Il tempo non si ferma ad ammirare la gloria: se ne serve e passa oltre. – F. R. de Chateaubriand

Tra i cadaveri eccellenti della sepolta cultura europea vi è senza dubbio quello di François-René de Chateaubriand, il fondatore del romanticismo letterario francese. Fu romanziere, giornalista, poeta, diplomatico, pari di Francia, ministro plenipotenziario e degli Esteri. Prima ammiratore e poi acerrimo nemico del politicissimo Talleyrand come di Napoleone. In seguito all’uccisione del Duca d’Enghien – una sorta di delitto Matteotti dei tempi – darà le sue dimissioni da ministro. All’Imperatore che mise a ferro e fuoco l’Europa dedicò un accesissimo pamphlet, mirante al ritorno dei Borbone al trono. “Si disperò di trovare tra i Francesi una testa che osasse portare la corona di Luigi XVI. Si presentò uno straniero: fu scelto”. François cercava un sovrano e trovò un dittatore. Non faceva per lui. Il tiranno di Ajaccio divenne “l’Usurpatore”, epiteto con il qualoe lo bollò per sempre. Chateubriand è anche “quello della bistecca”. Esiste infatti una ricetta, per non vegani, che porta il suo nome…ricette d’oltretomba.

«Noi siamo tuoi figli! Le tue idee, le tue passioni, i tuoi sogni non sono più solo le nostre, ma tu ci hai indicato la strada e seguiamo le tue tracce». Questo è quanto scrisse di lui Saint-Beuve. Oggi, di Chateaubriand, non se ne ricorda praticamente nessuno. Eppure nell’Ottocento era stato ammirato dai più grandi scrittori dell’epoca: Baudleaire, Flaubert e Hugo. Senza dimenticare Stendhal (che ne parlava male per il semplice fatto che si sentiva oscurato dalla sua figura). L’autore de Il rosso e il nero profetizzò infatti: «a partire dal 1913 non lo leggerà più nessuno». Ed è andata più o meno così. Il Visconte François-René de Chateaubriand nacque a Saint-Malo nel 1768 e morì a Parigi nel 1848. Lui, conservatore, controrivoluzionario francese, morì nell’anno dei grandi capovolgimenti europei. Il Visconte François, figlio di René Auguste, armatore e commerciante che lo indirizzò verso la carriera militare, discende da una antica famiglia aristocratica bretone.  Antimoderno, stoico e fedele alla sua natura, è uno di quei modelli umani a cui poter fare riferimento. Dirà infatti: «La gente prudente trova imprudenti coloro che mettono sopra ogni cosa l’onore. Vi sono tempi in cui l’elevatezza del carattere è considerata una vera malattia; nessuno la comprende; e viene giudicata una specie di ristrettezza mentale, un pregiudizio, un’abitudine contratta per una educazione inintelligente[…]». In seguito alla Rivoluzione, nel 1791 fuggì dalla Francia per riparare in America, dove venne poi a conoscenza della morte del fratello e della cognata, giustiziati sul patibolo. Da esule, scriverà in René: «Mi trovai ben presto più estraneo nella mia patria che in terra straniera. Tentai di mescolarmi dapprincipio a un mondo che non mi diceva nulla e che non mi capiva; l’animo mio, non logorato ancora dalle passioni, cercava qualche cosa cui potersi attaccare; ma mi accorsi che davo più di quanto ricevevo. Non mi chiedevano né parole elevate né sentimenti profondi. Non facevo che impiccolire la mia vita per adattarla al livello della società. Mi trattavano dovunque da sognatore, e mi vergognavo della parte che rappresentavo; cose e uomini mi disgustavano sempre più, perciò decisi di ritirarmi in un sobborgo e vivervi ignorato da tutti. Sul principio quella vita oscura e indipendente non mi dispiacque. Mi mescolavo sconosciuto a quel gran deserto umano che è la folla».

