Ettore Cozzani nacque a La Spezia il 3 gennaio 1884. Il giovane ligure intraprese i suoi studi universitari a Pisa, dove ebbe la fortuna di avere tra i suoi insegnanti Giovanni Pascoli. L’incontro con il Poeta del fanciullino ebbe un ruolo decisivo nella sua formazione; egli lo descrisse come “il più caro” dei Maestri, la cui vita era “tutta e solo lavoro per conquistarsi il silenzio e la libertà della solitudine”. Cozzani si ritenne per tutta la vita un discepolo del romagnolo e dedicò alla sua figura una delle sue più impegnative opere letterarie, uno studio in cinque volumi pubblicato tra il 1937 e il 1955. Nell’introduzione al primo volume egli scriverà:

“I giovani devono avere accanto questo maestro di modernità e di audacia creativa, di onestà spirituale, di energia, di entusiasmo, di maschia fede in sé stessi e nella loro razza”.

La raccolta di Odi e Inni (1906) sarà l’opera pascoliana più amata dal Nostro, quella in cui “le aquilari strofe interpretano il palpito terribile del cuore stesso d’Italia”. Formatosi dunque agli ideali della triade Carducci-Pascoli-D’Annunzio, Ettore Cozzani fece parte della generazione colta che entrò nella maturità nei primi anni del Novecento; fu la sua una nuova leva che si definì e stabilì le proprie coordinate culturali, ideali, politiche ed esistenziali misurandosi con l’Italia giolittiana, adottata a paradigma negativo, nemico da combattere, simbolo riassuntivo di tutti i mali, lontani e recenti, che affliggevano il nostro Paese. Fenomeno composito, di non univoca genesi e di non univoca direzione, l’antigiolittismo prima ancora che un programma politico fu uno stato d’animo che si esprimeva appropriandosi di un complesso di valori, vissuti in funzione antagonistica agli orientamenti e agli indirizzi della classe dirigente.

Il grande poeta italiano Giovanni Pascoli

Il grande poeta italiano Giovanni Pascoli

Questo stato d’animo era carico di aspettazione, di inquietudini ed angosce: prima di ogni altra l’insoddisfazione per il presente e l’ansia di rigenerazione. Ma molte cose esso portava con sé, al pari di un pesante fardello: dal senso di mortificazione per il tedio di vivere un tempo privo di ideali dominato dai mediocri, per passare alla celebrazione del ritorno e del culto degli Eroi, alla deprecazione per le tristi condizioni delle masse popolari costrette all’emigrazione in terra straniera, all’esaltazione dei sistemi sociali forti e coesi, alla richiesta e all’offerta di una più alta moralità civica e patriottica. Quella generazione infine si determinò all’invocazione della guerra, quale presupposto e rivelazione della finalmente realizzata congiunzione di masse e nazione. Da quell’evento sarebbe nata la Nuova Italia che già era nel grembo dell’antigiolittismo stesso, nutrito da suggestioni, motivi, convinzioni, emozioni che riuscivano ad influenzare lo spirito pubblico.

Gioacchino Volpe, uno dei maestri di Cozzani all’Università di Pisa, che parteggiava apertamente per gli antigiolittiani, ha così dipinto la situazione di quegli anni:

“L’Italia di allora si divideva fra giolittiani, che erano i più, e antigiolittiani che erano i meno ma costituiti da una specie di aristocrazia intellettuale anelante a più alta moralità pubblica, a più fecondi contrasti, a più energici atteggiamenti di politica estera, rispondenti alle cresciute energie e possibilità della nazione”[1].

Queste le parole di Carlo Emilio Gadda, uno dei massimi scrittori italiani del Novecento, interventista convinto: "Io ho voluto la guerra, per quel pochissimo che stava in me di volerla. Ho partecipato con sincero animo alle domostrazioni, ho urlato Viva D'Annunzio e Morte a Giolitti, e conservo ancora il cartello con su Morte a Giolitti che ci eravamo infilati nel nastro dei cappelli. Del resto, pace all'anima sua. Io ho presentito la guerra come una dolorosa necessità nazionale, se pure, lo confesso, non la ritenevo così ardua. E in guerra ho passato alcune ore delle migliori di mia vita, di quelle che mi hanno dato oblio e compiuta immedesimazione del mio essere con la mia idea: questo, anche se trema la terra, si chiama felicità"

