La luce filtrava lieve attraverso le vetrate delle imposte. Le sottili tende alabastrine ondulavano al vento, che spirava leggero e soave, come in un campo di grano sotto un cielo invernale, e stormiva fra gli imponenti arbusti secolari che cingevano la vecchia villa, mentre nella piccola stanza dissolveva, come un sogno vittima della realtà, il candore e la fulgidezza pallida di un sole che si appresta a tramontare ed il giorno a morire. Le pareti alte e austere, un letto non ancora disfatto, il caminetto sobrio e di fronte ad esso un piccolo scrittoio ai piedi di una delle finestre, era tutto quello che si poteva trovare di essenziale in quel luogo angusto. Un lume posto al margine proiettava lungo il pavimento in legno l’ombra di una donna seduta, in abito bianco, intenta a scrivere. Ad un tratto come colta da un ricordo improvviso e urgente, la mano si fermò. Qualche settimana prima Emily era stata vittima di un attacco del morbo di Bright, era il 1884. Adesso era lì. Guardava con gli occhi vacui e l’animo disilluso, quei fogli sparsi sul tavolo e si ritrovava a pensare alla sua vita, fragile e sofferta, e sembrava a lei che, se non tutta, almeno in parte potesse essere contenuta in quelle pagine empie d’inchiostro, che aveva innanzi. Quando in quella notte del 10 dicembre di cinquantaquattro anni prima era venuta al mondo, nella Homestead, un’elegante dimora costruita dal nonno paterno Samuel Dickinson, in una placida cittadina di nome Amherst, nel cuore del Massachusetts. Era la seconda di tre figli: Austin e la sua sorella più giovane Lavinia. Ripensava con rammarico a suo padre Edward, austero e imperioso, e con devozione alla mamma Emily, cosi distante emotivamente. A causa di problemi finanziari furono costretti ad abbandonare con tristezza la sontuosa Homestead, in cui era nata, e trascorse così la sua adolescenza in una casa di Pleasant Street, contigua al cimitero della cittadina, di cui serbò un ricordo luminoso. Alcuni anni dopo, eccola lì, insieme alla cara sorella Lavinia, vestita di tutto punto per frequentare l’Amherst Academy e in seguito il collegio femminile Mount Holyoke Female Seminary.

Veduta della Homestead, la casa paterna in cui Emily trascorse lunga parte della sua vita e dove morì.

Veduta della Homestead, la casa paterna in cui Emily trascorse lunga parte della sua vita e dove morì.

Quanto soffrì, in quelle notti dove a consolarla e a lenire il dolore scaturito dalla solitudine non v’era nient’altro che la speranza di ritornare un giorno a casa. Forse per la nostalgia per la sua famiglia, forse per la sua salute cagionevole, non le riuscì di continuare oltre gli studi, che dopo solo un anno abbandonò definitivamente. In quel periodo, i ricordi vividi e immutati la assalivano, e ripensò a quell’ondata di evangelismo protestante che la travolse, pur tenendosi in disparte, e con cui si confrontò per la prima volta, cresciuta com’era in una salda e intransigente tradizione puritana. La sua presenza ribelle e creatrice era in dissonanza con l’austerità e l’intransigenza di quel luogo.

Dalla saggia carezza del tempo
alleviata, ci sembra così mite
la pena che sconvolse le difese
dell’infanzia, insidiando i nostri anni.

Più crudo è il dolore che ci pugne
oggi, e ci fa invidiare quell’angoscia
che devastò il dominio dell’infanzia
facile a restaurarsi.

Sebbene il padre ricoprisse un ruolo preponderante nella cittadina, come avvocato e come tesoriere di Amherst College, Emily non amava la vita mondana, e dopo il suo ritorno cominciò sempre più a isolarsi dal resto del mondo, mentre i suoi studi proseguivano in modo solitario e personale. Fra i giorni che forse aveva vissuto con maggior intensità, lei pensava, v’era senza ombra di dubbio quella mattina d’agosto del 1849, quando vide per la prima volta Benjamin Newton, un ragazzo che aveva ottenuto il posto di assistente del padre. Fu lui ad introdurla alla lettura di Emerson, e fu sempre lui ad invogliarla a scrivere. Il suo primo tentativo di scrittura, ricordava sorridente, fu proprio la stesura di un “valentine” per lui, e la relazione dei due continuò in forma epistolare fino alla morte sua morte. Altri ne successero a questo, di carattere comico e satirico, apparsi in alcune riviste dell’Amherst College duranti questi anni.

