La biografia di un filosofo è sempre traccia del suo pensiero. Perché non si riduca a produzione, a gioco, a ostentata conoscenza, la filosofia va vissuta nella carne, con sovrana coerenza. Così fece Giorgio Colli, uomo mai celebrato dalla “cultura ufficiale”. Nato a Torino nel 1917, figlio di Giuseppe Colli, amministratore de La Stampa fino al 1928, quando perse il lavoro a causa del suo antifascismo. Allievo di Pavese e Ginzburg al liceo Massimo D’Azeglio, il giovane Giorgio maturò avversione verso la forma provinciale e retorica di certa cultura italiana, e cominciò a nutrire interesse verso la filosofia. Prima di iscriversi all’Università di Torino, lesse tutti i Dialoghi platonici, ed è Politicità ellenica e Platone il titolo della sua tesi in filosofia del diritto, poi parzialmente pubblicata sulla ‘Nuova rivista storica’ e recensita da Benedetto Croce. Conseguita la laurea nel 1939 alla facoltà di giurisprudenza, divenne assistente del suo relatore, Gioele Solari, e cominciò a frequentare Piero Martinetti, noto come uno dei pochi accademici a non aver giurato fedeltà al fascismo.

 Professore di filosofia dal 1942 al 1948 nel liceo Machiavelli di Lucca, con una pausa tra il 1944 e il 1945 per riparare in Svizzera, lavorò intensamente sui testi classici, pubblicando Physis krypteshtai philei. Studi sulla filosofia greca, opera che gli valse la libera docenza. Gli anni seguenti furono quelli in cui fu incaricato di insegnare Filosofia Antica all’Università di Pisa, ateneo che lo ospitò fino alla morte. Nonostante gli sforzi per ottenere il titolo di professore ordinario, l’egemonia della sinistra lo tenne in disparte, mal sopportando il suo rifiuto di ‘schierarsi’ e il suo atteggiamento defilato. Non apparteneva, di fatto, ai bacchettoni, barbogi, e parrucconi che pretendevano e tutt’ora pretendono di ingabbiare la cultura nelle maglie ideologiche che la snaturano. Fu costanza di Colli quella di lavorare per sé e per gli altri senza guadagni e pretese, con sacrificio spontaneo e serietà critica. Negli anni Cinquanta, curò la collana dei classici della filosofia per Einaudi, con il quale ruppe i rapporti quando un consigliere della direzione editoriale censurò il progetto dell’edizione critica delle opere di Nietzsche, in seguito pubblicata grazie alla fondazione della casa editrice Adelphi, ad opera del critico letterario Luciano Foà. Fu il periodo in cui Colli tradusse non solo i filosofi antichi, ma anche Lôwith, Cassirer, Kant. Sapiente, filologo, pedagogo, filosofo, traduttore ed editore sono le diverse figure che via via impersonò, ma che rappresentarono un unico modo di stare al mondo.

Il filosofo sabaudo ebbe una vocazione quasi ascetica – manifestatasi nella scelta di abitare prima il paesaggio verde delle toscane Settignano e Fiesole, poi per bevi periodi la terra ligure, che già aveva ospitato le meditazioni di Nietzsche – ma mai priva di slancio vitale, mai eccessivamente isolata. «Vivere, in generale, significa essere in pericolo», affermava Nietzsche in Schopenhauer come educatore. Per Giorgio, che aveva fatto proprio questo insegnamento, la lettura dei grandi pensatori non serve a riposarsi, a estendere le cognizioni, ma è il gesto di «chi ha ancora qualcosa da decidere, sulla vita e sul suo atteggiamento di fronte alla cultura», perché «è scegliendo un maestro che cominciamo a diventare qualcosa» (Per una enciclopedia di autori classici). Del pensare ne va l’esistenza; la serietà non è data da altro se non dall’inemendabile presenza della fine, che sia Morte o Éschaton. Pensare è allora acuire lo sguardo, seguire la vita in profondità per dotarla di un significato nuovo e definitivo. «Nel dissenso sta la validità di un uomo. Un libro che non mi fa pensare, non è un libro», parafrasava Francesco Adorno nel film Modi di vivere, dedicato alla memoria del filosofo torinese. La sua opera fondamentale, «la più grande emozione», frutto di anni di studio e pensiero, è Filosofia dell’espressione, datata 1969. Da qui Colli lanciava una sfida a chi, negli ultimi secoli, aveva psicologizzato la filosofia teorica, credendo «che prendere d’assalto la cittadella della conoscenza risulti agevole, quando si è capaci di entrare nell’intimo del soggetto». Il conoscere è l’atto del soggetto che rappresenta a se stesso qualcosa, ma lo studio delle rappresentazioni non deve partire dal soggetto «sempre viscido e inafferrabile», bensì dall’oggetto, come fu per i greci. Colli indossa la divisa da schopenhaueriano, e il mondo che si offre a noi diviene rappresentazione: «il sentimento più interiore, l’attimo di Goethe o l’estasi di Plotino, […] e così l’universo della natura, il cielo e le stelle con le loro presunte leggi, l’uomo e la sua storia», tutto è rappresentazione. Essa è l’unico dato primitivo, il brutum factum, e non ha sostanza, non esiste di per sé, altro non è che la relazione tra il soggetto e l’oggetto. La vita è «una nebbia iridescente che sale da oscure paludi». Ciò che noi chiamiamo a diritto “realtà” è una illusione; al mondo nascosto, celato, non spetta invece nessun attributo, perché i predicati, le determinazioni, sono pertinenti alle sole rappresentazioni.

 Non è tuttavia nostra intenzione esaurire la riflessione di Colli, pur in minima parte. Le nostre note biografiche sono un invito alla lettura. A lui va il merito di aver contrapposto allo studio acritico lo sforzo del pensiero, il «travaglio senza voce», il «pericoloso miracolo» della filosofia, contro ogni inganno: «La storia è una finzione molteplicemente mediata, costruita su espressioni astratte, in cui l’elemento verbale predomina su tutto il resto. […] Serie espressive improprie si sviluppano e si intrecciano nell’invenzione di pseudo-mondo, dove la concretezza è data dalle parole scritte e da qualche pietra». Nulla è senza tempo, tutto è nel tempo, e il tempo è il pensiero dell’uomo. Come si può recuperare un passato di serie espressive, se la natura dell’espressione non ce lo permette? Come considerare gli Stati, i popoli, le guerre, le ideologie, le cause, gli influssi, le fioriture e le decadenze della storia se non come finzioni? L’origine della sapienza è mistica; dionisiaco è il suo marchio. Se nell’antichità i filosofi erano detti terribili, ora sono agnelli. Perciò Colli, in ogni suo lavoro, tornò sempre ai greci. Morì nel 1979, a Firenze, mentre lavorava al terzo volume (degli undici previsti) dell’imponente opera La sapienza greca, una edizione critica dei presocratici, da contrapporre alla più nota Diels-Kranz. Lui che negli anni dell’esilio  svizzero in un campo d’internamento, mentre mangiava delle poverissime patate lesse intinte nel sale, si confrontava con Alessandro Fersen, difendendo le posizioni di Parmenide, lasciò il mondo nel momento in cui completava il volume su Eraclito.

In conclusione, ci congediamo dal Lettore con la viva e forte voce di Carmelo Bene impegnata nella lettura de “La Sapienza Greca” di Giorgio Colli: una sintesi superba e formidabile qui