Queste le parole di Carlo Emilio Gadda, uno dei massimi scrittori italiani del Novecento, interventista convinto: “Io ho voluto la guerra, per quel pochissimo che stava in me di volerla. Ho partecipato con sincero animo alle domostrazioni, ho urlato Viva D’Annunzio e Morte a Giolitti, e conservo ancora il cartello con su Morte a Giolitti che ci eravamo infilati nel nastro dei cappelli. Del resto, pace all’anima sua. Io ho presentito la guerra come una dolorosa necessità nazionale, se pure, lo confesso, non la ritenevo così ardua. E in guerra ho passato alcune ore delle migliori di mia vita, di quelle che mi hanno dato oblio e compiuta immedesimazione del mio essere con la mia idea: questo, anche se trema la terra, si chiama felicità”

Ettore Cozzani diede un preciso ed importante contributo alla causa dell’antigiolittismo. Egli rammentò in “Alcuni dei miei ricordi” (1978, opera postuma) che tutta la sua vicenda, sin dalla formazione giovanile, si era svolta sotto il segno dell’Italianismo, che dell’antigiolittismo era a suo avviso la conseguenza necessaria e la soluzione programmatica. “Far grande l’Italia: obbligare il mondo a riconoscerci uguali se non superiori ai popoli più ardimentosi e proprio per questo grandi”: erano queste le sue aspirazioni in quel tempo nonché in seguito. Per Cozzani, nella sua giovinezza, questi sogni di grandezza nazionale andarono di pari passo con la scoperta dell’anarchia:

“D’improvviso mi si rivelava una spaventosa ingiustizia da cui nasceva identicamente in tutto il mondo la fame, la miseria, l’ignoranza, e di cui ognuno si rendeva responsabile se non cercava di contribuire alla liberazione della parte sacrificale dell’umanità. La mia innocenza, la purezza dei miei ideali, la sete di giustizia, il bisogno di dedizione e persino l’ansia di sacrificio che avevano alimentato il mio misticismo di fanciullo, divamparono in me in infinite fiamme, illuminando l’abisso verso cui mi sentivo trascinato: mi straziavano, ma, al tempo stesso, mi davano un senso quasi di esaltazione”[2].

La Spezia all’inizio del Ventesimo Secolo era una delle basi più attive del movimento anarchico in Italia. La sua caratteristica di “città nuova”, cresciuta in fretta, con una folta massa di lavoratori concentrata nei cantieri e all’Arsenale, la predisponeva ad un’aspra conflittualità sociale che spingeva alla radicalizzazione le formazioni operaie. Assieme ai repubblicani, gli anarchici vi avevano un forte seguito, grazie soprattutto all’opera di Pasquale Binazzi (1873-1944), uno dei più intelligenti e più equilibrati esponenti del movimento. Binazzi fu lo stimato direttore del settimanale spezzino “Il Libertario” (1903-1922), che Cozzani rievocò così:

“Dal giornale vaporava, come fosse un respiro, una specie di fervido calore che mi trovava preparato a raccoglierlo per quel mio bisogno, ancora indistinto ma già prepotente, di sentirmi io, con la mia interpretazione delle cose, con le mie idee, i miei sogni, le mie iniziative, i miei atti”[3].

De “Il Libertario” Cozzani divenne presto uno dei collaboratori più impegnati e i suoi articoli vennero firmati con gli pseudonimi di Vito Vita e Marco Stasiota e comparvero sulle colonne del foglio sovversivo dal luglio 1903 al 21 febbraio 1907, data del suo ultimo articolo su quella testata; il suo congedo dal giornale fu una commemorazione della figura di Giosuè Carducci, scomparso il 16 febbraio: “Invero egli non è morto, poiché la sua è un’ascensione ai più alti cieli che splendono sull’umanità intera, poiché noi tutti, cresciuti al fuoco del suo gran cuore, lo sentiamo oggi più che mai presente, oggi più che mai fuso in noi stessi con tutta la sua potenza di agitatore e di propulsore”.