Ritornò in patria in seguito alla notizia dell’arresto del re per arruolarsi nelle truppe controrivoluzionarie; l’onore lo richiamò. Conobbe i grandi della sua epoca: Whashington, Luigi XVI, Maria Antonietta, Marat, Rivarol, Mirabeau, Robespierre, Napoleone, Luigi XVIII, Canova, Hugo… Lui, viaggiatore irrefrenabile, non riuscì mai a stanziare durevolmente in un posto. C’era tutto il mondo da scoprire: «Non posso guardare un vascello senza morire dalla voglia di andarmene». Testimone di questa sua anima errante è infatti il suo Itinerario da Parigi a Gerusalemme, che vide la luce nel 1811, e che due secoli esatti dopo, nel 2011, lo scrittore e giornalista antimoderno Stenio Solinas ripercorrerà per pubblicare quel doppio libro che è Da Parigi a Gerusalemme. Sulle tracce di Chateaubriand. Inutile dire quanto amaro sia il confronto della grandezza del passato con la miserabilità del presente. Nell’America del Nord conobbe i nativi ai quali dedicherà romanzi come I Natchez (commuovente racconto del genocidio della tribù indiana perpetratosi in Louisiana nel 1727). È stato un pioniere, un antesignano della narrativa di viaggio così come uno dei primi scrittori a stare dalla parte degli indiani. Lui, nostalgico contemplatore solitario, non poteva non amare, raccontare, essere testimone di un mondo in declino destinato ad una pressoché totale estinzione. Come infatti sottolinea Stenio Solinas nel suo Da Parigi a Gerlusalemme «la narrativa di viaggio contemporanea nasce allora [con lui], i Chatwin, i Leigh Fermor, i Thubron, i Dalrymple, i Bouvier, i Terzani vengono da lì, sono figli suoi». Figli suoi, nuovamente, come disse Saint-Beuve.

Per chi lo ricorda oggi, Chateaubriand è noto principalmente per due opere: Il Genio del Cristianesimo e le imponenti Memorie d’oltretomba. La prima opera è una sorta di rivalutazione, di elogio, del cattolicesimo; o meglio, del senso del Sacro in rapida retrocessione di fronte all’abbagliante età dei Lumi, dalla quale, in un primo momento, egli stesso era stato attratto. Il libro delle Mémoires è invece il racconto autobiografico, una sorta di diario a ritroso, in cui l’autore narra le vicende di una vita vissuta tra passioni, lotte, fughe, ritorni, evasioni e rivolgimenti politici, immaginando il tutto come una voce che esala dalle sue ceneri, che racconta la sua vita da morto. Un qualcosa di lontanamente paragonabile alla Antologia di Spoon River che, molto, ma molto più tardi, scriverà Edgar Lee Masters. Forse anch’egli gli è debitore. Con la sorella Lucille ebbe un rapporto morboso, ai l’imiti dell’incesto. Era più attaccato alla madre che al padre, con il quale ebbe sempre un rapporto distaccato. Amò la moglie freddamente. Mai parole di passione e di vero sentimento nei confronti della consorte traspirano dalle sue Memorie. Pare che egli abbia ideato le sue Memorie d’oltretomba come un’opera da scrivere in vita e da consegnare all’editore affinché fosse pubblicata una volta morto. «Tutti i miei giorni sono degli addii….si muore ad ogni momento per un tempo, una cosa, una persona che non si rivedrà più. La vita è una morte a ripetizione». Queste le parole del grande scrittore che forse spiegano la scelta del titolo dell’opera in questione.  Stenio Solinas, con il suo libro, ha il merito di aver riesumato un cadavere eccellente, dalla scrittura eccezionale e di una personalità d’eccezione. Come infatti ha scritto l’autore appena citato, quella di Chateubriand è «l’autobiografia di chi non essendo a suo agio nel proprio tempo lo ripercorre di carica, sempre cercando altrove un futuro che non riesce a immaginare. È il ritratto di un solitario che trova in se stesso le ragioni per andare avanti e in terra straniera quelle emozioni che in patria gli vengono negate».

