di Cristiano Tedeschi

Tra le ardite schiere che infittirono le fila dei sindacalisti rivoluzionari nei primi venti anni del XX Secolo, operanti affinchè il Verbo del maestro Georges Sorel si facesse Carne -sicuramente questo linguaggio evangelico non sarebbe spiaciuto al solitario di Boulogne, considerati i suoi studi e le sue riflessioni costanti sui temi della morale, della religione e della storia del cristianesimo- una delle figure più coerenti e ammirabili fu senz’altro quella del napoletano Enrico Leone (1875-1940). Gli studiosi tendono schematicamente a dividere gli esponenti del sindacalismo teorico tra i quali spiccava il Nostro, Arturo Labriola, Angelo Oliviero Olivetti, Paolo Orano da quelli del sindacalismo pratico-organizzativo: come se Filippo Corridoni non avesse lasciato scritti e saggi profondi e considerevoli, nonché lettere e biglietti privati di un lirismo commovente e delicato e come se Alceste De Ambris non fosse sostanzialmente il vero autore della Carta del Carnaro, uno dei documenti rivoluzionari più importanti del Novecento.

Tralasciando dunque le etichettature professorali, è indubbio che Enrico Leone si mosse su un piano prevalentemente intellettuale, scrivendo numerose opere importanti tra cui La revisione del marxismo (1909), Espansionismo e colonie (1911) nella quale illustrerà la sua posizione contraria alla guerra di Libia, che confermerà successivamente con il suo neutralismo durante la Grande Guerra, una delle poche e rare eccezioni tra il novero dei soreliani generalmente favorevoli all’intervento ma che si affiancherà a quella stessa neutralità -giammai pacifismo- già nota del teoreta rivoluzionario d’Oltralpe, ed infine Il neo-marxismo. Sorel e Marx (1923). Leone inoltre diede vita all’esperienza editoriale del periodico Il Divenire Sociale (1905-1910), una delle riviste più significative del movimento sovversivo italiano di quegli anni e alla quale Sorel stesso dalla Francia collaborava alacremente, stimandone il promotore che ne fu anche il principale animatore. Alla fine della sua vita la disillusione provocata dalle vicende nazionali e mondiali lo portarono all’isolamento e all’abbandono dell’impegno attivo e diretto e all’ultimo anche ad essere ricoverato in una clinica per malattie nervose. Tuttavia quegli anni furono pregni di studi profondi, “matti e disperatissimi” di leopardiana memoria e culminarono nella pubblicazione del ponderoso e voluminoso lavoro dal titolo Teoria della Politica (1931), prefato dall’amico e antico compagno di lotta Paolo Orano e nato sotto il segno di Hippolyte Taine e di Niccolò Machiavelli.

Enrico Leone in esso individua una “legge dell’eterogeneità sociale”: in una pessimistica tripartizione della società vanno così a suo avviso annoverati gli avidi, i guerrieri e i pacifici. I pacifici, che corrispondono al proletariato e alla povera gente comune, benchè costituiscano il maggior numero degli uomini, sono subordinati, economicamente sfruttati e politicamente oppressi, sia dagli avidi, ovvero i capitalisti e i detentori della ricchezza sociale nonché esponenti dei potentati economici e delle grandi plutocrazie, sia dai guerrieri, ossia gli esponenti della classe politica in generale e della sua frazione che diviene ceto di governo in particolare. Gli avidi sono mossi dalla molla del profitto, del guadagno e dell’usura mentre i guerrieri dalla sete di potere e dal desiderio di dominio. Gli avidi e i guerrieri appartengono a delle minoranze se si vuole aristocratiche e in questo passaggio Enrico Leone riecheggia le teorie elitiste di Vilfredo Pareto e di Roberto Michels; essi sono assolutamente consapevoli dei loro obiettivi e dei mezzi da utilizzare per il conseguimento degli stessi; gli avidi e i guerrieri personificano la volontà di potenza evocata da Friedrich Nietzsche ed implicitamente l’autore lamenta la mancanza presso i pacifici per i quali parteggia di altrettanta consapevolezza di sé  e di una similare determinazione ed ispirazione. Il Potere, evidentemente rappresentato e riassunto dal Capitale ma fondamentalmente espresso in maniera più aperta dallo Stato dominato dalla Politica parlamentare, liberale e demagogica, ha facile gioco nel valersi sulla grande massa dei pacifici, da sempre incerti e malsicuri sui propri mezzi e sugli scopi da perseguire. Leone, da buon sindacalista teorico, vede soltanto nell’Economia, nello sviluppo di forme associative e solidali dei produttori indipendentemente dai paralleli processi e dall’evoluzione della Politica e dunque del Potere, la possibilità e la speranza di realizzare le forme dell’emancipazione degli oppressi; strumento principe di questi processi di liberazione sociale rimane come sempre nel suo pensiero il Sindacato, del quale tra il 1917 e il 1919 egli coglieva una sorta di variante nel Soviet, prima che nel corso della Rivoluzione Russa la dittatura politica del Partito bolscevico raggiungesse il monopolio dell’iniziativa rivoluzionaria e allontanasse Leone dall’iniziale simpatia che aveva manifestato per gli avvenimenti dell’ex Impero Zarista.

È importante sottolineare come Leone esprima, insieme a queste sue speranze di trasformazione sociale, una critica serrata e durissima nei confronti della democrazia politica corrotta e decadente, nonché illusoria, menzognera e ingannevole, soprattutto ai danni degli ultimi. Georges Sorel aveva scritto: “Attendendo il giorno del risveglio, gli uomini accorti devono lavorare ad illuminarsi, a disciplinare il loro spirito ed a coltivare le forze più nobili della loro anima, senza curarsi di quanto la mediocrità democratica potrà pensare di essi”[1]. Questa condanna teorica della democrazia approda dunque ad una opposizione secca alle forme della politica particolarmente in regime liberale, che pur ammantandosi di principi astratti figli del Secolo dei Lumi sono, secondo Leone, “null’altro che una forma di dominio”, esattamente come è avvenuto in tutte le precedenti esperienze storiche succedutesi, seppure con modalità differenziate. Marx, dice Leone, ponendo l’accento sulla economia, sul consapevole perseguimento di azioni utili da parte dei gruppi sociali numerosi, sovverte il pensiero e la storiografia tradizionali che, a partire da Aristotele, hanno privilegiato la politica fra tutte le scienze sociali. Solo operando nel campo dell’economia -è questa la certezza mai rinnegata da Leone- è possibile porre le basi scientifiche della liberazione umana dalla politica e dalla democrazia e di conseguenza contribuire all’affermazione del socialismo.   [1] Georges Sorel, “Le illusioni della democrazia”, a cura di Paolo Pastori, Giovanni Volpe Editore, Roma 1973.