Un immagine del Vate Giosuè Carducci

Un immagine del Vate Giosuè Carducci

Cozzani conseguì la laurea in Lettere proprio nel 1907; l’anarchia non fu dunque una passeggera esaltazione adolescenziale, bensì per lo spezzino fu un’esperienza che appartenne già alla maturità. Su “Il Libertario”, permeato dagli umori antigiolittiani più forti e netti, non solo si celebrava come abbiamo visto Carducci “rivoluzionario, agitatore e propulsore”, ma si proponeva la poesia “La Nave” di Gabriele D’Annunzio come la più affascinante e convincente rappresentazione delle finalità perseguite dall’anarchia. Era lo stesso direttore Pasquale Binazzi a scrivere nel settembre 1904:

“Il poeta parla ad una nave immensa e forte, sventolante ai liberi venti dell’oceano le bandiere di tutte le glorie umane, che potrà simboleggiare per noi la rivoluzione; e la persuade a superare tutti gli ostacoli (le sirti) del viaggio, per giungere alla terra (l’Atlantide) che noi tutti sogniamo. Il sogno apparve così puro e distinto alla mente del poeta, che egli lo espresse con una semplicità di parole primitive. Quando il pensatore pensa così e il poeta così canta, il sogno non può tardare molto a convertirsi in realtà”.

A scanso di equivoci, preciseremo che qui si parla della poesia “La Nave”, presente nella raccolta Odi Navali (1893), e non dell’omonima e pur splendida tragedia dannunziana del 1908. Ma quel foglio si spinse molto più in là e arrivò a negare una delle verità di fede del movimento libertario indicando nella guerra “la via più breve” per giungere alla rivoluzione. “La via più breve” era proprio il titolo di un articolo apparso su “Il Libertario” del 25 agosto 1904 e redatto da Federico Uccelli, un giovane della stessa età di Cozzani, che si esprimeva in questi termini:

“E io sono quindi per la guerra: e noi dobbiamo esser per la guerra. Colla panacea delle riforme e dell’evoluzione non ridurremo mai la nostra gioventù a prepararsi per la vigilia delle armi. Ci vuole l’eccitamento che le sferzi le reni, poiché la fame non è bastata; o meglio l’odore della polvere che la tolga dal letargo e la faccia assai, assai starnutire tutta quell’infreddatura presa a godere bagasce nelle notti rabbiose. E l’odore della polvere i giovani italiani cominciano a sentirlo. Non cerchiamo che si disperda: ventiliamolo invece se è possibile sotto le narici che lo devono aspirare. Il popolo d’Italia ha necessità di rinnovarsi e non può farlo cantarellando l’inno dei lavoratori”.

Era questo il fervente clima nel quale si fece le ossa Ettore Cozzani. Non ci dobbiamo sorprendere di trovarlo quindi nell’aprile 1907 tra i curatori del numero unico pubblicato in occasione del varo della corazzata “Roma”, febbricitante di gioia impaziente nell’auspicare la grandezza nazionale e il risveglio militare dell’Italia. Per Pasquale Binazzi ciò equivalse ad un tradimento dell’anarchismo, per Cozzani invece si trattò di un riposizionamento all’interno della galassia antigiolittiana da mettere in stretta dipendenza con la ripresa di attrazione dell’Italianismo. Cozzani dell’Italianismo fece il suo programma d’azione, il metro del suo giudizio, il suo connotato identitario, infine una professione di fede religiosa che richiamava vagamente a Giuseppe Mazzini. A partire da quel momento Ettore Cozzani profuse tutto il suo impegno nelle attività di scrittore, di editore e di saggista animato dalla finalità di “risollevare la decadutissima arte del libro e difendere ed esaltare le forze della Poesia”. Attraverso lo studio della letteratura si ripromise di diffondere un messaggio etico ed estetico che trasmettesse la coscienza del valore della tradizione ed educasse alla passione patriottica. E dell’amor patrio il concetto dell’Eroismo, centrale nel pensiero cozzaniano, è di certo l’espressione più alta, celebrata dalle arti di ogni tempo.