In politica è imprevedibile. Ma sempre coerente con la sua idea di dignità e libertà. Si definì monarchico per tradizione, legittimista per onore, aristocratico per costumi e repubblicano per buon senso. Come infatti scrive Eva Timbaldi Abruzzese nell’introduzione alle Memorie, edite da Utet nel 1959, «chi ha a che fare con lui in politica non riesce a raccapezzarsi: ha mosse imprevedibili e clamorose. Lancia in resta, parte contro gli alleati di un’ora prima, se appena intuisce il pericolo di veder compromessa la propria dignità e libertà. Cosa che gli altri non possono capire […] Si butta a capofitto per un ritorno della monarchia. E poi si unisce all’opposizione liberale: ma c’è di mezzo la libertà di stampa! E lui se ne fa paladino indomabile e cade in disgrazia. […] C’è in questo un feudale senso dell’onore, ma c’è anche soprattutto il suo generoso slancio di umana solidarietà per chi soccombe». Tutto carattere e volontà il visconte. «Testimone della fine di un mondo, di un cambiamento epocale[…] Sismografo sensibilissimo degli umori e delle passioni che lo circondano […] Megalomane in un tempo di giganti, non si rassegna alla mediocrità». Queste righe di Solinas tratteggiano al meglio il carattere di un indomito. E tale fu Chateaubriand. Davanti alle conseguenze del 1789 l’uomo di Saint-Malo scriverà: «Nella società democratica, basta che voi sproloquiate sulla libertà, la marcia del genere umano e l’avvenire delle cose, aggiungendo ai vostri discorsi qualche croce d’onore, e sarete sicuri del vostro posto; nella società aristocratica, giocate al whist, spacciate con aria grave e profonda luoghi comuni e frasi eleganti preparate prima, e la forma del vostro genio è assicurata». Questo è ciò che si può leggere tra le migliaia di pagine che compongono le Memorie d’oltretomba. Ecco perché non partecipa alla grande rivoluzione. Sa che il vecchio regime deve scomparire, ma non si riconosce nel nuovo che avanza: niente onore, niente ordine, niente coraggio, pochi meriti, tutti uguali. Si rifà a ciò che non c’è più. Troppo differente, troppo distante dal suo carattere. Egli sa che l’aristocrazia ha negato gli stessi postulati su cui si doveva reggere, che merita di crollare. Ed ecco perché dirà al re Borbone «Maestà, io credo che la monarchia sia finita». Fu preso per un insensato quando parlava di coraggio, per un rivoluzionario quando parlava di libertà. A soli vent’anni, quando scoppiò la rivoluzione, disse: «l’aristocrazia ha tre successive età: l’età della superiorità, quella dei privilegi, quella della vanità. Uscita dalla prima, degenera nella seconda, si spegne nella terza. […] Il vecchio regime muore dalla politica da cui è scaturito». Fedele a se stesso, egli ammira lo spirito libertario del felino domestico. Dirà infatti: «Il gatto vive solo, non ha alcun bisogno di società ed obbedisce solo quando lo decide…». Era un uomo di grande statura morale, ma non fisica. Se poco aveva in comune col suo grande nemico di sempre, Napoleone Bonaparte, dal punto di vista del carattere, una cosa sul piano fisico li accomunava: la loro modesta statura. Solo due centimetri di differenza tra i due.

