Francesco Saverio Merlino nacque a Napoli il 15 settembre 1856. Di intelligenza precocissima, egli si laureò in giurisprudenza presso la Facoltà di legge dell’Università della sua città natale. Nel 1877 Merlino iniziò a collaborare ad un giornale democratico napoletano sul quale per la prima volta delineò le proprie idee socialiste e anarchiche. In quello stesso anno prese posizione pubblicamente a favore degli insorti della banda del Matese e l’anno seguente il giovane napoletano assunse persino la difesa di alcuni imputati, tra cui Errico Malatesta, che era già stato suo compagno di scuola nel liceo degli Scolopi. Ebbe inizio in quella circostanza la sua attiva militanza anarchica. Tra il 1879 e il 1881, insieme a Luigi Felicò, Giuseppe Sarno, Nicolò Converti e Giovanni Domanico, fondò la rivista “Il Movimento Sociale”, mantenendo intensi contatti con gli anarchici dell’Italia centro-meridionale, in particolare siciliani e pugliesi.

“Ne servi ne padroni”: verso di una bandiera probabilmente appartenuta a un gruppo di minatori anarchici che si ispira a una cartolina celebrativa del Primo Maggio 1904, in cui una folla di proletari marcia verso il “sole dell’avvenire” sotto la stessa insegna. Si ipotizza sia stata realizzata nel 1912 nel corso della campagna antimilitarista contro la guerra di Libia (il recto della bandiera porta la scritta “Né un soldo / Né un soldato”).

“Ne servi ne padroni”: verso di una bandiera probabilmente appartenuta a un gruppo di minatori anarchici che si ispira a una cartolina celebrativa del Primo Maggio 1904, in cui una folla di proletari marcia verso il “sole dell’avvenire” sotto la stessa insegna. Si ipotizza sia stata realizzata nel 1912 nel corso della campagna antimilitarista contro la guerra di Libia (il recto della bandiera porta la scritta “Né un soldo / Né un soldato”).

Contemporaneamente al suo impegno di pubblicista, egli non cessò di svolgere la professione di avvocato difensore dei suoi compagni coinvolti in casi giudiziari: nel 1879 difese l’anarchico Francesco Natta nel processo contro gli internazionalisti di Firenze e nel quale tutti i rivoluzionari imputati vennero assolti dall’accusa di essere gli artefici dell’attentato agli Uffizi dell’8 febbraio 1878. Egli scrisse anche per “La Plebe” di Milano e pubblicò alcuni opuscoli, il più rilevante dei quali fu Carlo Pisacane, nel quale evidenziò la diretta discendenza dei socialisti italiani dalle idee del patriota napoletano, affermandone in primo luogo il primato, da questi sostenuto, della prassi. Proprio nel 1879 il socialista Andrea Costa compì la sua clamorosa svolta in senso evoluzionista e parlamentarista, annunciata nella famosa “Lettera agli amici di Romagna”, a cui seguì la fondazione nel 1881 del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, che ben presto assunse il nome di Partito Socialista Rivoluzionario Italiano. Nel dicembre 1880 a Chiasso si svolse un Congresso degli internazionalisti italiani nel quale lo scandalo suscitato da Costa fu al centro del dibattito. Merlino non partecipò al Congresso e pur prendendo posizione contro la cosiddetta svolta del socialista romagnolo, si collocò in una posizione mediana possibilista ed eclettica, a metà strada tra i seguaci costiani e i più accaniti oppositori della nuova tattica parlamentaristica, tra i quali spiccarono Natta, Malatesta e Carlo Cafiero, e tentò vanamente una mediazione.