Il riconoscimento del valore e l’affermazione della giustizia furono i temi forti della poetica di Cozzani; il desiderio di giustizia era per lo spezzino la connotazione fondamentale dell’eroismo. E proprio da queste concezioni appena abbozzate germinò il nome che il ligure attribuì alla propria rivista di arte e letteratura; essa si appellò “L’Eroica”. Il suo fondatore la eternò con queste parole:

“S’era nel 1911 e alla Spezia, sul Golfo dei Poeti, nasceva, come Venere dalle schiume del mare, l’Eroica; nuda, vergine, ardente: chiamava con una sua voce di onde tra scogli i giovani poeti. Non se ne vedevano; eppure dovevano ben essercene per le terre d’Italia: essa li cercava affannata d’amore”.

“L’Eroica” poté vantare due serie: dal 1911 al 1917 e successivamente, con il trasferimento della sede della rivista a Milano, dal 1919 al 1943. La rassegna mensile contò complessivamente 310 numeri e fu senza dubbio una delle riviste artistico-letterarie più innovative della prima metà del Novecento, molto nota per l’utilizzo della tecnica xilografica che rendeva ogni numero un prezioso reperto d’arte dal pregio e dalla ricercatezza formidabile. Oggi la rivista è quasi introvabile e sono pochissime le biblioteche italiane che conservano l’intera collezione. Essa ebbe tra i suoi collaboratori Adolfo De Carolis e Franco Oliva, Eugenio Baroni e Adolf Wildt, Emilio Mantelli e Giovanni Governato, Primo Conti e Francesco Gamba insieme a molti altri. Parallelamente alla rivista, Cozzani diede vita ad una casa editrice omonima ispirata ai suoi principi etico-politici ed artistici che pubblicò molti volumi.

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In una calda domenica estiva, il 30 luglio 1911, il primo numero venne distribuito in edicola; alcuni giorni prima Ettore Cozzani e Franco Oliva ne preannunciarono l’uscita con una lettera alla stampa:

“Si afferma da ogni parte che l’Italia non ha più poesia, che povera di poesia è la vita, poverissima l’arte: l’età nostra è della critica. I nostri artisti maggiori sono sfibrati; non appaiono ancora i nuovi o già traviano per imitazioni, flaccidezze, falsità: non ci resta che chiedere consolazione alla filosofia. Noi crediamo invece che la poesia viva in Italia la sua vita perenne: gli artisti maggiori non sono decaduti nella nostra venerazione, i nuovi preparano e lavorano. E’ bene cercare con un’ardente aspettativa, che sia amore per gli artisti esemplari, simpatia per le aspirazioni dei giovani: e frattanto operare noi stessi. Se la critica pur avesse sincera coscienza d’un temporaneo decadimento della poesia nella nostra vita e nella nostra arte, dovrebbe provocare la rinascita con il rispetto per chi fa e non con l’astio, con la fiducia verso chi tenta e non con il dileggio. La nostra rivista si occuperà quindi con uguale ardore di letteratura, pittura, scultura, architettura, musica: ma soltanto in quanto siano espressioni dell’unica poesia. Avrà una parte creativa e una parte critica: nella critica si studierà di costruire piuttosto che di distruggere, di comprendere piuttosto che di limitare; nella creativa, pur non costringendosi nell’ambito di speciali scuole, tendenze, tecniche, seguirà tutti i più arditi e seri movimenti moderni. Il titolo sarà L’Eroica. Eroica è invero la Poesia: unica espressione del divino nella vita umana”.

Il 27 giugno 1911 Ettore Cozzani si era premurato di scrivere a Gabriele D’Annunzio comunicandogli la novità:

“Maestro! Contro l’indegna baraonda di critici che hanno invasi i predii della poesia, spargendo per ogni dove la loro sozzura, si leva una rivista, L’Eroica, che si propone di annunciare, divulgare, esaltare la Poesia, comunque e dovunque essa nobilmente si manifesti, nelle cinque belle arti cioè, e nella vita. L’edizione sarà magnifica: ogni scritto ed ogni riproduzione o gruppo di riproduzioni avrà il suo frontespizio decorato di xilografie originali; il formato sarà molto grande, le tavole fuori testo d’una delicatezza unica: ovunque il respiro e il sospiro della Poesia. Vuole esser con noi, Ella che sa bene apprezzare il valor dell’entusiasmo e della fede nella gioventù nuova, che non è tutta inaridita e inebetita, e spersa per gli sterpeti della critica? Noi lo speriamo”.

