Il colpo di Stato del 2 dicembre 1851 consentì al Presidente della Repubblica francese Luigi Napoleone Bonaparte (1808-1873) di fondare il Secondo Impero francese; egli si proclamò Imperatore dello stesso con il nome di Napoleone III. Da questo clamoroso avvenimento che Karl Marx mirabilmente avrebbe chiosato come “il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”, insorse e si sviluppò nel campo rivoluzionario una ferocissima diatriba e un alterco verbale, a tratti volgare ed inverecondo, quasi sempre violento e veemente, circa le responsabilità che avevano portato al fatto; la polemica vide coinvolti Giuseppe Mazzini e i suoi seguaci, italiani e non soltanto, contro i socialisti francesi, nel complesso del variegato arco di tutte le loro molteplici tendenze. L’attacco partì da Mazzini e fu arrogante nei toni, ma i socialisti francesi non furono da meno, replicarono e non demorsero. Gli interventi andarono da Louis Blanc a George Sand, da Auguste Blanqui a Pierre-Joseph Proudhon.

Un po’ defilata da tutti e partecipe comunque del dibattito, in modo però alquanto singolare ed eccentrico, si stagliava solitaria ed altera la figura dolente del libertario francese Ernest Coeurderoy (1825-1862); egli in questa ed in altre polemiche e complessivamente nell’ambito dell’intera sua intensa attività rivoluzionaria e intellettuale fu e sarebbe rimasto sempre un isolato. Coeurderoy, sul tronco di un anarchismo che discendeva a chiare lettere da Proudhon, del quale sono avvertibili chiaramente, in questo scrittore, anche le influenze stilistiche, nel torno di tempo in cui si era accesa la discussione dei socialisti francesi con Mazzini andava elaborando quelle sue posizioni sulla rivoluzione sociale che nella storia delle idee socialiste sono note col nome di “teoria dei Cosacchi”.

Secondo Coeurderoy non bisognava avere alcuna fiducia nell’iniziativa rivoluzionaria dei popoli dell’Occidente – ivi compreso il popolo francese;- ed i socialisti francesi, che quella iniziativa predicavano, gli apparivano malati di autoritarismo ed intimamente antirivoluzionari. Le rivoluzioni che negli ultimi cinquanta anni avevano scosso i popoli dell’Occidente – avrebbe sostenuto di lì a poco il Coeurderoy nel suo scritto Hurrah! ou la Revolution par les Cosaques (1854) – si erano limitate a realizzare riforme moderate (guardia nazionale, costituzione, libertà di stampa, suffragio universale), che non intaccavano se non in maniera formale l’ordinamento sociale capitalistico. Ma i rivoluzionari veri ed autentici, coloro cioè che chiedevano “l’abolizione della proprietà, la soppressione dell’interesse, la distruzione del monopolio, la libertà della circolazione, l’equità dello scambio, il regno del lavoro, l’impero delle passioni e della felicità”, dovevano cessare di esaurirsi nei loro sforzi vani contro “le milieu civilisé” perché “ai cadaveri non si imprimono che scosse forzate” e “l’Occidente è oramai senz’anima”.

La borghesia non poteva desiderare la realizzazione della rivoluzione auspicata dal proletariato, perché contraddittoria con i suoi interessi; d’altra parte gli anarchici, essendo essi una minoranza impercettibile, non potevano influire in maniera decisiva sull’esito finale delle scosse rivoluzionarie. “Rivoluzionari anarchici, – scriveva perciò Coeurderoy – diciamolo chiaramente: noi non abbiamo speranza che nel diluvio umano; non abbiamo avvenire che nel caos; non abbiamo altra risorsa che una guerra generale la quale, mescolando tutte le razze e spezzando tutti i rapporti stabiliti, ritirerà dalle mani delle classi dominanti gli strumenti di oppressione con i quali esse violano le libertà acquistate a prezzo di sangue. Instauriamo la rivoluzione nei fatti, trasfondiamola nelle istituzioni; sia essa inoculata dalla spada nell’organismo delle società, affinché non si possa più rapirla loro!”. E nell’appello allo scatenamento delle passioni e degli istinti, nell’invocazione al Disordine come crogiuolo nel quale si sarebbe dovuto fondere l’ordine nuovo, nella concezione apocalittica della rivoluzione, Coeurderoy anticipa i toni che sarebbero poi stati di Michail Bakunin: “Il Disordine è la salvezza, è l’ordine. Cosa temete dal sollevamento di tutti i popoli, dallo scatenamento di tutti gli istinti, dall’urto di tutte le dottrine? Cosa avete da temere dai ruggiti della guerra e dal clamore dei cannoni assetati di sangue? Io vi dico che non c’è vita per voi che nell’universale rovina”. Ma perché l’apocalisse si attuasse, era necessario l’intervento dei “cosacchi”, dei russi: “E poiché voi non siete abbastanza numerosi nell’Europa occidentale perché la vostra disperazione faccia breccia, cercate fuori dell’Europa occidentale. Cercate e troverete. Troverete nel Nord un popolo completamente diseredato, completamente omogeneo, completamente forte, completamente spietato, un popolo di soldati. Troverete i Russi”. Dalla conflagrazione universale auspicata dal Coeurderoy sarebbe balzata fuori la società nuova, di liberi e di eguali, alla cui realizzazione avrebbero portato il loro contributo i proletari di tutto il mondo, perché proletari (cioè “Cosacchi”) erano in tutto il mondo: “Il Cosacco è l’ uomo diseredato che reclama bravamente, con la punta del suo ferro, un posto nel focolare sociale; è l’ignorante, il partageux, il brigante, il barbaro… in una parola colui che ha fame e sete ed al quale non volete dare né da bere né da mangiare; il Cosacco, infine, è il rivoluzionario per la forza delle cose, per il suo interesse, per la sua vita”. L’opuscolo del Coeurderoy era in sostanza una violenta accusa, condotta con un andamento ironico e paradossale, contro l’insufficienza rivoluzionaria dei socialisti francesi(tra i quali erano risparmiati soltanto Proudhon e Blanqui) e che sboccava in quella “teoria dei Cosacchi” che si nutriva di provocazioni forse ancora più radicali e sarcastiche di quelle utilizzate da Max Stirner. Come per la vittoria del Cristianesimo, affermava Coeurderoy, era stato necessario che il mondo romano fosse rovesciato dalle invasioni barbariche, così, per il trionfo della rivoluzione socialista, ci sarebbe stato bisogno della venuta dei Cosacchi, dei popoli del Nord, i quali avrebbero trasfuso il loro sangue giovane nelle vene delle decrepite società occidentali, intimamente ed organicamente borghesi. Ecco dunque cosa intendeva quando concionava di Cosacchi: egli alludeva ai popoli vitali, energici e volitivi, agli Iperborei di nietzscheana memoria.