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Nel 1881 l’avvocato campano partecipò al Congresso Internazionale Anarchico di Londra in compagnia di Errico Malatesta. Si trattò di un congresso di svolta nella storia dell’anarchismo: pur nel rispetto di una concezione autonomistica dell’emancipazione operaia, si impose la questione del ruolo delle minoranze agenti e della propaganda del fatto e si avviò una fiammata di terrorismo individualistico che consegnò il movimento operaio a un destino riformista. Merlino accentuò invece il suo anarco-comunismo attaccando il collettivismo marxista, ma nel 1883 accadde un avvenimento che determinò il corso della sua vita: in aprile gli venne notificata l’accusa di cospirazione contro la sicurezza dello Stato in concorso con altri internazionalisti e venne rinchiuso nelle carceri romane fino al novembre di quello stesso anno; al processo svoltosi a Roma nel gennaio-febbraio 1884 venne condannato a quattro anni di carcere, ricorse in appello e ottenne la libertà provvisoria che gli consentì di fuggire ed espatriare.

Merlino era rimasto ormai l’ultimo esponente internazionalista di rilievo ancora in Italia; con l’esilio londinese si può indicare l’inizio della seconda fase della sua esistenza, nella quale la sua attività di teorico e studioso prese definitivamente il sopravvento sulla sua milizia politico-propagandistica. Nel 1890 l’intellettuale meridionale diede alle stampe a Parigi un pamphlet di controstoria molto suggestivo ed efficace: L’Italie telle qu’elle est. Con questo lavoro Merlino intese denunciare il carattere rapace della borghesia italiana e delegittimare agli occhi delle masse popolari il nuovo potere nato dalla rivoluzione risorgimentale. A suo giudizio la borghesia italiana era priva di radici e di tradizioni proprie: non era quindi da considerarsi una vera classe imprenditoriale. La sua nascita e il suo sviluppo erano scaturiti da circostanze e iniziative altrui. Merlino in questa sua analisi utilizzò diffusamente il concetto marxiano di accumulazione originaria, individuando nella storia d’Italia una sorta di cartina di tornasole, nel senso che questa testimonierebbe una volta di più come il capitale iniziale sia creato dalla borghesia con frodi e rapine.

In questa ricostruzione storica, la lotta politica per l’indipendenza nazionale appare piegata alle aspirazioni del dominio economico capitalista e l’intera vicenda risorgimentale finisce per ruotare attorno allo scontro tra borghesia e proletariato. Ad accentuare il carattere rapace della classe borghese concorse anche la feroce “piemontizzazione” che, specialmente nel Centro e nel Sud della penisola, segnò l’effettiva prevaricazione del processo unitario a scapito delle grandi masse popolari mentre sancì l’inconsistente legittimazione del potere monarchico. Nel rapporto decisivo tra Nord e Sud Merlino toccò una questione fondamentale della storia italiana: la genesi della modernizzazione capitalistica e il fallimento della rivoluzione democratica. Il saggio ebbe un forte impatto e suscitò molte emozioni; i temi di carattere meridionalista sviluppati in esso susciteranno alcuni decenni dopo l’ulteriore riflessione gramsciana in merito.

Giuseppe Garibaldi ritratto dal pittore Girolamo Induino. L'uomo noto come "l'eroe dei due mondi" è considerato da molti come una sorta di proto socialista

Giuseppe Garibaldi ritratto dal pittore Girolamo Induino. L’uomo noto come “l’eroe dei due mondi” è considerato da molti come una sorta di proto socialista

Nel frattempo lo studioso napoletano subì una evoluzione politica che lo portò ad allontanarsi dall’anarchismo, nell’ambito del quale egli aderiva alla tendenza organizzatrice di Errico Malatesta. Ed è proprio a causa di una polemica con l’ex compagno di scuola che la crisi si fece conclamata nel 1897. Fu uno scontro lacerante, dato che si fronteggiarono due inclinazioni opposte: Merlino affermò l’incompatibilità tra il liberalismo costituzionale e i regimi assolutisti, sostenendo la superiorità del primo sui secondi, secondo la considerazione che le garanzie liberali andassero considerate come un bene in sé. Malatesta ribadì invece la necessità di mantenere viva la volontà rivoluzionaria, volta ad abbattere entrambe le manifestazioni di quello che egli definiva come “il sistema borghese”.