E il venerato pontefice dei culti dell’Eroico Inimitabile dal volontario esilio di Francia rispose a Ettore Cozzani, inviando un messaggio di consentimento e di simpatia ai giovani “compagni di volontà e di speranza”. Nel suo libro Come giungemmo alla Sagra dei Mille, pubblicato soltanto nel 1963, l’intellettuale spezzino descrisse gli avvenimenti che portarono all’erezione del celebre monumento in bronzo sullo scoglio di Quarto, opera dello scultore Eugenio Baroni (1888-1935) e voluto dal Comune di Genova per il cinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Il contributo di Ettore Cozzani per rinverdire l’Epopea dei Mille fu notevole: egli si occupò in prima persona della cerimonia di inaugurazione del monumento e riuscì a convincere D’Annunzio a lasciare il suo esilio francese per pronunciare il 5 maggio 1915 uno dei suoi più memorabili discorsi, l’Orazione per la Sagra dei Mille, connotata da un tenacissimo ed incalzante richiamo rituale-ben note sono le vibranti e blasfeme beatitudini dannunziane ivi presenti di evangelica memoria, rovesciate in chiave interventistica-e da una commossa tensione patetica, che spingeranno lo scrittore francese Romain Rolland (1866-1944) a definire D’Annunzio dopo quella giornata, con l’intento di insolentirlo ma porgendogli invece un grande encomio, “un incrocio tra Robespierre e Tallien”.

Il poeta-soldato Gabriele D'annunzio a Fiume

Il poeta-soldato Gabriele D’annunzio a Fiume

Pochi giorni dopo, il 24 maggio, la nostra Nazione entrò in guerra e Cozzani scelse evidentemente di schierarsi dalla parte della barricata occupata dagli interventisti, “per la più Grande Italia”. Egli tenne discorsi e conferenze a sostegno della guerra molto efficaci e penetranti, caratterizzati da una oratoria travolgente e trascinante, talora indulgente ad una ingenua retorica, ma sempre sincera, pura ed appassionata, come ebbe a riconoscere Giuseppe Prezzolini. Nel 1916 Cozzani fondò “La Giovane Italia”, associazione nazionale di temperamento mazziniano con fini puramente patriottici, avulsa da qualsiasi legame con i partiti; il 10 giugno 1917 uscì un numero unico di saggio dallo stesso titolo, dedicato alla propaganda degli scopi dell’associazione, in un periodo molto difficile, mentre gli attacchi delle truppe italiane agli ordini di Luigi Cadorna sull’Isonzo provocavano gravi perdite umane e preludevano alla futura disfatta di Caporetto (ottobre-novembre 1917).

“La Giovane Italia”, ricordava Cozzani, “era sorta per rafforzare nell’animo del popolo la virtù della resistenza, poiché è nella resistenza l’anima della Vittoria”. Sempre del 1917 è l’orazione più famosa declamata dal ligure, che venne anche pubblicata dall’Editrice “L’Eroica”: il volumetto Orazione ai giovani sul Golfo dei Poeti riprendeva per l’appunto il testo di un discorso letto agli studenti delle scuole medie di La Spezia per la commemorazione del martirio di Guglielmo Oberdan. L’invocazione intensa ed accalorata alle giovani generazioni nella quale l’oratore sottolineava l’importanza del fronte interno così principiava:

“Io non vi dico parole sonanti per amor d’un bello stile. Io vi rammento un preciso dovere. Di quanti restano in patria, in quest’ora tragica che le sorti delle nazioni liberatrici pendono in bilico sulle bilance del destino con le forze del nemico usurpatore, e che sebbene il sacrifizio fosse voluto, sebbene l’ardore sia intenso, sebbene la fede rimanga intatta, non si può resistere a un brivido che di quando in quando ci coglie, voi siete della vita civica la parte più fresca, più sana, più ardita. Tocca a voi formare la colonna vertebrale della resistenza interna: voi siete i giovani sottotenenti di questa milizia che combatte sulla fronte meno curata, meno studiata e pur come l’altra lassù pericolosa ed importante. I guerrieri adolescenti, gli imberbi dalla voce non ancora virile, comandano lassù l’attacco alle schiere dei veterani e le portano alla vittoria; voi imponete qui la chiara vostra volontà e la vostra conscia certezza a queste altre schiere domestiche, che guai a noi tutti se titubassero, se si sbandassero, se si accasciassero un’ora sola!”

