Di Giorgio Gaber oggi pare quasi superfluo parlare: il suo nome è ovunque, in moltissimi comprano i suoi Cd, ascoltano le sue canzoni, rivedono i suoi monologhi e fanno proprie le sue citazioni. Eppure è come se una visione d’insieme di Gaber sfuggisse a tutti, come se nessuno volesse vedere l’artista che fu nella sua integrità. Ognuno si ritaglia un Gaber che si attagli alla propria indole, al proprio contesto ed alle proprie idee: allora esiste il Gaber popolare, disimpegnato e scanzonato dei primi anni sessanta, quello di Porta Romana e Barbera e Champagne, quello dei duetti con Jannacci e che appariva sulla Rai ancora in bianco e nero; c’è il Gaber impegnato e militante degli anni settanta, con l’eskimo o il maglione, che cantava le canzoni popolari e intratteneva nei circoli di Lotta Continua; c’è il Gaber provocatorio e geniale degli anni ottanta, che nauseato dalla Tv e disilluso dalla politica si rifugiò nel teatro, lo ibridò con la canzone d’autore e insieme a Luporini ripopolò i teatri e attirò attorno a sé una nicchia eterogenea e dissidente che lo amava e lo seguiva dovunque; c’è il Gaber degli ultimi anni, che assume toni sempre più pessimisti e decadenti, che canta la sua distanza dal mondo moderno e echeggia i toni apocalittici dei francofortesi, in particolare adorniani. Uno, nessuno e centomila Gaber: uno l’icona e la fotografia amata da tutti, centomila le costruzioni, le riduzioni, le semplificazioni che pretendono di ricondurlo ad una parte; nessuno perché in questo marasma di frammentazioni si perde di vista Gaber nella sua unicità, nella sua totalità e nella sua coerenza. Forse Gaber fu davvero più persone, fu “una sola moltitudine”, per usare un’espressione di Fernando Pessoa, uno dei suoi scrittori prediletti, compagno d’inquietudine e le cui citazioni sono disseminate nei testi di Gaber, specialmente di quello “maturo” (l’esempio più celebre è l’allusione ai pessoani “gabbiani ipotetici” e alle “due miserie in un unico corpo” alla fine di Qualcuno era comunista).  

Forse Gaber non può essere ridotto ad uno, si perderebbe la straordinaria varietà delle sue tematiche, delle sue esperienze, delle sue letture-si pretenderebbe di trovare un centro di un personaggio eccentrico, sempre altrove rispetto agli altri e agli schemi prestabiliti. Gaber inizia la carriera giovanissimo, anche se in seguito il suo talento musicale passerà in secondo piano, negli anni sessanta è uno dei migliori bassisti del paese nonché uno dei pionieri del Jazz italiano. Da ragazzo conosce Enzo Jannacci, e le prime esibizioni pubbliche i due le fanno insieme, componendo un duo che si scioglierà per divergenza di percorsi ma che entrambi sogneranno tutta la vita di ricomporre. Jannacci resterà uno dei pochissimi personaggi cari a Gaber nel mondo musicale ed in quello dello spettacolo in genere; collaborazioni significative saranno anche quelle con Battiato, che scriverà la musica di Quando è moda è moda, ma per il resto Gaber non ha grandi rapporti con gli altri grandi cantautori italiani: pressoché indifferente a Vecchioni, De Gregori e Fossati, si vocifera di una forte antipatia reciproca con De André, troppo “allineato” politicamente. Dopo che si separa da Jannacci inizia la sua folgorante e precocissima carriera televisiva: è uno dei primi volti che gli italiani vedono in Tv, partecipa a varie trasmissioni, fa varie comparsate, duetta con Mina; alcune delle sue canzoni, che per ora sono ancora leggere e disimpegnate, che raccontano la febbrile vita quotidiana della Milano del boom, diventano dei ritornelli ascoltati ovunque, e rendono presto Gaber un’icona nazional-popolare, uno dei personaggi più popolari dell’Italia post-bellica (tra le tantissime, Il Riccardo, il Cerutti Gino, Com’è Bella La città, nella quale per la verità si intravede già una critica all’urbanizzazione e all’alienazione cittadina, che sembra echeggiare il Celentano della Via Gluck e soprattutto il Pasolini della “scomparsa delle lucciole”).

