viani, Arturo Vella, Elia Musatti, Angelica Balabanoff, Giacinto Menotti Serrati. Della Seta sul primo numero spiegava ironicamente il titolo del nuovo giornale:

“Noi che non approviamo l’andata dei socialisti al Quirinale, noi dobbiamo con Carlo Marx rifugiarci in soffitta… Marx sa che con lui si rifugiano uomini che hanno saldo cuore nelle loro convinzioni e giovani che cercano il trionfo della nostra causa nelle vecchie vie del socialismo”.

Gnocchi Viani affermava che “i rivoluzionari intransigenti vogliono essere i Puritani del Socialismo”. Accanto a questi vecchi fondatori del partito, partecipi delle sue prime battaglie, predominava nel giornale una specie di generazione di mezzo, con Arturo Vella, Francesco Ciccotti e lo stesso Lerda. Inoltre c’erano i giovani, come ad esempio Mussolini, il quale non partecipava in quella fase al dibattito delle idee e si teneva arroccato e quasi in disparte, proponendo come unica soluzione alla crisi socialista la scissione e la rottura irrevocabile con i riformisti. Nessuno però si spingeva così in là, tanto più che proprio tra il XII° Congresso Nazionale di Modena del 15-18 ottobre 1911 e il XIII° Congresso Nazionale di Reggio Emilia del 7-10 luglio 1912, gli intransigenti rivoluzionari riuscirono a conquistare la maggioranza del partito. Eppure nonostante ciò Giovanni Lerda manifestava forti segnali di irrequietezza nel corso della vita del giornale per la sua propensione già ricordata ad una revisione rivoluzionaria dei postulati socialisti, un’esigenza spirituale che lo isolava dai suoi compagni rivoluzionari in maggioranza più tradizionali ed ortodossi sul piano teorico.

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Monumento a Giovanni Lerda in Liguria

All’indomani di Modena, sul numero del 29 ottobre 1911, egli apriva una discussione sulla piattaforma ideale e programmatica della frazione. Di contro al “socialismo pratico, frammentario, localista, corporativista e parlamentare” dei riformisti egli invocava “la necessità di una revisione”. Lerda affermava di non credere “ai dogmi e alle formule, neppure a quelle del cosiddetto socialismo scientifico”. “Credo alla vita che è movimento”, aggiungeva; e in queste espressioni era evidente l’influenza del moto volontarista, attivista, neo-idealista e bergsoniano del principio del secolo. Respingendo sia l’empirismo dei riformisti che ogni forma di dogmatismo evidentemente egli ne constatava la presenza nel suo stesso campo: “sono un solitario che in molte questioni ed apprezzamenti sente diversamente e dai rivoluzionari e dai riformisti”. Dopo l’esaurirsi della iniziativa editoriale successivamente a Reggio Emilia, il sentimento e la percezione testé descritti si acuirono e Lerda iniziò un processo di allontanamento dai suoi compagni rivoluzionari, sia da quelli orientati più tradizionalmente come Serrati sia da quelli più spregiudicati e vicini a posizioni revisioniste rivoluzionarie come Mussolini. Fu proprio quest’ultimo che, ormai dirigente influentissimo del Partito nonchè direttore dell’Avanti!, propose e fece approvare un ordine del giorno al XIV° Congresso Nazionale del PSI tenutosi ad Ancona tra il 26 e il 29 aprile 1914, il quale sanciva l’assoluta incompatibilità tra l’appartenenza alla Massoneria e quella al Partito. Lerda visse questo momento come un gravissimo affronto personale e accusò di slealtà il gruppo dirigente socialista ma non si volle piegare e preferì rimanere nel Grande Oriente d’Italia piuttosto che nel partito dei lavoratori, pur ribadendo la propria fede politica, la quale “non abbisogna di una tessera”, disse.

Lo scoppio della prima guerra mondiale lo vide allinearsi al fronte interventista e lo innalzò ad essere uno dei punti di riferimento dei gruppi socialisti dissidenti. Di uno di essi, avente sede a Milano, fu nominato segretario nel gennaio 1917, mentre nel febbraio seguente fu eletto insieme con Benito Mussolini per rappresentare tale movimento al congresso dei partiti socialisti dei paesi dell’Intesa, che avrebbe dovuto svolgersi a Parigi e non ebbe più luogo per il precipitare delle vicende belliche e, in particolare, di quelle russe. Nel maggio 1918 Giovanni Lerda fu tra i fondatori dell’Unione socialista italiana, fautrice della «lotta di difesa contro la minacciata egemonia del militarismo austro-tedesco e di liberazione dei confini nazionali» e in cui confluirono molti elementi dell’interventismo di sinistra, democratico e rivoluzionario. Nell’agosto 1918 egli entrò a far parte della sua direzione centrale. Purtroppo fu una organizzazione che ebbe vita grama e breve; fu un vero peccato, perché i suoi militanti erano caratterizzati da un rigore morale e da una passione civile con pochi eguali nella nazione: basti pensare che tra le sue file fece brevemente capolino persino Alceste De Ambris. Alle elezioni politiche del novembre 1919 Lerda si candidò nelle fila di un effimero Partito del Lavoro ma non venne eletto. Durante il biennio rosso 1919-1920 egli polemizzò molto aspramente con i suoi ormai ex compagni massimalisti, attaccandone quel che riteneva essere puro verbalismo e velleitarismo rivoluzionario. Concluse il suo percorso politico aderendo nell’ottobre 1922 al Partito Socialista Unitario Italiano (socialdemocratico e riformista) di Filippo Turati, Claudio Treves, Giuseppe Emanuele Modigliani e Giacomo Matteotti. Trasferitosi infine di nuovo a Torino, sempre vigilato dalla polizia, morì il 17 maggio 1927, mentre stava preparando il proprio espatrio clandestino, ormai insofferente del nuovo corso politico e in aperto contrasto con il Fascismo. Dieci giorni dopo, il 27 maggio, in un discorso tenuto a Torino, Benito Mussolini gli riconobbe l’onore delle armi e, alludendo a lui, pronunciò la frase: “Anche gli intransigenti e gli irriducibili muoiono”. Sotto il suo busto in bronzo che campeggia nella piazza a lui dedicata a Genova Voltri, una epigrafe lo ricorda con queste parole: “Educatore e propulsore di folle”.