Gian Pietro Lucini nacque a Milano il 30 settembre 1867; dei propri genitori e dei suoi avi egli vantò le “determinazioni ghibelline”.

“Fui allevato in una famiglia in cui i gigli d’argento del razionalismo fiorivano vicino alle rose purpuree della baldanza garibaldina ed agli anemoni del sacrificio mazziniano”

Egli si laureò in Giurisprudenza nel 1892, ma la passione prepotente per la letteratura e per la poesia lo sedusse fin dalla più tenera età. Studioso della poesia alessandrina e della letteratura latina della decadenza, diede al movimento della scapigliatura Italiana, della quale fu un ultimo ed estenuato epigono, una venatura di raffinato e composito decadentismo, assecondando una estetica tardo-romantica e simbolista per alcuni aspetti vicina a quella di Gabriele D’Annunzio, di cui fu inizialmente amico, e più tardi acerrimo critico ed avversario nel tentativo di costruire una soluzione alternativa al dannunzianesimo sul piano del linguaggio e su quello dell’ideologia. Iniziò come narratore, pubblicando in appendice alla “Gazzetta Agricola” di Milano nel 1888 Spirito ribelle, che rielaborò poi in volume con il titolo di Gian Pietro Da Core, del 1895. I suoi ideali politici anarchico-repubblicani si congiunsero ad un raffinato e squisito individualismo estetico, che trovò espressione nelle prime due raccolte poetiche: Il libro delle Figurazioni Ideali (1894) e Il libro delle Imagini Terrene (1898). Lucini espose in questi lavori una doviziosa cultura immaginifica, soprattutto di derivazione francese. Respinte le forme metriche tradizionali, il poeta operò ancora su questa linea simbolista attraverso una serie di libretti che verranno in seguito raccolti dallo studioso e critico Glauco Viazzi ne I Drami delle Maschere (1973).

Fotografia di Gian Pietro Lucini, sereno e sorridente alla sua scrivania

Fotografia di Gian Pietro Lucini, sereno e sorridente alla sua scrivania

Una definizione critica e una ricostruzione del proprio itinerario venne offerta da Lucini stesso nel folto volume Ragion Poetica e Programma del Verso Libero (1908) che apparve nelle edizioni di “Poesia”, con una dedica a Filippo Tommaso Marinetti, alla vigilia del primo manifesto del Futurismo. La polemica letteraria luciniana si sviluppò in stretta contiguità con una accesa battaglia politico-civile, egualmente implacabile “contro il trono e contro l’altare”: gli esiti più alti, di feroce satira antiborghese e antimilitarista, furono raggiunti nelle Revolverate (1909) pubblicate per le edizioni di “Poesia” con una “prefazione futurista” dell’amico inseparabile di quei mesi, Marinetti. In essa quest’ultimo riconobbe il notevole valore del poeta lombardo, senza negare le divergenze tra Lucini e la propria dottrina; egli ne sottolineò peraltro anche le paradossali assonanze.

“Del Futurismo, Gian Pietro Lucini è il più strano avversario, ma anche, involontariamente, il più strenuo difensore. Il suo spirito socratico, la sua cultura enorme, il suo isolamento doloroso dagli esseri e dai frangenti reali ne fanno un uomo che serba tenace gli amori per molte varie propaggini del Passato. Egli ha dichiarato di non essere un settatore del Futurismo. E sia. Ma se non tali i suoi amori, tutti i suoi odi sono i nostri. L’intera sua mirabile azione letteraria si risolve in un’avversione implacabile delle formule cieche ed impure onde così spesso la Poesia italiana, anche celebratissima, è andata rivestendosi, specie in questi ultimi anni di equivoca fortuna, e il Lucini ha strenuamente combattuto queste viete forme consunte, nella sua opera magistrale: Il Verso libero, che è senza dubbio una delle più alte, delle più sfolgoranti vette del pensiero umano”

Per Marinetti, dunque, Lucini era:

“Non distruttore, ma edificatore barbarico. Non settatore, sia pure: ma futurista bellissimamente perverso, suo malgrado; ma enigma di per sé stesso e con sé stesso; ma, perciò solo, giudice pessimo del proprio psicologico mistero; fossile, ammettiamolo, ma sbalorditivamente acceso. Perciò il Futurismo, che ama i riverberi delle fornaci, lo reclama”

L’annessione marinettiana al futurismo di Gian Pietro Lucini era motivata anche dalla comune prospettiva politica; la rivendicazione venne espressa con estrema temerarietà.