Il padre Edward Dickinson, la madre Emily Norcross, la sorella Lavinia e il fratello Austin

Il padre Edward Dickinson, la madre Emily Norcross, la sorella Lavinia e il fratello Austin

C’è chi dice che non avesse amici, per via del suo carattere eccentrico e stravagante, ma in realtà si sbagliavano, rifletteva ella con orgoglio. V’era Susan Gilbert, con la quale strinse un lungo ed intenso rapporto di amicizia. Anche lei al pari di Emily aveva gusti raffinati e stravaganti, e forse fu per questo che non passò molto tempo affinché diventassero ottime compagne. A farle incontrare fu Austin, il fratello maggiore con cui Susan, dopo una relazione clandestina, qualche tempo dopo si legò in matrimonio. Austin, dopo essersi laureto in giurisprudenza andò ad insegnare prima a Sunderland e poi all’Edincott School di Boston mantenendo una fitta corrispondenza con Emily durante gli anni di lontananza. Ma altre sorprese giaceva all’orizzonte, nel 1855 il padre poté ricomprare la vecchia dimora, dove Emily e Lavinia si trasferirono immediatamente, e che sarebbe stata il luogo dove avrebbero passato il resto della loro vita.

Nella primavera dello stesso anno le due si recarono a Washington, e sulla via del ritorno a Filadelfia. Qui un altro fortunato incontro che avrebbe arricchito la sua vita, con il reverendo Charles Wadsworth, conosciuto durante il soggiorno nella città, rimasero abbacinati dall’eloquenza del ministro di Dio, durante l’ascolto di uno dei suoi sermoni nella Presbiterian Church di Arch Street. Fu il pastore della sua fanciullezza, come era solito definirlo, che le insegnò l’importanza della devozione alla vita, e la spinse con sicumera ad intraprendere l’impervia strada del poeta. Forse era quel suo essere romantico e solitario che la attirava, e la faceva sentire come se a lui potesse confidare le sue insicurezze e i suoi affanni più profondi, coltivando al contempo sempre più le sue abilità poetiche. È in quegli anni che la produzione artistica deflagra con enfasi vorticosa, come se in quell’attimo l’esistenza tutta l’avesse travolta in un vortice creativo sena fine. Quando Emily aveva accumulato un numero sufficiente di poesie le ricopiava in bella, piegava i fogli in due e dopo aver bucato in due punti il foglio, li cuciva con uno spago e li legava insieme in fascicoli.

Un altro destinatario di poesie e confidenze fu, ricordava con nostalgia, Samuel Bowels direttore di una nota rivista letteraria, che le pubblicò in forma anonima quattro sue poesie, anche se con qualche ritocco. Nelle settimane che seguirono avvenne poi un avvenimento sorprendente, straordinario. Spulciando fra le riviste ed i giornali che Emily era solita leggere, una mattina, vi trovò scritto in uno di questi un curioso articolo: si chiamava “Lettera ad un giovane collaboratore” ricca di consigli utili e un serio invito a farsi avanti. L’articolo era firmato Thomas Higginson, un eminente uomo di lettere. Emily, entusiasta ed empia di gioia, non perse tempo e dopo una concisa lettera di presentazione, instaurò una fitta rete di corrispondenza con lui. D’altro canto il letterato comprese bene fin da subito di non avere a che fare una normale donnina borghese annoiata, e rimase abbagliato dalla sua eccezionale personalità, così ironica e intensa. Il rispetto e la gratitudine reciproca erano uno dei punti focali del loro rapporto, e permeavano costantemente quella relazione allievo-maestro. E le venne in mente, quella sera mentre era seduta a fissare il vuoto alla luce fioca del lume acceso, uno stralcio di una lettera che gli aveva scritto:

“Dei nostri maggiori atti siamo inconsapevoli. Voi non sapete che mi avete salvato la vita. Ringraziarvi di persona è stata da allora una delle mie poche preghiere”.

Il desiderio di confrontarsi con altri della sua portata, di comprendere i limiti delle sue liriche la porteranno a pubblicare alcune delle sue poesie. Emily in fondo non amava l’adulazione né la fama piuttosto che la riconoscenza dei posteri. Come canta Thomas Gray nella sua Elegia scritta in un cimitero campestre: “il sentiero della gloria conduce a nient’altro che alla tomba”, e questo lei lo sapeva benissimo. Andare con la mente al suo rapporto con Higginson, la portò a ripensare immediatamente anche ai numerosi tumulti che in quegli anni colpirono l’America in piena guerra civile.