Una serie di foto ritraenti Errico Malatesta

Una serie di foto ritraenti Errico Malatesta

Merlino in quello stesso anno pubblicò la sua opera principale, il libro che sintetizzava il suo intero percorso intellettuale e politico ed in particolare il suo esito: Pro e contro il socialismo. Si trattò senza dubbio di uno dei primi scritti in Europa sul marxismo di impronta inequivocabilmente revisionista. Era, insomma, un vero e proprio tentativo di demolizione in blocco, dall’interno, della concezione marxista quale fino allora dominava pressoché incontrastata. Critiche a singoli punti non erano mancate, specie in Germania, ma questa era una delle prime opere che, dall’interno del mondo socialista, tendessero ad effettuare un tentativo di revisione globale dell’impostazione marxista ortodossa della Seconda Internazionale. Salvo pochissime eccezioni, il volume non ebbe al principio alcun tipo di riscontro. L’unico pensatore che rimase fin dall’inizio scosso da questo lavoro fu Georges Sorel, che dedicò al libro una lunga recensione pubblicata sulla rivista “Le Devenir Social”.

Una delle poche immagini che ritraggono il socialista rivoluzionario francese Georges Sorel

Una delle poche immagini che ritraggono il socialista rivoluzionario francese Georges Sorel

Al di là dell’estrema ed imbarazzata difesa da lui tentata della concezione marxista di fronte alle serrate argomentazioni merliniane, trasparì evidente il turbamento del francese che metteva in discussione la sua precedente sicurezza ideologica. Sorel ammise che Merlino aveva ragione quando affermava che il fattore economico determinava sempre meno gli altri fenomeni sociali; nemmeno lui, in sostanza, mostrò di credere al fatalismo economico-rivoluzionario secondinternazionalista ma egli dissentì dall’italiano nell’attribuire a Marx la responsabilità delle facilonerie e dei semplicismi dei suoi stanchi epigoni. Inoltre, lo scrittore francese fece presente che Marx non aveva suddiviso le classi in modo così rigido e strettamente tecnico come Merlino aveva mostrato di ritenere, così come il problema della concentrazione della ricchezza andava ancora approfondito alla luce delle moderne cognizioni economiche. Il socialismo merliniano, per Sorel, non si allontanava molto in sostanza dalla dottrina sansimoniana, per il suo carattere essenzialmente giuridico, che si ricollegava alle tradizioni italiane e romane:

“Nel senso in cui si può dire che un Paese ha una missione storica, la missione storica dell’Italia è stata di dare il diritto all’Europa: e non faccio qui allusione soltanto al vecchio diritto romano; questa missione, essa l’ha compiuta ancora durante tutto il Medio Evo, con il diritto canonico e creando la pratica criminale; i suoi grandi filosofi, da San Tommaso a Vico, sono, prima di tutto, dei giuristi. Merlino porta nello studio del socialismo questo spirito giuridico, che è stato la gloria del suo Paese e di cui è fortemente imbevuto”.

Anche le idee sulla famiglia coincidevano tra Merlino e Saint-Simon, intendendola entrambi come unione morale e non legale. Il libro di Merlino, concludeva Sorel, rivestiva un grande interesse, se non altro in quanto obbligava ad approfondire i problemi, a separare l’ipotesi dalla scienza, ad abbandonare le “leggi storiche fatali” a vantaggio delle “idee di libertà e di responsabilità morale” e soprattutto a “perfezionare la teoria secondo i bisogni della pratica”. Questa recensione segnò una delle svolte del pensiero di Sorel, come egli stesso rammenterà nelle sue Confessioni. Come divenni sindacalista (1910):

Pro e contro il socialismo mi fece comprendere che era venuto il momento di romperla con ciò che si chiamava l’ortodossia marxista; l’articolo che io scrissi su questo libro (ottobre 1897) fu l’ultimo che io detti al Devenir Social”.