“Noi abbiamo comuni con lui, oltre a tante ribellioni estetiche, le rabbie che oggi maggiormente urgono nelle nostre vene, e cioè l’odio per ogni forma di politica pacifista e l’esecrazione dell’Austria. Volgono anni di diplomazia vigliacca. Serva è più che mai l’Italia al Pangermanismo, che cova gli eventi per calare, orrendamente barbaro, contro l’anima sfolgorante degli italiani vivi. E noi, con sulle labbra i versi esplosivi di Gian Pietro Lucini, affrettiamo l’ora divina in cui potremo, ancora giovani, scagliarci sulle orme eterne di Garibaldi alle balze del Tirolo, e, a costo della vita, accender fiamme di bandiere spiegate, su cataste di cadaveri austriaci, rovesciati nel sangue, giù dalla montagna”

Cartolina commemorativa della guerra di Libia. Il conflitto, apertosi il 29 settembre 1911 con la dichiarazione di guerra italiana all'impero turco ottomano, si concluse il 18 ottobre 1912 con la nostra vittoria, riconosciuta dal Trattato di Ouchy a Losanna

Cartolina commemorativa della guerra di Libia. Il conflitto, apertosi il 29 settembre 1911 con la dichiarazione di guerra italiana all’impero turco ottomano, si concluse il 18 ottobre 1912 con la nostra vittoria, riconosciuta dal Trattato di Ouchy a Losanna

Il sodalizio con il padre del futurismo crollò sotto l’urto della guerra di Libia (1911-1912): se, in un primo momento, Lucini fu infatuato dalle sue provocanti e peccaminose forme e la giudicò con favore, ritenendola il “primo passo verso una guerra contro l’impero asburgico” per riprendere Trento e Trieste, ben presto, però, l’incantesimo si spezzò ed essa gli apparve nelle sue oscene sembianze di feroce depredamento coloniale e si guadagnò così la definizione di “bruttissima e sanguinosa realtà tripolina”. In una lettera inviata il 6 gennaio 1916 a Luigi Donati, Marinetti commenterà cosi la fine del rapporto col Lucini:

“Fummo divisi dal mio entusiasmo per la guerra di Tripoli, che egli invece copriva di bestemmie. L’odio irrefrenabile che egli nutriva per la Dinastia di Savoia gli vietava d’amare completamente l’Italia e di seguirci nel nostro feroce istinto patriottico”

Anarchico di formazione, Lucini ammise successivamente di avere pur sentito il fascino degli ideali nazionali che animavano i futuristi. Scriverà in uno dei suoi libri più noti:

“C’era in me la stoffa di un perfetto nazionalista, avanti lettera e scoperta dei Scipio Sighele, degli Enrico Corradini, dei Giulio De Frenzi, se la filosofia e il 1898 non mi avessero tonalizzato a dovere con le argomentazioni di Max Stirner, col sangue concittadino sparso senza parsimonia dai plurimi e immedagliati Fiorenzo Bava Beccaris, solennemente premiati”

E proprio dallo stirnerismo inteso ed interpretato in chiave materialista Gian Pietro Lucini prenderà le mosse nello scrivere la sua più importante opera filosofica, Filosofi ultimi (1913). In essa l’autore si scaglierà alla sua maniera sapida e caustica contro le correnti più recenti ed innovative del mondo filosofico di quegli anni: egli tenterà di corrodere e tarlare, secondo una modalità che si rifaceva apertamente allo stile di Giovanni Papini e del suo lavoro Il Crepuscolo dei filosofi (1906), il neoidealismo di Benedetto Croce, il pragmatismo di William James, il contingentismo di Émile Boutroux, l’intuizionismo di Henri Bergson, il trascendentalismo di Otto Weininger; quest’ultimo in particolare, tra i nuovi filosofi, fu il più osteggiato dal poeta italiano, che apertamente lo liquidò come un folle, pur ammirandone la bellezza suadente della prosa.

Lo schizzo che Friedrich Engels tracciò a memoria, raffigurante Max Stirner, esponente della sinistra hegeliana, considerato il padre dell’anarco-individualismo, ammirato e stimato da Gian Pietro Lucini

Lo schizzo che Friedrich Engels tracciò a memoria, raffigurante Max Stirner, esponente della sinistra hegeliana, considerato il padre dell’anarco-individualismo, ammirato e stimato da Gian Pietro Lucini

L’asse portante dell’opera è il concetto di decadenza moderna della filosofia, definita da Lucini come “amore della verità, studio e ricerca di quei mezzi intellettuali per cui se ne avvicina il possesso”. A questo inarrestabile processo involutivo determinato dalla modernità e che contamina non solo la filosofia ma la società stessa che la ospita, l’autore contrappose “la saldezza e il valore filosofico” della triade Carlo Cattaneo – Giovanni Bovio – Giulio Lazzarini. Giovanni Bovio, filosofo repubblicano indicato dai neoidealisti come un positivista, aveva invece secondo lo scrittore milanese costruito un sistema filosofico che si autodefiniva naturalismo matematico e che aveva superato le angustie e le contraddizioni della metafisica positivistica di Auguste Comte e di Herbert Spencer raggiungendo una maggiore consapevolezza e un più robusto rigore scientifico.

