Stando alle datazioni congiunte indicate da Apollodoro e Aristotele, la nascita di Empedocle andrebbe fatta risalire al 483-82 a.C. A duemilacinquecento anni dalla nascita del grande pensatore acragantino, la sua brillantezza e la sua rilevanza nel pantheon dei presocratici è tutt’altro che indebolita. Lontano (anche geograficamente) dalla sofia razionalistica di Atene, Empedocle fu uomo di passione politica, magica, esistenziale, e fu in ciò vicino ai drammi dell’uomo di ogni tempo. Egli sfuggì ai canoni del saggio greco della sua generazione, giacché subordinò, con straordinaria modernità, la theorein alla praxein, la contemplazione all’esercizio di quelle technai che leniscono il dolore dell’uomo. La sua misteriosa biografia, ricostruita attraverso le dossografie, abbonda di aneddoti e prodigi; citato in più occorrenze come “impeditore del vento”, Empedocle avrebbe salvato la sua città da una pestilenza, “murando” con pelli d’asina una gola montana da cui spirava una corrente malsana.

La tradizione tuttavia, ci ha restituito Empedocle soprattutto come il filosofo dei quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco. Se nella scelta delle rhizomata (radici) però, da parte di Empedocle infatti, alcuni studiosi hanno giustamente voluto osservare un superamento e riassorbimento delle archài di Senofane, Talete, Eraclito ed Anassimene, ad uno sguardo più attento, tale quadripartizione delle sostanze fisiche elementari risulta tutt’altro che una modesta intuizione individuale. Lo schema delle quattro forme prime della sostanza resistette infatti intatto in Platone (ad esempio nella complessa cosmologia del Timeo) e in Aristotele (se si eccede la teorizzazione dell’etere). In virtù di una certa praticità didattica poi, numerose coordinate vengono spesso sottratte a questo schema all’apparenza così immediato, rendendo viva la necessità di una chiarificazione.

Empedocle comprese, riconfermando in ciò Talete, la natura riflessiva della “falsa” luce lunare

Empedocle comprese, riconfermando in ciò Talete, la natura riflessiva della “falsa” luce lunare

Se nel sistema empedocleo i composti sono riducibili alla combinazione delle particelle fondamentali ad esempio, il pensatore acragantino non concepiva gli elementi come veri e propri atomoi; essi erano incorruttibili sì, e purtuttavia ulteriormente frazionabili. Empedocle ipotizzò infatti l’esistenza di ulteriori suddivisioni dei quattro elementi in particelle ancora più piccole, quasi “elementi omeomeri prima degli elementi” secondo Aezio, che qui si serve di un lemma coniato da Aristotele per descrivere i semi di Anassagora. Anche della “quadruplice radice” delle res naturae si deve allora dubitare, tanto più che secondo le notizie dossografiche tramandateci dall’Aristotele della Metafisica, le quattro radici di tutte le cose sarebbero riducibili a due soltanto: il fuoco da una parte, e terra, aria e acqua come un unico elemento.

Insieme con quelle di Anassagora, Democrito e Leucippo, la filosofia di Empedocle è generalmente sussunta nella posizione ontologica dei cosiddetti pluralisti; classificazione valida sì, ma riduzionista, allorché rischiasse di mettere in ombra l’originalità di tale pensatore. Dei fisici pluralisti si è soliti parlare come di una scuola di pensatori “solitari”, scolasticamente rilevanti per il tentativo di coniugazione della dottrina eraclitea del divenire con l’ontologia “immobile” di Parmenide, e per la conseguente risoluzione delle aporie che tale conciliazione comportava. Nulla di discutibile ancora una volta, ma senz’altro passibile di un ulteriore approfondimento. L’incontro tra Empedocle e Parmenide anzitutto non deve essere stato solo intellettuale, se è vero che l’acragantino partì nel 432 a.C. alla volta di Elea, dove conobbe anche il poeta Simonide di Ceo.

Un tratto della costa agrigentina con la celebre "Scala dei Turchi". Nel suo poema "Περὶ Φύσεως" Empedocle definì il mare come “il sudore della terra”

Un tratto della costa agrigentina: la celebre “Scala dei Turchi”. Nel suo poema “Περὶ Φύσεως” Empedocle definì il mare come “il sudore della terra”

Il processo di acquisizione e revisione del pensiero dell’Eleata da parte di Empedocle è poi senza dubbio più complesso di quanto ci trasmettano i manuali. Egli accetta infatti fermamente la massima parmenidea secondo cui niente può derivare dal non essere; purtuttavia il divenire è realtà se le sostanze che sono – già esistenti e sempre esistenti – si aggregano e disgregano senza sosta. La materia muta, si trasforma, e le cose “trascorrendo le une dentro le altre divengono cose diverse”. Essa però non si genera, né cade nel nulla: la lezione ontologica di Parmenide non è perduta: dal nulla non si dà l’essere, né l’essere può annullarsi per alcun motivo; le sue parti però possono mescolarsi in tutti i modi possibili, generando (forme) senza generare (materia). Anche nascita e morte, in questa misura, svelano dunque la loro natura illusoria:

Altro ti dirò: non c’è nascita [physis] di nessuna di tutte le cose mortali, né alcuna fine di morte funesta, ma esiste soltanto mescolanza e separazione di materie mischiate. Nascita [physis] si chiama per gli uomini”

Il tempio di Hera Lacinia ad Agrigento. La sua costruzione risalirebbe al 460 a.e.v., quando Empedocle aveva circa 25 anni. È dunque da ritenere estremamente probabile che il filosofo, abbia più volte frequentato questo luogo di culto.