Uno sguardo oggettivo, superiore, di coloro che vedono più lontano, gli appartiene. «Io non credo nella società europea. Fra cinquant’anni non ci sarà più un solo sovrano legittimo, dalla Russia alla Sicilia, non prevedo che dispotismi militari. E tra cent’anni… può darsi che noi stiamo vivendo non solo nella decrepitezza dell’Europa, ma in quella del mondo». Noi oggi viviamo la decrepitezza del mondo, nell’Europa screditata, come egli stesso aveva annunciato. Illuminante è anche la condizione dell’uomo nella società democratica da lui prospettata, come quella in cui l’Occidente di oggi, chiuso in se stesso, sta vivendo: «La democrazia non solo fa dimenticare ad ogni uomo i suoi avi, ma gli nasconde i suoi discendenti e lo separa dai suoi contemporanei; essa lo riporta continuamente solo a se stesso e minaccia di rinchiuderlo per intero nella solitudine del proprio io». La solitudine dell’individuo nella post-modernità, il mondo “liquido”, in poche parole. Lui, l’antimoderno che si era appena affacciato alla modernità, aveva già previsto tutto: «Le Foreste a precedere le Civiltà, i Deserti a seguire». E un altro profeta, questa volta un filosofo tedesco, che nacque quattro anni prima della morte del Visconte, più o meno sulle stesse note, ammonirà più tardi: «Il deserto cresce: guai a chi cela deserti dentro di sé!» (Friedrich Nietzsche). Forse un passaggio di testimone è avvenuto tra i due grandi europei, morti in anni decisivi: il 1848 e il 1900. Chateaubriand muore nell’anno delle grandi rivoluzioni, quando la sua figura non avrebbe potuto più esistere. Nietzsche, con la sua morte, chiude l’Ottocento, per far posto al secolo in cui ciò che aveva predetto avrebbe cominciato a compiersi.

In molti hanno ammirato la prosa schietta ed elegante del controrivoluzionario francese. Ma la sua vera arte non sta nello stile, bensì nell’interpretare la realtà. Chi scrive, in occasione della presentazione del già citato libro di Stenio Solinas, nel 2012, domandò all’autore quale fosse stata, e se vi fosse mai stata, l’affinità fra tre autori accusati di manipolare la realtà spacciandola per tale, per meglio descrivere ciò che è vero: Chateaubriand, appunto, Malaparte e Montanelli. Un filo rosso lega le tre personalità, perché nessuno come loro fu mai tanto attaccato perché, coi loro aneddoti e descrizioni di fantasia, dicevano qualcosa di non propriamente vero ma che, di fatto, corrispondeva alla realtà delle cose. La risposta dell’autore – che ci tenne a specificare le differenze che correvano tra i due autori italiani e quello francese per cultura, vita ed epoca di appartenenza – fu la seguente: «Io credo che un collegamento fra i tre autori ci sia. Poiché sia Montanelli, con meno capacità degli altri due, che Chateaubriand, con maggior capacità di Montanelli, che Malaparte, forse il più capace di tutti in questo, non raccontano la verità propriamente detta. Raccontano invece una verità verosimile che è però più vera della verità che, rispettando la realtà non si potrebbe ottenere. La verità vera è invece quella di Malaparte, di Montanelli e di Chateaubriand. Ho voluto dedicare, contrariamente al mio solito, un libro su una sola figura letteraria, perché questo era un personaggio talmente grande e solitario che non poteva stare insieme ad altri».

Fu lo stesso Chateaubriand a scrivere quanto segue: «Il tempo non si ferma ad ammirare la gloria: se ne serve e passa oltre». Ed in questo si riconosce il suo destino, indegno della sua statura morale. Il Tempo, la Storia, si sono serviti della sua gloria, della sua grandezza. Oggi lo ignorano, passano oltre, calpestando le sue ceneri sulfuree. Ma se si hanno quella sensibilità e quella finezza dei sensi, non si può essere sordi al pulsare di un cuore che batte sotto le ceneri del passato. Il suo, il nostro. Ora è sepolto lì, in alto – dove è il suo posto – , sulla rocca di Grand Bé battuta dal vento, affacciata sul mare, con le onde che una volta lo avevano portato lontano e che ora si infrangono contro la sua immobile fierezza. Solo una croce, nessuna iscrizione, nessun nome. Solo qualche gabbiano di passaggio a tenergli compagnia; solo tanta solitudine e tanto oblio. Ma egli non riposa, freme, davanti al mare. E attende il prossimo vascello, sia pure esso quello di un Caronte, che possa traghettarlo nuovamente, per un altro viaggio a ritroso, dall’altra parte della vita. A Chateaubriand, gloria sepolta dalla storia che ci fa battere i cuori…dall’oltretomba.