Giulio Lazzarini, dimenticato filosofo e amico personale di Lucini, autore dell’opera L’Etica Razionale raccolta in tre volumetti apparsi tra il 1890 e il 1892:

“Costrusse italianamente, derivato da Gian Battista Vico e da Romagnosi, un nostro pretto monismo etico, questo che oggi, corroborato di evidenze scientifiche ci torna dalla Francia, patrocinato dalla biologia del Quinton e dal fenomenalismo di Le Dantec”

La filosofia scientista di Lucini può essere egregiamente compendiata nel seguente assunto:

“Le forme individue della Verità ricercata e spiegata con le formule racchiudono la catena trionfante dello scibile conquistato e rivelato. Se la Religione è la sintesi del Problema e del Mistero, se la Scienza ne è la rivelazione, verrà giorno in cui Scienza e Religione avranno un solo nome: Scienza Integrale”

Il poeta milanese definì la sua dottrina filosofica Il sincerismo critico, dal titolo di uno dei paragrafi conclusivi del suo libro. In buona sostanza, le affinità elettive più autentiche di Gian Pietro Lucini risalivano ai compagni dell’ultima fase della nostra scapigliatura e soprattutto agli amici Carlo Dossi e Camillo Boito, che già ai tempi della Comune di Parigi, avevano esordito nell’allora irrequieto mondo milanese e che ora nel nuovo secolo, sradicati ed incerti, ne restavano unici superstiti e testimoni, titubanti e spaesati nel nuovo clima culturale affermatosi. Legato ad una stagione ormai trascorsa, Gian Pietro Lucini provò un profondo disagio nei confronti della modernità in ogni campo e fu in quegli anni d’inizio Novecento una sorta di principe di Salina della cultura italiana, a cavallo tra due epoche e forse a disagio in ambedue. Per di più il suo carattere duro e diffidente ne condizionò spesso i rapporti con le nuove avanguardie artistiche e con le sopraggiungenti generazioni sovversive, persino con gli anarchici pur a lui così affini, che così egli ironicamente descrisse:

“Venivano a me, lusingandomi, i libertari determinati e vanamente braccati, invano castigati dal fisco, dalla riprovazione, dall’isolamento, cercandomi compagno e combattente. Mandavano letterine femminili profumate ed eccitative, su cui, tra i rabeschi dello stil nuovo inglese, mi si pregava di collaborare e si cercava investigare le mie idee più a dentro ch’io non lo permettessi. Ed io ringraziava a quelle sollecitudini femminili di entusiaste, a quel bisogno di espandersi e di apostoleggiare; ma rifiutava. Tanto valeva ritornare al gregge, donde era uscito per sempre, se doveva mettermi a servizio di una schiera, combattesse pure per il trionfo di molte libertà oppure della Libertà indiscussa a me tanto cara”

Caricatura di Marinetti e D'Annunzio ritratti da Ugo Valeri per un testo di Umberto Notari "I tre ladri" all'interno del IV numero della rivista "La Giovane Italia" ove scrisse anche Lucini. 1° aprile del 1909

Caricatura di Marinetti e D’Annunzio ritratti da Ugo Valeri per un testo di Umberto Notari “I tre ladri” all’interno del IV numero della rivista “La Giovane Italia” ove scrisse anche Lucini. 1° aprile del 1909

In conclusione, merita almeno un cenno una delle più affascinanti ed immaginifiche figurazioni della poesia luciniana ovvero l’IperUomo o l’Artista più che Artista. Gian Pietro Lucini, formulandola, rivendicò a sé, alla propria individualità intesa come estrema incarnazione dell’Unico stirneriano, una completa ed effettiva libertà di azione morale, politica, artistica nei confronti di ogni istituzione ed organizzazione, fosse anche espressione dei nemici stessi delle istituzioni borghesi. L’individualismo di Lucini non accettò d’integrarsi in un percorso comune agli altri neppure nella sovversione e nella lotta al sistema. L’esperienza di Lucini si concluse consequenziariamente nell’autoisolamento, nel silenzio del delirio: un deliberato ed angoscioso silenzio che marchiò il suo animo come la notte. L’artista milanese vagheggiò vanamente la necessità di tendere con tutte le proprie forze verso una sintesi che potesse ricomporre in unità la molteplicità delle manifestazioni dello spirito. Per Georges Sorel, differentemente da Lucini, questa sintesi unitaria è possibile ed è data dal mito, dall’idea-forza, giacché essa simbolizza ed evoca nello stesso tempo le forze nascoste dell’inconscio ed orienta in modo potente il di-per-se-stesso caotico ed anti-teleologico corso della Storia verso la Rivoluzione.

