di Cristiano Tedeschi

Sul filosofo politico Georges Sorel (1847-1922) è stato scritto molto, soprattutto in Italia; l’interesse che il suo pensiero ha suscitato nel nostro Paese è sempre stato immenso e scaffali interi sono riempiti dai testi che analizzano il suo lavoro, la bibliografia a riguardo è sterminata. Gli studiosi che hanno avuto a che fare con il Normanno sono tra i più validi e  motivati, si rimanda a loro per tutto quel complesso di informazioni che lo riguardano più strettamente: alcuni hanno approfondito la teoria del sindacalismo rivoluzionario e del mito sociale, altri le vari fasi del suo pensiero (quattro o cinque a seconda degli analisti); la prima, quella legata al marxismo ortodosso rigoroso -non scolastico- , espressione di Antonio Labriola al cui insegnamento Sorel aderisce; la seconda tra il 1898 e il 1906, quella del revisionismo riformista del marxismo, culminata con i Saggi di critica del marxismo, pubblicati in Italia nel 1903 con la prefazione di Vittorio Racca; la terza, della “nuova scuola” o del sindacalismo rivoluzionario propriamente detto, che comunque era pur sempre una forma di revisione del marxismo per i tempi nuovi, questa volta però rivoluzionaria.

Tale revisione prende avvio con gli articoli del 1906 che andranno a costituire l’intelaiatura della sua opera capitale, le Riflessioni sulla violenza, pubblicata nel 1908 insieme alle sue altre due opere maggiori, Le illusioni del progresso e La decomposizione del marxismo. La quarta (1910-1913), invece, principia con l’avvicinamento operato da Sorel in funzione anti-borghese ai settori più spregiudicati del nazionalismo e del monarchismo e della quale si ricordano le esperienze editoriali  La Cité francaise e L’Indépendance e la costituzione del Circolo Proudhon nel 1911; la quinta e ultima fu caratterizzata da un profondo isolamento, dalla presa di posizione neutralista nel corso della Prima Guerra Mondiale per alcuni davvero sorprendente  e dall’adesione al bolscevismo nel 1918 con l’Apologia di Lenin da egli stesso vergata.

Sorel fu un uomo di cultura dei più stimolanti a cavallo tra XIX e XX Secolo, un uomo del suo tempo pieno di contrasti e di contraddizioni, ma animato costantemente dal comun denominatore della sua ricerca, l’autentico fil rouge di tutti i suoi lavori: l’indignazione irriducibile nei confronti della borghesia, che nel suo pensiero cessa di ritenere le caratteristiche di un fenomeno di classe economico-sociale e contestualizzabile sul piano storico per addivenire ad un ideal-tipo eterno;  è “lo spirito della borghesia”, corrotta e decadente, che trascina con sé l’intera società. A questo spirito, che come un contagio mortale alita il suo mefitico veleno e inquina ogni recesso dell’organismo sociale, Sorel contrappone l’esigenza di una etica nuova, di una morale eroica e virile, l’aspirazione alla grandezza e alla nobiltà d’animo e crede di individuare questo afflato rivoluzionario nella classe proletaria; egli difende la purezza, non soltanto rivoluzionaria, ma morale e financo sessuale (sua la frase “Il mondo sarà più giusto nella misura in cui sarà più casto”) che intravede nel proletariato e si propone di difenderlo da ogni tipo di contaminazione potenziale e reale proveniente da quello spirito della borghesia più sopra citato, consustanziale ai miti dell’illuminismo e del razionalismo cartesiano denunciati con vigore ne Le illusioni del progresso. L’ossessione di Sorel è pertanto la questione morale; il filosofo sociale rivela in realtà il moralista, che cerca una via di fuga dal declino e dal decadimento della società, che in virtù del suo pessimismo antropologico figlio di Blaise Pascal e di Sant’Agostino vede come tendenzialmente irreversibile. Solo un proletariato che accolga e propaghi i suoi miti guerrieri e che pratichi una secessione assoluta di classe può salvare se stesso e l’intero consorzio civile dal contagio, dalla corruzione dell’oro e dalla menzogna parlamentare e politicante che sporcano e involgariscono ogni cosa.

Purtroppo Sorel è stato sconfitto, può considerarsi un vinto della Storia: la sua prospettiva, il suo sogno morale, le sue aspirazioni non si sono realizzate. Ma oggi rivive nuovamente un movimento di lotta contro lo spirito della borghesia da lui individuato, contro il suo dominio di classe in termini sociali e il suo abbrutimento materialistico e i suoi disvalori edonistici in termini morali. È rinato nuovamente il Circolo Proudhon, che onorando il grande rivoluzionario ed intellettuale contadino francese dell’Ottocento, profeta dell’Idea di Giustizia, già nel 1911 grandi figure sovversive francesi come Georges Valois, Jean Variot, Edouard Berth e Georges Sorel avevano fatto sorgere, allo scopo di individuare una alternativa a quella forma di democrazia formale, borghese e di politicantismo carrierista e parlamentare che stava annientando e paralizzando gli slanci più puri e disinteressati e annichilendo i nobili e superiori ideali di liberazione sociale e morale dallo sfruttamento economico e dall’oppressione politica che pur animavano e tuttora animano gli spiriti eletti e le anime nobili, coloro che non la bevono, quelli che non si comprano.