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Simbolo stesso dello swing italiano anni ’50, Ferdinando Buscaglione è stato il protagonista di una breve quanto variegata e innovativa storia artistica che racconta la rinascita dell’Italia del dopoguerra e il suo rapporto, in chiaroscuro, con l’America, la cui influenza sul Belpaese si è concretizzata in profonde novità stilistiche ed espressive in tutti i campi, ma anche in una riverenza che si è, a volte, trasformata in sudditanza culturale. Lo stesso nome d’arte, Fred, utilizzato dal cantante e attore piemontese, rappresenta una strizzata d’occhio agli States e all’american way of life, che progressivamente si imponeva in Europa attraverso i cartelloni pubblicitari, la moda, il cinema e, inevitabilmente, anche la musica.

«Io sono Ferdinando, ma mi piace che mi chiamino Fred. Fa più America»

Ammette sin da giovane. Tuttavia, quello di Buscaglione è anche, nel contempo, un personaggio italianissimo, che più che sudditanza denota una feconda ispirazione da Oltreoceano, che lo porta a integrare un tipo umano guascone e sciupafemmine, oltre che settentrionale e benestante, con una grande varietà di temi propri della cultura americana, esportati da poco nel Vecchio continente assieme al Piano Marshall

Nato a Torino il 23 settembre 1921, Buscaglione mostra da subito una grande passione per la musica, che riesce a non abbandonare neppure quando si trova costretto a lasciare, a 14 anni, il Conservatorio Giuseppe Verdi per andare a lavorare e aiutare la famiglia, in cronica difficoltà economica. Mentre di giorno svolge diverse mansioni, accomunate soltanto dall’estrema umiltà e praticità che richiedono, di notte prende a esibirsi nei locali notturni torinesi, come cantante e suonatore jazz. Chi lo conosce in questo periodo, ricorda un ragazzo distaccato e all’apparenza arrogante, quasi indolente nei confronti delle numerose conquiste femminili che già in età liceale inizia a collezionare, aiutato dall’inevitabile fascino del suonare il violino. Il successo è ancora lontano, ma la sua musica già cattura l’attenzione del pubblico e mostra gli albori di quella che sarà la sua rivoluzione:

«[…] Il modo che il ragazzo aveva di esporre il tema di quel brano, esatto ancora nella sua linea melodica, era già una cosa diversa. Erano note a volte limpide, a volte più gravi e roche, ma in un andante reinventato nella divisione, con qualche anticipo e qualche ritardo, disancorati da ogni schema, del tutto imprevisti. Un fraseggiare, giuro, che mai avevo sentito prima di allora». (Leo Chiosso, I giorni di Fred)

Fred Buscaglione in una delle sue tipiche pose. Il colore consente alla foto di rendere l'appariscenza del suo vestiario, a volte nascosta dal bianco e nero.

Fred Buscaglione in una delle sue tipiche pose. Il colore consente alla foto di rendere l’appariscenza del suo vestiario, a volte nascosta dal bianco e nero.

Neppure la guerra è in grado di fermare l’ascesa di Buscaglione verso il mondo della musica: di stanza in Sardegna, è fatto prigioniero dagli americani, che a poco a poco, tuttavia, si lasciano persuadere a farlo cantare e suonare per loro durante la detenzione, fino a decidere di inserirlo all’interno dell’orchestra della radio alleata di Cagliari, gli Aster, gruppo che, con l’ingresso di Buscaglione, passa da 4 a 5 componenti e diventa il Quintetto Aster. Pur essendo tutti italiani – tra gli altri componenti, ricordiamo i fratelli Berto e Franco Pisano al contrabbasso e alla chitarra, Gianni Saiu ancora alla chitarra e Carletto Bistrussu alla batteria – è il primo contatto diretto di Fred con gli Stati Uniti, che, da conflittuale e, potenzialmente, mortale, si tramuta in un inestricabile legame musicale che lo accompagnerà per tutta la vita.