Il tempio di Hera Lacinia ad Agrigento. La sua costruzione risalirebbe al 460 a.e.v., quando Empedocle aveva circa 25 anni. È dunque da ritenere estremamente probabile che il filosofo, abbia più volte frequentato questo luogo di culto

È sulla concezione dello Sfero, ancora, che Empedocle manifestò una leggera divergenza di opinione con l’Eleate: come nota acutamente Giuseppe Girgenti, per Empedocle esso è tenuto in unità grazie alla forza di philia (laddove Parmenide parla di eros) ma non in modo indefinito; il sistema empedocleo contempla infatti degli scontri ciclici tra philia e discordia dai quali trasse origine la molteplicità del cosmo. Quanto alla teoria della conoscenza poi, Parmenide faceva esclusivo affidamento sulla ragione per la comprensione della “ben rotonda verità”; Empedocle prudentemente ne loderà i meriti riconoscendone però i limiti: se imperfetta è la sua potenza così come quella dei sensi, solo dalla loro collaborazione la ricerca della verità potrà trarre una guida sufficientemente sicura. Contro la “solitudine” della mera ragione dunque, Empedocle riabiliterà accanto ad essa il ruolo che i sensi svolgono nella conoscenza, pur riconoscendo la parzialità di ogni prospettiva umana sull’esistente:

 “molti sono i mali funesti che indeboliscono le nostre capacità. Destinati a rapido passaggio gli uomini durante le loro vite vedono una piccola parte di esistenza e alzandosi come fumo si dissolvono, credendo soltanto in ciò in cui ciascuno si imbatte; e vagando ovunque ognuno si vanta di aver conosciuto la totalità

Raffigurazione di epoca moderna di Empedocle

Raffigurazione di epoca moderna di Empedocle

Proprio la gnoseologia rimane, nonostante gli scarsi frammenti pervenutici, una delle facce più affascinanti del prismatico pensiero empedocleo. La sua trattazione della conoscenza si sposò infatti con la teoria degli umori naturali corporei e spirituali; secondo quanto ci trasmette Platone nel Fedone, Empedocle ipotizzò una natura sanguigna del pensiero: in tale sostanza allora, dottrina fisica e gnoseologia trovano una radice comune poiché il sangue, sede della comprensione, conosce il simile attraverso il simile, ed in quanto tale ospita le quattro radici in proporzioni uguali e ordinate. Di là dal tentativo di ridurre la materia del mondo a quattro sostanze semplici infatti, nell’odierna ottica della chimica post-lavoiseriana, a suonare come brillante è un’altra intuizione empedoclea: quella che considera i rapporti e l’ordine con cui le radici si dispongono nella formazione di un composto. Le proporzioni possibili grazie all’intervento di Amicizia e Contesa sono allora talmente numerose, da stimolare nel pensatore greco un’altra immagine sensibilmente efficace per descrivere la varietà della materia: quella del pittore che mescola i suoi pigmenti per dare vita ad ogni tipo di colore.

Proprio del colore e della visione poi, Empedocle si occupò formulando un’originale teoria, in piena coerenza con la dottrina dei simili e con quella dei rhizomata.: attribuendo una natura ignea alla vista, ipotizzò che con le particelle di fuoco del nostro occhio conoscessimo quelle medesime che si trovano all’esterno, e in questo modo giustificò anche la difficoltà di scorgere nel buio. Quanto all’origine e al destino delle anime individuali infine, Empedocle abbracciò quella dottrina orfico-pitagorica della metempsicosi che duemila anni dopo riemergerà dalle pagine di Giordano Bruno: in un significativo frammento delle Καθαρμοί (Purificazioni) scriverà:

“Già una volta fui fanciullo e fanciulla, e arbusto e uccello e pesce muto che guizza fuori dal mare”

Un monumento ad Empedocle sito nel centro storico di Agrigento. L’epigrafe qui riportata, ricalca il "Frammento 16"

Un monumento ad Empedocle sito nel centro storico di Agrigento. L’epigrafe qui riportata, ricalca il “Frammento 16”

Alla metempsicosi tuttavia, Empedocle integrò la teoria della transomatosi, correlato fisico della prima attraverso la quale giustificare il divenire eracliteo. Secondo tale dottrina, le sostanze che costituiscono un corpo hanno precedentemente costituito altri corpi, e altri ne costituiranno in futuro secondo un ciclo continuo. È dunque la combinazione delle posizioni, la collocazione di anima e particelle fisiche a comporre ogni attualità della materia. La suprema consapevolezza del carattere di divina eternità delle quattro radici, e della sua stessa persona, portò infine Empedocle, secondo un’antica tradizione, a gettarsi nel cratere dell’Etna per provare la sua immortalità. A tale gesto, indubbiamente di matrice leggendaria, il poeta Friedrich Hölderlin dedicherà negli ultimissimi anni del Settecento un significativo dramma rimasto incompiuto: La morte di Empedocle.