Iniziava quello che ho definito in un precedente articolo come il secondo periodo di Georges Sorel, contraddistinto da una sua particolare contiguità al revisionismo riformista del socialismo e compreso tra il 1897-1898 e il 1903; esso sarà suggellato in quello stesso anno dalla pubblicazione presso l’editore Sandron di Palermo dei Saggi di critica del marxismo, a cura di un discepolo di Vilfredo Pareto, Vittorio Racca. Arrivato a questo punto, gli interessi sindacalistici di Sorel però prevarranno ed egli darà, con le Riflessioni sulla violenza e la teoria del sindacalismo rivoluzionario, il suo personale contributo al movimento socialista ed operaio affinché esso potesse uscire dal labirinto in cui era piombato. Sorel comunque fraintese le vere intenzioni di Merlino, il cui obiettivo era la liquidazione del marxismo in quanto tale. Sorel invece attribuì a Merlino i buoni propositi che aveva egli in cuor suo e vide nell’opera dell’italiano un primo contributo per un ritorno a Marx, quale lui soltanto auspicava:

“Io sono di quelli che hanno veduto nell’opera del compagno italiano un tentativo di rigenerazione del socialismo e ho detto, molto francamente, che bisognava abbandonare la lettera per lo spirito, e rifare il socialismo ispirandosi ai principi di Marx piuttosto che alle sue formule”.

Che si trattasse di un autentico qui pro quo, fu dimostrato dalla pubblicazione, l’anno successivo, nel 1898, del volume L’utopia collettivista e la crisi del socialismo scientifico; in esso Merlino fu ancora più duro nei confronti del collettivismo e dell’economia pianificata e socializzata propugnate dal socialismo marxista. Dopo avere identificato il collettivismo in sé come una forma burocratica di oppressione, egli propose quale alternativa una sorta di “socialismo di mercato”. Evidentemente ci troviamo di fronte ad una concezione diametralmente opposta a quella soreliana, eminentemente classista, anticapitalista, antidemocratica e antiliberale: le strade divergenti che di lì a qualche anno imboccheranno i due “revisionisti”, uno impegnato nella lotta al marxismo, l’altro nel tentativo di rivitalizzarlo, mostreranno ampiamente le loro opposte sensibilità e i loro scopi inconciliabili. Con il senno di poi, come nani sulle spalle dei giganti, noi ci rendiamo conto di tutto questo, ma nel fervore della battaglia politico-culturale la stessa consapevolezza non poteva che mancare al grande filosofo marxista ortodosso, “rigoroso ma non scolastico”, come egli stesso diceva di sé, Antonio Labriola, che si sentì tradito doppiamente per il legame di profonda amicizia che lo legava a Sorel e che non riusciva a comprendere come il Normanno si fosse unito a Merlino in una diatriba a tutto vantaggio degli oppositori politici della rivoluzione e degli avversari di classe.

Antonio Labriola

Antonio Labriola

Quello che non potevano sapere né Antonio Labriola né Georges Sorel era che la revisione del marxismo a partire dagli anni ’90 del XIX° Secolo si sarebbe dipanata in due ramificazioni, nell’ambito delle quali fu possibile annoverare pensatori, studiosi e dirigenti politici anche molto diversi tra loro. Così come è esistita una revisione rivoluzionaria del marxismo, che ha riguardato ad esempio Sorel, Lerda e Mussolini, vi fu altresì una revisione riformista del marxismo stesso, che ha visto quali suoi esponenti tra gli altri Bernstein, Millerand e il nostro Merlino. Il revisionismo rivoluzionario, secondo una personale convinzione di chi scrive, è stato efficace nella battaglia anticapitalista tanto quanto il leninismo. Lenin nei suoi scritti filosofici difese accanitamente il materialismo e attaccò violentemente l’idealismo, ma in realtà la Rivoluzione d’Ottobre cosa fu se non una magnifica forzatura volontaristica ed attivistica? Non per nulla Gramsci la definì “La Rivoluzione contro Il Capitale”. Ne consegue che se fossero stati marxisti ortodossi “scolastici”, se avessero seguito i principi del positivismo meccanicistico ed evoluzionista che caratterizzava il marxismo della Seconda Internazionale, i leninisti non avrebbero potuto fare alcuna rivoluzione; inoltre, se non fossero stati dei pragmatici dopo la rivoluzione, sarebbero caduti nel dogmatismo bordighiano e in breve sarebbero stati sconfitti dalle truppe imperialiste.