L’artista, anch’egli irretito dal mito rivoluzionario, ma scettico verso il Sindacalismo filosofico – così qualificò il pensiero soreliano – non riuscì dal canto suo a superare la dimensione antisociale in cui si era confinato e si rivolse piuttosto all’esempio dell’alchimia per esaltare il proprio egotismo; il procedimento alchemico fu da lui stesso assunto come determinazione del fare per ripetuti esperimenti, poiché in esso il processo di distillazione degli elementi tende a ricomporre l’unità in una sintesi superiore, l’Opus, l’Aurum non vulgi, esaltante ed opima di esperienze spirituali liberate, individuali ed incomunicabili. Con Friedrich Nietzsche altresì si insinuò nella coscienza dell’intellettuale l’idea di poter definitivamente superare l’arte nella vita. Egli dunque sporse lo sguardo al di là dell’Arte, al divino Zarathustra, il mitico Eroe eternamente teso, attraverso l’esperimento e l’avventura, al superamento del conformismo. Su queste basi nacque per l’appunto la visione luciniana dell’IperUomo, espressa nell’opera postuma La gnosi del Melibeo (1930). L’IperUomo Anarchico, in quanto artista della totalità, esercita una sorta di “imperio e schiavitù morale” sulle masse atomizzate dal potere, nel prometeico e al contempo sisifeo tentativo di redimerle e renderle degne del regno degli uomini.

Una edizione recente di Mondadori del capolavoro dannunziano "Il Fuoco". Il romanzo, pubblicato nel 1900, vede come protagonista il personaggio di Stelio Effrena, una figurazione poetica dalle notevoli affinità con l’Iperuomo luciniano

Una edizione recente di Mondadori del capolavoro dannunziano “Il Fuoco”. Il romanzo, pubblicato nel 1900, vede come protagonista il personaggio di Stelio Effrena, una figurazione poetica dalle notevoli affinità con l’Iperuomo luciniano

Nonostante i suoi sforzi per liberarsi dall’ipoteca dell’immaginifico, egli riecheggiò ed ebbe sempre a modello proprio il classico eroe dannunziano; particolari affinità e contiguità, debiti e riconoscenze della immagine luciniana del Melibeo si riscontrano in Stelio Effrena, il protagonista de Il Fuoco (1900). La creazione artistica e la sensibilità estetica sono i tratti che li accomunano irrevocabilmente. Lucini ritenne però a differenza di D’Annunzio che alla base della mitica figura nicciana di Zarathustra, ben nascosto, ci fosse il mito dell’Unico stirneriano, e ne trasse profitto per elaborare l’idea simbolica del suo eroe. Questi è, infatti, il costruttore e l’iniziatore di una nuova epoca, “unico legislatore di sé stesso” alla maniera di Claudio Cantelmo, il protagonista del romanzo dannunziano Le Vergini delle Rocce (1896): l’uomo più che uomo che, in quanto artista, prefigura, nel divenire carsico della Storia, l’uomo sovversivo del futuro; questi sarà lo Sconosciuto-Riconosciuto, colui che crea la vita, “quell’Io di cui i ragionamenti della metafisica hanno parlato e hanno pur oggi identificato nelle sue divine ed immateriali ragioni senza confini. L’essenza fondamentale ed insieme cosciente dell’energia divina, cioè della Vita Universale”.

Consumato dalla tubercolosi, che lo colpì fin dalla giovinezza, Lucini visse gli ultimi suoi anni nella villa che possedeva a Breglia, sul Lago di Como, e vi morì il 13 luglio 1914, forse avvertendo in lontananza l’eco del crepitio di uno sparo a Sarajevo e presagendo la catastrofe che avrebbe sconvolto l’Europa, gettando nel tumulto, nella disperazione e nel dolore le enormi masse quasi ignare dell’elettrizzante entusiasmo e dei sogni sublimi, eroici e pindarici delle minoranze rivoluzionarie più sfrontate, desiderose di spazzare via un mondo cinico e calcolatore con la sola passione dei loro cuori generosi. I bagliori della guerra generale europea auspicata da Ernest Coeurderoy erano in procinto di sprigionarsi, il fuoco era ormai attizzato e avrebbe ben presto fatto balenare le proprie avvolgenti fiamme.

“Accorre delirando l’Epoca nella crisi, divina realtà;

s’inghirlanda di fiamme e rimbomba,

porpora e sangue sventola dal gonfalone,

T’onora imperialmente in sulla fresca tomba,

Poeta, nel tuo nome.

Ritte, sul bianco cippo, Ti attestano in vittoria,

incense di passione, con accento italiano le Camene

nostro Ti riconsacrano, sulla Rivoluzione,

pel Giorno che verrà”