Il generale Giap, un piccolo uomo diventato un mito. Probabilmente il suo nome dirà poco alle giovani generazioni, ma il ritmo “Giap-Giap”, che allora risuonava come suono di libertà, ha accompagnato la gioventù dei loro padri”. Il “Napoleone rosso”, come è stato definito per le sue abilità strategiche, paragone che a lui non è mai piaciuto, era il simbolo stesso del Vietnam, capace di sconfiggere in una vita sola, terminata a 102 anni, Giappone, Francia e Stati Uniti. Una vita piena, quella del generale, nato nel 1911 in un villaggio in mezzo alle risaie, le stesse che anni dopo sarebbero state al centro della linea di divisione dei due Vietnam. La grande abnegazione e forza di volontà di quello che poi sarebbe diventato uno dei simboli della rivoluzione, si cominciano a intravedere già in età adolescenziale, inizia a leggere Marx , prende coscienza della storia del suo paese e cresce in lui la “volontà di cancellare le umiliazioni”. Le sue letture e la conoscenza con Ho Chi Minh, padre del Vietnam attuale, gli costano il carcere, ma sarà proprio questa esperienza a creare il personaggio leggendario che diventerà. Infatti, dopo l’esperienza nei campi di addestramento militare in Cina sotto la guida di Ho, torna in patria e inizia la sua carriera militare. La notorietà e la nascita del mito Giap, arrivano con la vittoria nella battaglia di Dien Bien Phu, la battaglia finale che decreta una volta per tutte, la fine del dominio francese sull’Indocina e l’indebolimento della Quarta Repubblica. La scelta del luogo, strategicamente perfetto per il suo esercito, fu fatale al nemico e lo consacrò come un leader abile ed intelligente, capace di trascinare un manipolo di uomini ad un trionfo insperato. Non fece in tempo a godersi la vittoria che, pochi anni dopo, il generale fu chiamato ancora a difendere i suoi connazionali, stavolta dal nemico americano, nettamente più forte e armato dei francesi, umiliati solo pochi anni prima. Contro gli Stati Uniti Giap tirò fuori il genio, concependo la fitta rete di cunicoli e gallerie sotterranee nella inaccessibile giungla tropicale, che furono all’origine della inaspettata vittoria dei vietcong. “La lotta armata popolare è l’arma migliore” ripeteva spesso, riassumibile entro i tre concetti da lui prediletti: ossia guerriglia, guerra di movimento e la tattica del mordi e fuggi. Vincere il grande numero con il piccolo numero: questo era il credo militare dell’esile comandante. E furono proprio queste convinzioni a portare alla vittoria il suo esercito con l’offensiva del Tet nel 1968, atto finale della guerra. Giap però, da uomo umile quale era, non si prese mai il merito esclusivo della vittoria, secondo lui la vera arma di distruzione, più forte anche del napalm americano, era la forza dei vietnamiti disposti “ad andare avanti anche per vent’anni se ce ne fosse stato bisogno”. Un anno dopo, alla morte di Ho chi Minh, suo amico oltre che compagno d’armi, rifiutò la carica di presidente, ma non abbandonò la prima linea, contribuendo alla caduta, nel 1980, del regime sanguinario di Pol Pot in Cambogia. Questa fu l’ultima azione eclatante del generale, che nello stesso anno si ritirò a vita privata. Fino alla sua morte, il generale continuò a battersi, anche se non più da protagonista, contro lo strapotere cinese sul suo paese, denunciando le concessioni territoriali e di materie prime fatte a Pechino. Il Vietnam che Giap ha lasciato è un paese ormai diversissimo da quello per cui aveva lottato molte volte, un paese sempre più “cinesizzato”, sia politicamente che economicamente, diventato una delle capitali mondiali dello sfruttamento dei lavoratori. Con la sua morte, però, Giap ha restituito visibilità ad un paese che, forse, negli ultimi anni era stato completamente dimenticato dal grande pubblico. La storia di Giap è la storia del secolo scorso, la storia di Davide contro Golia, una storia capace di emozionare ancora oggi. Ricordare il generale, come per altro ha fatto già nel 1993 la cittadina di Genzano, sui castelli romani, con la cittadinanza onoraria, significa dimostrare al mondo intero e a chi ha cercato di cancellare questa bellissima favola, che la lezione di Giap e del Vietnam non è morta ma continua e rivive in altre parti del mondo e in altri personaggi che, come il piccolo ed esile comandante, combattono per la libertà.