Gli ultimi comunisti rimasti oggi bollano i loro avversari come revisionisti, mettendo per l’appunto nello stesso calderone sia i revisionisti rivoluzionari che i revisionisti riformisti, ma a mio parere Lenin, che pur demolì tra gli altri anche il “revisionismo sindacalista”, avrebbe dovuto riconoscere che la sua filosofia dell’azione aveva molti debiti nei confronti di Sorel, Bergson, James, di tutte quelle correnti di pensiero neoidealiste, vitalistiche, volontaristiche che costituivano l’humus politico-culturale di quegli anni. Lo stesso Gramsci deve molto non soltanto a Croce e Gentile, ma in un certo senso proprio a Sorel e a Bergson. Carlo Michelstaedter scrisse ne La Persuasione e la Rettorica (1910):

“Il socialismo, mantenendo le forme, il nome, gli schemi delle argomentazioni,-tutto il frasario di Marx-ha ridotto la sua negazione della società borghese a un elemento di riforma nella società borghese, volto a scopi più o meno particolari e materiali: più o meno mite, a seconda che più o meno i capi del partito avevano bisogno della società borghese e, approfittando della forza che loro concedeva il partito, ambivano a un posto in quella. Così che in Francia il socialismo è giunto al governo, in Germania ha creato una classe benestante più borghese dei borghesi, in Italia… dell’Italia è pietoso tacere”.

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Il filosofo goriziano parlava del socialismo in generale, ma la sua riflessione si attaglia piuttosto ai revisionisti riformisti in particolare. L’unico vero punto di convergenza tra i due revisionismi riguardò la prevalenza del fattore etico rispetto a tutti gli altri nella concezione del socialismo: fu questo motivo che trasse in inganno Sorel rispetto al reale movente di Merlino; il “socialismo etico” fu la vera passione di tutta la sua vita e il pensatore francese nei riguardi di Merlino scambiò una parte, comune ad entrambi – la centralità della riforma morale ed intellettuale quale momento prioritario della costruzione socialista – per il tutto dell’italiano, il “socialismo di mercato”.

Ma infine la questione dirimente era il superamento del capitalismo: su questo punto i revisionisti rivoluzionari non transigettero mai, mentre i revisionisti riformisti accettarono via via il ruolo di ala sinistra del Capitale. Alla fine di dicembre del 1898 uscì frattanto a Roma il primo numero di un nuovo periodico, la “Rivista Critica del Socialismo”, fondata e diretta da Francesco Saverio Merlino, divenuto ormai uno dei massimi esponenti del movimento revisionista italiano. Questa rivista, che ebbe in Georges Sorel uno dei principali collaboratori e che Roberto Michels giudicò diretta “con grande finezza intellettuale e profonda cognizione di causa”, ebbe un solo anno di vita, ma ben presto assurse a tribuna del dibattito revisionista in Italia e gli articoli in essa contenuti costituiscono tuttora un prezioso materiale per lo studio del bernsteinismo italiano, nel periodo che vide esplodere la “crisi del marxismo” in tutta la sua ampiezza.

Robert Michels, uno dei principali esponenti della "scuola elitaria"

Roberto Michels, uno dei principali esponenti della “scuola elitaria” italiana

La rivista si apriva con l’enunciazione di un programma nel quale, premesso che “nessuna cosa al mondo è nata perfetta, nemmeno il socialismo”, si invitavano a collaborare “i socialisti di tutte le scuole” per approfondire insieme, mediante la libera e feconda discussione, il concetto di socialismo. In particolare, come si legge nella prefazione al primo numero, essa mirava a contrapporre al vecchio concetto di socialismo dottrinario e dialettico un nuovo concetto, positivo e sperimentale, secondo il quale

“il socialismo non è una dottrina, ma è una tendenza, un complesso di sentimenti e di idee, che agitano gli animi, mutano i costumi, e tendono a mutare in meglio, cioè a rendere più eque, le relazioni fra gli uomini”.