Alla fine degli anni sessanta c’è la brusca rottura con la televisione, da cui si vede già la profonda diversità di Gaber con tutti i personaggi mediatici dell’epoca: anziché sfruttare la popolarità conquistata, Gaber se ne andrà stomacato dalla Tv, dai ritmi frenetici, dallo scadimento dei programmi e dalla progressiva mercificazione: addirittura più tardi sconfesserà del tutto il suo passato televisivo, ad esempio sostenendo, ne La Strana Famiglia, che a causa della televisione “stiamo diventano tutti scemi”. Lui, che era stato uno dei primi frequentatori della Tv e uno dei suoi pionieri, se ne andrà da un ambiente che non gli piaceva, rifugiandosi nel teatro e denunciando le storture della “società delle spettacolo” e della comunicazione mainstream: in un’epoca in cui anche i più insospettabili fanno a gara per conquistare un posto in un salotto, promuovere libri e Cd e guadagnare un briciolo di notorietà, un esempio di rettezza e di coerenza invero assai raro. Gli anni settanta sono quelli del Gaber “politico”, ma anche qui occorrerebbe smentire certi luoghi comuni, puntualizzare certi equivoci: Gaber simpatizzò per il Pci ma ne vide anche, con straordinaria lungimiranza, i limiti e  le sue contraddizioni . In Qualcuno era Comunista rivendica quell’esperienza come provocazione nei confronti dei comunisti storici che avevano sconfessato il loro passato dopo la caduta del Muro, per opportunismo e acquiescenza; ma non manca di ironizzare su tante ipocrisie della sinistra, prima delle quali il fatto di predicare liberalità e tolleranza salvo poi aver monopolizzato la cultura italiana in modo pervasivo, ideologico e settario: “Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la musica lo esigeva, la letteratura anche…Insomma, lo esigevano tutti”. Ma la militanza di Gaber fu sempre libertaria e disobbediente, non conobbe l’intransigenza o il fanatismo o il fideismo acritico di certi compagni…Non è casuale che dal Pci Gaber non se ne sia andato in punta di piedi, cercando di non dare nell’occhio, ma nel modo più fragoroso e dirompente possibile: cioè con una canzone coraggiosissima con cui criticava la sinistra istituzionale, partitica ed ortodossa, e le ferree convinzioni dei militanti dietro a cui, a suo dire, si nascondeva solo l’ansia conformistica di essere “di moda”.

La canzone, Quando è moda è moda, è ancora attualissima per certi tic e certi dogmi idioti della sinistra odierna e per il patetico conformismo che li alimenta. Basti ricordare che nella canzone si può sentire: “E anche nell’amore non riesco a trovare la vostra leggerezza, non riesco neanche a improvvisare, o a fare un po’ l’omosessuale, tanto per cambiare. Quando è moda è moda…”. Insomma, Gaber ebbe un rapporto controverso con il Pci, ma non si riconobbe mai in un certo dogmatismo sinistrorso, nella pretesa di essere superiori solo perché si costituisce una maggioranza o comunque una minoranza onnipresente in tutti i canali culturali, mediatici ed editoriali. Che cosa avrebbe detto della sinistra di oggi, in cui la lotta di classe ha lasciato spazio al libertinismo sessuale, la lotta al capitale a quella al fascista immaginario, in cui il pensiero critico ha definitivamente abdicato a favore della “moda”? E’ sempre sleale tentare di strumentalizzare politicamente personaggi che non possono più smentire né difendersi, ma siamo sicuri che Gaber oggi, come somma provocazione e sfregio al conformismo, non si sarebbe scagliato contro questa sinistra con maggiore livore di quanto non fece allora? La fine dell’esperienza politica portò Gaber a rifugiarsi nel teatro, come presto o tardi hanno fatto moltissimi eccentrici e dissidenti della nostra cultura, esiliati o autoesiliati dai canali maggioritari dell’informazione. È inutile cercare di esaurire in poche righe cosa fosse il teatro canzone: sono troppi gli spunti, le provocazioni, le idee geniali e le canzoni memorabili. Basti solo far notare che quelle che molti liquidavano come canzoni leggere, come maldestri tentativi di filosofia spiccia o di divulgazione culturale nascondevano invece citazioni e riferimenti altissimi: si sente Gaber ed è come leggere Pessoa ed Adorno, Cristopher Lasch e Costanzo Preve, Simone Weil e Heidegger. Gaber non si può esaurire in un articolo, né in un colore politico od in un’etichetta. Come tutti i grandi irregolari del pensiero, come tutti i veri dissidenti, la sua eredità è molteplice e variegata: ciascuno prenda di Gaber ciò che più sente proprio, senza la pretesa che il suo Gaber sia il Gaber di tutti. Noi possiamo ascoltarlo per sentire la compagnia di un fratello, un padre, un compagno di pensiero e di vita, ma senza pretendere di far noi compagnia a lui, perché Gaber resta, oggi come sempre “diverso, e quasi certamente solo”.