Il popolo russo, del quale “i Cosacchi” sono i figli, ha una tradizione millenaria, ma la trasfusione di freschezza e di gioventù auspicata dal rivoluzionario francese non è legata ad un carico più o meno grave e pesante di anni o di secoli da portare, ma ad una vera e propria condizione dello spirito. Non di un semplice episodio della storia delle dottrine politiche del XIX Secolo stiamo parlando, poiché l’analisi di Coeurderoy è ancor oggi di una attualità scottante: la differenza tra i popoli europei occidentali e il popolo russo risiede per l’appunto in un maggior grado di autenticità, determinazione, consapevolezza di sé medesimo del secondo rispetto ai primi. I russi, ma ad esempio anche i cinesi, sono in virtù di queste caratteristiche più fattivi e più concreti nel proscenio del mondo; essi hanno ben chiaro chi sono, da dove vengono, che cosa vogliono, e lavorano con impegno e dedizione alla realizzazione dei loro obiettivi. Hanno fede e fiducia in loro stessi e si rispecchiano nei loro governi, che coscientemente ne proseguono la Storia e ne coltivano le Alte Idealità seguendo un cammino solo a tratti interrotto e disagevole. Noi invece abbiamo perso tutte le nostre certezze, non abbiamo più nemmeno una vaga idea di noi stessi e della nostra missione nel mondo – la cui necessità rimane una delle più grandi intuizioni mazziniane – ne’ tantomeno intendiamo forgiarcele. Non possediamo una nostra conoscenza storica, dimentichiamo Figure e Valori che ci hanno resi grandi e stimati, siamo irretiti dalla melassa dei disvalori edonistici e consumistici che il sistema di potere che ci contraddistingue contribuisce ad incentivare. Sembra che il nostro destino sia quello di divenire una specie di supermercato dei diritti liberali e la liberalizzazione assoluta dei consumi e dei costumi sempre più pervasiva e crescente viene dipinta dagli aedi di regime come il più alto e nobile raggiungimento che possiamo desiderare per noi e per i nostri figli. Le uniche battaglie che ci sono concesse sono quelle di tipo liberale: omogenitorialità, unioni gay, legalizzazione della cannabis et similia, così ci ripetono i mass-media, espressione della dittatura del Pensiero Unico e del Politicamente Corretto; l’indipendenza e la sovranità nazionale sono invece al centro dei pensieri dei popoli “cosacchi”, che hanno scoperto il vero elisir dell’eterna giovinezza: esso risiede nella costruzione e nella difesa di una forte identità.

La nostra ragion d’essere sembra essere invece il liberalismo, dei cui sacri e astratti principi vaneggiano i politicanti e i governanti demagoghi, sempre più marionette nelle mani del vero potere, quello dei mercati, delle banche, delle oligarchie finanziarie, che sono per antonomasia cosmopolite, anti-nazionali ed anti-identitarie. Il nostro è un grave errore: una maggiore conoscenza di noi stessi, una maggiore consapevolezza della nostra Storia e della nostra Identità ci permetterebbe di intavolare migliori rapporti con l’Altro, con i Paesi differenti dai nostri, saremmo più forti ed apprezzati, mentre oggi siamo considerati deboli, insicuri, corrotti e decadenti, indecisi a tutto; anche noi impareremmo riprendendo la nostra Tradizione che il mondo non ha un unico destino e come per migliorarlo non sia necessario imporgli i nostri sistemi elettorali, e che il migliore dei mondi possibili non è quello in cui ci siamo barricati dopo aver cercato di imporre con la forza delle armi e con sanguinose guerre imperialiste le nostre concezioni ai popoli extra-europei. Dobbiamo capire che l’universo della nostra specie parla molti linguaggi complessi e plurali e non possiede la voce squillante, nevrotica e terribile dei nostri networks televisivi. Dobbiamo fondamentalmente riconquistare la nostra Identità per avere il nostro posto nella Storia e nel mondo. Se non lo faremo, saranno i Cosacchi a dilagare così come auspicato da Ernest Coeurderoy, e dalla barbara volontà e dalla virile potenza del sangue giovane di quei popoli il mondo sarà ristorato e rinnovato.