Per la trasformazione radicale della società non si doveva contare su un colpo di mano di un individuo, di un partito o di un’autorità, ma sopra una serie di riforme, cominciate subito e proseguite sempre, durante la battaglia e dopo la vittoria. Era in sostanza il programma enunciato da Merlino in Pro e contro il socialismo.

Dopo la chiusura della sua rivista personale, Merlino alla fine del 1899 aderì al Partito Socialista Italiano, dove si ritrovò più isolato che mai. Egli riuscì nell’impresa, durante il breve corso della sua militanza in quel partito, di scontrarsi molto rudemente addirittura con Filippo Turati, che era certamente un riformista come lui, ma era anche in quella fase il più geloso custode dell’ortodossia marxista. Le sue proposte di stampo liberale non ebbero alcuna fortuna nel partito dei lavoratori: erano fortunatamente altri tempi rispetto ai nostri. Nel 1902 Merlino prese parte al VII° Congresso Nazionale del P.S.I. che ebbe luogo a Imola tra il 6 e il 9 settembre e nel quale prese l’abbrivio la duratura e sfiancante lotta tra rivoluzionari e riformisti. Avendo ben poco da spartire con entrambi, il napoletano decise di lasciare il partito e cominciò per lui un percorso di progressivo ma costante allontanamento dalla politica.

Nel giugno 1907, pochi giorni prima dell’avvio dei lavori del Congresso Anarchico Italiano riunito a Roma tra il 16 e il 20 di quello stesso mese, Francesco Saverio Merlino rilasciò un’intervista al quotidiano “La Stampa” di Torino, nella quale egli descrisse l’anarchismo come un fenomeno in via di lenta ma sicura estinzione, un sopravvissuto a se stesso. Le reazioni non si fecero attendere: poco tempo dopo l’anarchico antiorganizzatore Luigi Galleani pubblicò un violento e feroce pamphlet dal titolo La fine dell’anarchismo? (lo stesso titolo era stato dato alla lunga e compiacente intervista merliniana al giornale padronale), in cui egli si scagliò senza ambagi contro il napoletano, definito “traditore dell’anarchismo e del socialismo”.Durante la crisi del 1914 Merlino assunse una posizione rigidamente neutralista, che mantenne inalterata nel corso di tutta la Prima Guerra Mondiale; l’intellettuale italiano e Sorel in questa singola circostanza si ritrovarono per una volta e di nuovo dalla stessa parte della barricata. Lo studioso napoletano aveva peraltro pochi mesi prima, per risentimento, gettato nel fuoco tutta la sua corrispondenza con il pensatore francese, reo di avere aderito al Circolo Proudhon.

Nel primo dopoguerra Merlino si riavvicinò a sorpresa al movimento anarchico, ma l’esperienza non durò molto: nel 1924 egli pubblicò con le edizioni libertarie di “Pensiero e volontà”, una rivista malatestiana, un opuscolo dal titolo Fascismo e democrazia. In esso l’autore dichiarò l’insuperabilità politica della democrazia, che risultava a suo giudizio l’opposto del fascismo, così come la libertà è l’opposto dell’autorità. Errico Malatesta ne redasse una prefazione molto critica contestando vivacemente l’anarchismo democratico a cui era approdato Merlino e rivendicando altresì i nobili e genuini obiettivi della vera Anarchia. L’anno successivo la riflessione merliniana sul fascismo si allargò ai rapporti tra potere politico e magistratura, nel volume Politica e magistratura dal 1860 ad oggi in Italia, pubblicato da Piero Gobetti. Dopo le leggi fascistissime del 1925-1926, Merlino si ritirò definitivamente a vita privata, ormai completamente conquistato dalle concezioni liberali e democratiche. Egli morì a Roma il 30 giugno 1930.