Conclusa la guerra, Buscaglione torna a Torino, dove ritrova una sua vecchia conoscenza giovanile, Leo Chiosso. Accomunati dalla dura esperienza della guerra e della prigionia (Chiosso era stato catturato dai tedeschi dopo l’8 settembre e deportato in Polonia), i due avviano così il fortunato sodalizio musicale che imprime la svolta definitiva alla carriera di Buscaglione. È Leo Chiosso, infatti, a trasformare definitivamente il vecchio amico Nando ‘d Piassa Cavour (Nando di Piazza Cavour) in Fred Buscaglione, il cantante swing torinese che rivoluziona completamente il panorama della musica italiana dell’epoca, introducendo non soltanto un ritmo più vivo e veloce, ma soprattutto delle pose, dei comportamenti ed un vestiario che rappresentano alla perfezione l’atmosfera ottimistica e gioiosa di “nuovo inizio” che si respira in un’Italia in lenta ma inesorabile ricostruzione dopo il dramma della guerra.

L’ispirazione per realizzare questa rivoluzione, a Leo e, per suo tramite, a Fred, arriva dalla lettura dei romanzi polizieschi americani, che ritraggono New York e Chicago come metropoli proiettate verso l’alto dai propri grattacieli, ma attraversate anche, più in basso, da criminalità endemica, violenza e passioni sfrenate per l’alcol e per le donne. Il segreto del loro sodalizio sarà quello di ironizzare su tutto ciò, di importare in Italia una versione dell’America caricaturale, tanto quanto nuova e appassionante per un pubblico abituato, perlopiù, a sentire sempre le stesse, più o meno struggenti, litanie amorose.

L'occhio delle donne su di lui e il bicchiere in mano: molto di Fred Buscaglione è riassunto da questa immagine del film "Noi duri".

L’occhio delle donne su di lui e il bicchiere in mano: molto di Fred Buscaglione è riassunto da questa immagine del film “Noi duri”.

Non che l'”amore”, in senso ampio, sia assente nella musica di Fred. Che bambola, Teresa non sparare, Eri piccola così, Il dritto di Chicago, Che notte – tra i maggiori successi dell’artista torinese – sono tutte canzoni caratterizzate da una forte presenza femminile e dalla sfrenata passione per le donne (oltre che per l’alcol) che Buscaglione traspone nella sua musica. La donna ondeggia così tra l’essere puro oggetto del desiderio di Casanova americanizzati e il preludio di un’emancipazione che avverrà solo successivamente, ma che vede schiaffi, pugni e pistolettate ai danni della trasposizione musicale di Fred, che conclude le sue canzoni più spesso steso da un proiettile piuttosto che tra le braccia di una conquista fortunata – con tanti saluti al “sesso debole”.

Sempre accompagnato dai fidi compagni degli Aster – che diventano gli Asternovas, una volta accolti un sassofonista e un trombettista nella band – e forte di questo originale background, Buscaglione inizia così l’ascesa inarrestabile che lo porterà, alla fine degli anni ’50, in poco più di 10 anni di attività, a essere tra i cantanti e gli uomini di spettacolo più famosi dell’intera penisola. Dietro di lui, il fido Leo, autore di gran parte delle sue canzoni, che Fred canta e interpreta alla perfezione, semplicemente forzando fino al parossismo e all’esagerazione la sua inclinazione personale di uomo “duro”, affascinante, col vizio del fumo, degli alcolici e delle donne.

Se, all’inizio, lui e l’amico Leo faticano a trovare qualcuno disposto a scommettere su canzoni che parlano perlopiù di “dritti”, “bambole”, whisky e scazzottate, alla fine trovano chi è disposto (Gino Latilla) a far incidere a Fred Buscaglione il suo primo 78 giri, contenente due canzoni, Che bambola e Giacomino. È un successo senza precedenti, con quasi un milione di copie vendute e l’avvio del periodo d’oro – i giorni di Fred – del successo che lo eleva a popolarità assoluta e lo porta in radio e in televisione, con le sue celebri performance, a metà tra la canzone e il teatro, in storici programmi Rai come Carosello.