La sua mente cominciò ben presto ad ammalarsi, di quella malattia che è propria delle menti brillanti, e insieme ai cedimenti psichici anche quelli fisici. Dio solo sa quanto dolore le causò quel disturbo agli occhi. Ma lei non era un donna che si potesse intimidire facilmente, né ostacolare nei suoi intenti. Molto tempo dopo il suo incontro epistolare con Higginson in cui nelle lettere si firmava come “la sua Allieva”, nel caldo Agosto del 1870, quest’ultimo viene a trovarla per la prima volta di persona, e l‘impressione che ne ricevette fu tutt’altro che banale. Sentirla parlare con quel suo tono arguto e per niente svenevole, confermò ciò che in parte già sapeva. Dopo la morte del padre il suo emarginarsi dal mondo divenne totale. Le lettere erano divenute per lei la forma pressoché unica di comunicazione con il mondo esterno, alcune delle quali erano sparse ora sul tavolo, mentre la penna continuava a muoversi:

“Non c’è un minuto da perdere quando un cuore si sta spezzando, perché anche se è spezzato da tanto tempo, ogni volta è più intensa dell’ultima, se è spezzato davvero. Il dolore quasi si risente per l’amore, quando è così acceso. Sono lieta che le parole ti abbiano aiutata. Non speravo tanto, mi sentivo così fievole nel pronunciarle, pensando alla tua immensa pena. L’amore ci rende “celestiali” senza averne la minima intenzione”.

Una serie di lutti l’avevano colpita: la morte della madre, Bowels, il nipotino Gilbert e il suo mentore e amico Wadsworth, e il suo animo cominciò a sentire la pesantezza di quella vita truce e ingiusta. Erano lontani i giorni in cui, quando il mondo la atterriva con la sua crudeltà, si rifugiava nelle opere di Shakespeare o nelle liriche di Keats o fra le parole trasognanti dei romanzi delle sorelle Brontë o di George Eliot.

Samuel Bowels, Charles Wadswoth e Thomas Higginson

Samuel Bowels, Charles Wadswoth e Thomas Higginson

Alexandre Dumas una volta ha scritto che la poesia non è nient’altro che l’urlo di un’anima in catene. Questa semplice affermazione basterebbe a spiegare, seppur parzialmente un aspetto della vita di Emily Dickinson, la quale se in una prima analisi può apparire insignificante, dopo uno sguardo più approfondito al suo complesso mondo interiore ci si potrebbe ricredere. È l’opera che segna la vita del poeta, solo la sua opera può raccontare ciò che ella fu. Ebbe il coraggio di vivere sola per scelta, non perché avesse qualche malattia mentale, come molti sedicenti critici affermano, ma semplicemente era la risposta decisa al tipo di civiltà in cui viveva, a quel destino prestabilito che la società conservatrice del tempo le imponeva, e questo ci fa capire di quale tempra fosse fatto il carattere di Emily. La sua fu una rivoluzione personale, intima, che scaturì non da un malessere esistenziale, ma dalla consapevolezza delle contraddizione che definiscono il mondo, e che assurge in qualche modo a monito per i posteri.

In una delle sue poesie scrive: “Sarei stata molto più sola senza la mia solitudine”, mostrando quanto fosse prezioso e sacro per lei quel modo d’essere, paradossalmente, una forma imprescindibile di manifestazione di vita. Sebbene solo sette poesie delle più di duemila che scrisse, furono pubblicate quando era in vita, il suo ego non sentiva certo l’urgenza di convalidare la sua identità di poeta. Leggeva come in preda ad un angoscioso desiderio irrefrenabile, poemi, poesie e libri che il padre stesso le procurava, e che temeva potessero turbare l’equilibrio mentale della figlia. Un libro fra tutti divenne il caposaldo della sua poetica, il libro in cui, come dice Milton nel Paradise Lost, vengono mostrati “i modi di Dio con l’Uomo”: la Bibbia. Sono infatti moltissimi i riferimenti alle sacre scritture:

Poco oltre il Giordano,
Come registra la Genesi,
Un Angelo e un Lottatore
Lottarono a lungo e duramente.
Finché, il mattino toccò la montagna,
E a Giacobbe più in forze,
L’Angelo implorò il permesso
Di fare colazione e poi tornare.
Certo che no, proferì lo scaltro Giacobbe
E si cinse di nuovo i lombi,
“Finché tu non mi benedica, straniero!”
Non appena accettato ciò:
Lievi ondeggiarono i velli d’argento
Fra i colli di Peniel,
E lo stupefatto Lottatore
Scoprì d’aver sconfitto Dio!