Dopo la Vittoria, nel primo dopoguerra Ettore Cozzani ritornò alla propria attività intellettuale ed editoriale; relativamente alla sua produzione, lo spezzino non verrà mai meno al filo rosso dell’adesione agli ideali eroici, che lo accompagneranno per tutta la vita, a partire dai suoi primi brevi scritti, come “Per un Eroe. A Giacomo Bove” (1909), nel quale egli, ispirato da un monumento realizzato ad Asti l’anno precedente dallo scultore Eugenio Baroni, rievoca la figura dell’esploratore che tentò la ricerca del mitico passaggio a Nord-Est tra i ghiacci dell’Artico, a bordo della nave Vega, nel 1878, nonché più tardi indomito perlustratore delle foreste del Congo, morto suicida nel 1884. All’epoca furono da molti ritenuti notevoli i suoi versi, improntati ad una velata vena di malinconia secondo stilemi tardo-romantici e decadentistici, come “I Poemetti Notturni” (1920), dedicati alla sacra e venerata memoria dei genitori, Valdemira Ricco e Leonardo Cozzani, e il più noto suo lavoro, “Il Poema del mare” (1928). Cozzani non disdegnerà i tentativi nel campo della novellistica, con “I racconti delle Cinque Terre” e “Le strade nascoste”, entrambi del 1921, e del romanzo, con “Un uomo” (1934), “Ceriù” (1938) e “Destini” (1944).

Nel 1930 lo scrittore ottenne la cattedra di italiano e italianità al Politecnico di Milano e nel 1933 la stessa cattedra presso l’Università per stranieri di Perugia. Per i tipi de L’Eroica, frattanto, venne lanciata la collana “Vite di Artisti, di Pionieri e di Eroi”. Nel corso della sua vita, oltre alla capitale opera su Pascoli, la cuspide della sua complessa attività, egli pubblicò importanti saggi critici su Dante e Beatrice, Michelangelo Buonarroti, Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi, Nazario Sauro. Venne la tempesta della Seconda Guerra Mondiale e il poeta spezzino, ispirato dai propri ideali eroico-nazionali, sostenne la Patria nello sforzo bellico. Alcuni numeri monografici della sua rivista furono dedicati alla giustificazione morale e politica dell’intervento italiano. Nel numero de L’Eroica del novembre-dicembre 1941, facendo il bilancio del trentennale della sua rivista, Ettore Cozzani poté a buon diritto rivendicare di aver contribuito alla “ascesa civile, sociale e politica dell’Italia” e rimarcò la propria immutata fedeltà alla “Grande Causa Italianista”, a cui aveva dedicato l’intera sua esistenza. Dopo il 1945, egli, in un clima ormai mutato, continuò nella sua attività di conferenziere e in virtù delle sue doti di oratore da tutti riconosciute proseguì fino all’ultimo in questo suo impegno, affrontando i temi, gli interessi, le passioni di tutta la sua vita animato dal nobile e romantico culto degli Eroi, sulla scia di Richard Wagner e di Thomas Carlyle, che caratterizzò il suo stile fin dalla sua ormai lontana militanza anarchica.

Egli morì a Milano il 22 giugno 1971, in casa di amici. L’amore per la Patria non lo abbandonerà mai, ma la Patria Ingrata si dimenticò di lui molto presto. I tempi ormai erano veramente cambiati: la prosa aveva preso il posto della poesia, il profitto aveva sostituito l’eroismo nei sogni di grandezza delle nuove generazioni, la civiltà materialista aveva spodestato l’amore della gloria cantato da Giacomo Leopardi ed Ettore Cozzani e i valori spirituali vennero messi in ombra dai disvalori liberal-capitalistici del denaro, del successo ad ogni costo e dell’arrivismo.

[1] Gioacchino Volpe, Italia Moderna, Volume III, 1910-1914, Sansoni Editore, Firenze 1973, pagina 275.

[2] Ettore Cozzani, Alcuni dei miei ricordi, Giardini Editori, Pisa 1978, pagina 24.

[3] Ettore Cozzani, opera citata, pagina 25.