Eri piccola così – 1959

L’apice della notorietà giunge con l’esperienza cinematografica, tutta concentrata tra il 1959 e il 1960 con ben 10 film, nei quali recita accanto ad attori del calibro di Totò (Noi duri) e sotto lo sguardo di registi leggendari come Dino Risi (Poveri milionari). In mezzo a tutto questo, c’è il tempo anche per il vero amore e una parvenza di stabilità che lo sottragga ai suoi numerosi vizi. Nel 1949, in un locale notturno di Lugano, conosce Fatima Ben Embarek, artista di origine marocchina che si esibisce con il nome d’arte di Fatima Robin’s. La scintilla scocca e porta i due a condividere il palco in diverse esibizioni canore e a sposarsi, nel 1954, dopo la conversione di lei al cattolicesimo. Tuttavia, l’incorreggibile inclinazione di Fred verso una vita da viveur e i pettegolezzi senza fine sui suoi numerosi flirt con varie attrici e donne del mondo dello spettacolo, portano infine i due alla rottura del 1959.

Fred e Fatima assieme al mare, in una rara foto del 1959.

Fred e Fatima assieme al mare, in una rara foto del 1959.

La chiusura degli anni ’50 segna anche la rapida e improvvisa conclusione della parabola artistica e della vita stessa di Fred Buscaglione. La spinta propulsiva del successo che lo ha portato a pubblicare decine di dischi, a recitare in svariati film e programmi televisivi e ad abbozzare persino una svolta di stile verso canzoni più introspettive e quasi malinconiche (Guarda che Luna, Al chiar di Luna porto fortuna), si sta lentamente esaurendo e, con gli anni ’60 agli albori, inizia già ad intravedersi il superamento dello swing: Fred Buscaglione non è più la novità rivoluzionaria della fine degli ’40. È ancora saldamente sulla breccia, ma inizia a profilarsi per lui anche il viale del tramonto. Il primo a saperlo è lui stesso:

«Prima che la gente mi volti le spalle, Fred il duro sparirà, ed io tornerò ad essere solo Ferdinando Buscaglione»

Il rivoluzionario che aveva sdoganato il fumo, l’alcol, le risse e le belle donne come tematica prevalente di un’intera discografia musicale, si appresta all’ultimo colpo da maestro: l’addio, entro un tempo massimo di due anni; la rinuncia a una restante carriera in discesa per riscoprire un lato privato e intimistico, troppo spesso accantonato dai numerosi impegni lavorativi; forse, persino la definitiva riconciliazione con la moglie Fatima, incontrata nuovamente nel gennaio 1960 e mai decisosi ad accantonarla per davvero. Fred Buscaglione sembra così avere il raro coraggio di accettare di essere “vecchio” a neppure 40 anni, di ritirarsi all’apice dicendo subito “Ora basta”, prima di un declino che avrebbe potuto (solo parzialmente) intaccare il suo mito. In un mondo come quello dello spettacolo, dove in tanti non sanno accettare lo scorrere del tempo e proseguono a oltranza, fino a finire per rappresentare l’ombra di se stessi.

Il Grande Fred sa che, a un certo punto, bisogna sapersi fermare

Il Dritto di Chicago
Il destino vuole, tuttavia, che Fred Buscaglione muoia all’improvviso, in un tragico incidente d’auto, quel 3 febbraio 1960, a bordo della sua adorata Thunderbird, lasciando un vuoto incolmabile in una nazione incredula e, soprattutto, in Leo Chiosso, l’amico di una vita e l’autore delle sue canzoni di maggior successo. Forte di un sodalizio musicale durato più di dieci anni e di un’amicizia più che ventennale, Leo non dimenticherà mai l’amico Fred, a cui dedicherà il libro I giorni di Fred, pubblicato postumo nel 2007 e testimone del ricordo indelebile dell’amico a oltre 40 anni dalla sua morte. Un libro intimo, che parte dai tempi del Liceo e si snoda attraverso un’amicizia fraterna e indimenticabile, che Leo vuole tenere fissa nella mente nel momento del commiato. Fred è per lui gli anni della giovinezza e per l’Italia gli anni della rinascita; inevitabile tornare a lui, nel momento del commiato:

«Se questo è il finale che il destino o chi per lui ha riservato per me, dovrò accettarlo sino in fondo. Magari ripensando, ogni tanto, ai miei giorni andati, alla mia giovinezza, ai sogni e alle canzoni, al jazz e alla vecchia Torino, agli amici e alle speranze. E a quel pazzo, adorabile, grande uomo che si chiamava Fred Buscaglione. E pensare che era piccolo, piccolo, piccolo… così».