Adottò infatti il metro degli inni che erano familiari delle funzioni religiose, utilizzando come segno distintivo il chiasmo, figura retorica che adopera spesso, e che consiste nell’inversione di parole a forma di “x”. Altro tratto distintivo, della poetica di Emily è l’uso smodato del trattino, un simbolismo adoperato nella lingua inglese per legare concetti e creare un filo di continuità e dipendenza fra le parole connesse, o allo stesso modo per arrestare la marcia del lettore e porlo in riflessione. Quel trattino delicato e tracciato con sicurezza, che assomiglia sempre più ad una virgola. Tematiche escatologiche come la religione, la morte e l’aldilà si contrappongono dolcemente a tematiche più concrete e razionali come la guerra, la solitudine, e l’affermazione della propria individualità e rappresentano il centro della sua produzione poetica. Emily aveva un modo particolare di concepire la poesia: se da un lato doveva essere breve e letta tutta d’un fiato, doveva avere le sembianze di un aforisma che fa la sua incursione diretta nell’esistenza, dall’altro il linguaggio doveva essere in grado di comunicare e trasmettere tutte le sfaccettature possibili dell’esistenza. Non esiste infatti nessun interlocutore reale nelle sue poesie, ella parla direttamente al mondo e per questo si ha come l’impressione che leggendo essa parli direttamente a noi. La parole assumono per lei una grande responsabilità e la massima libertà d’espressione tanto che Emily non darà mai titoli alle sue opere.

Veduta della stanza di Emily Dickinson

Veduta della stanza di Emily Dickinson

Dalle sue liriche fuoriesce tutto l’amore per la natura, e la convinzione che in essa possa essere condensata l’essenza di un’anima. La natura è per lei mezzo imprescindibile di conoscenza e comunicazione. La botanica era infatti una delle sue materie preferite, e sovente accadeva che accompagnasse le lettere che scriveva con dei fiori che coglieva dal suo giardino. La curiosa pantomima dei poeti, o degli scrittori in generale è che si isolano dal mondo per entrare più in intimità con esso. Il loro è un percorso impervio che conduce all’ascesi, è una missione che accettano non senza qualche remora. Sono in molti a dover qualcosa alla più dimenticata e insieme grande poetessa d’America: che ne sarebbe stato della Beat Generation, dell’Urlo di Allen Ginsberg, delle canzoni di Patti Smith, di Sylvia Plath, Anne Sexton e come loro di tanti altri che avevano accettato l’ingrato compito della scrittura come mezzo per denunciare la vita.

Io sono Nessuno! Tu chi sei?
Sei Nessuno anche tu?
Allora siamo in due!
Non dirlo! Potrebbero spargere la voce!

Che grande peso essere Qualcuno!
Così volgare — come una rana
che gracida il tuo nome — tutto giugno —
ad un pantano in estasi di lei!

Guardando l’orologio si accorse che il mattino sarebbe presto sopraggiunto, e l’allegro canto degli usignoli alla finestra confermò questa scoperta. Quella stanzetta al piano superiore della dimora pian piano cominciò ad illuminarsi, e con essa la pallida figura avvolta in quell’usuale vestito bianco. Si alzò dalla sedia, e incrociando le braccia diede uno sguardo circospetto alla camera: vedendo tutte quelle poesie sparse un po’ ovunque si sentì sollevata all’idea che era proprio lei in mezzo a quelle righe, in quelle pause, sospesa nella punteggiatura, e quella consapevolezza le diede la sensazione di sbarazzarsi di un peso enorme, e sorrise. Due anni dopo quella sera, il 15 maggio 1886 Emily morì. La malattia peggiorò notevolmente fino a condurla in quel paradiso che tanto agognava. Più di duemila poesie e fiumi di manoscritti, la sorella ritrovò nella sua camera, ma solo verso la seconda metà del nuovo secolo l’opera della Dickinson è stata editata e restituita intatta nella sua magnificenza. Il funerale non passò per la strada pubblica, ma attraverso i campi, dalla casa paterna fino al cimitero vicino al quale era cresciuta.

tomba dickison

“Gilbert ebbe dei mughetti, e babbo e mamma del biancospino – Quando sarà il mio turno voglio un ranuncolo. Di sicuro l’erba me lo darà, perché non rispetta forse i capricci dei suoi figli fuggitivi?”

Quel giorno, si racconta che i campi di Amherst furono ricoperti di ranuncolo e gerani selvatici come non mai prima d’ora. Si racconta anche che furono non pochi a recitare poesie in suo nome, a leggere epitaffi sontuosi, a noi piace pensare ad una voce in particolare, che sgorga come sorgente d’acqua pura e raggiunge la riva del mare, una voce indistinta che recita sgomenta un frammento di un’antica ode:

Io piango per Adonais, oh lui è morto!
Piangete per Adonais, benché le nostre
lacrime non sciolgano il gelo che recinge il loro capo.
E tu, triste Ora scelta tra tutti gli anni per lamentare
la nostra perdita, fa’ alzare le tue oscure
compagne e insegna loro la tua stessa
pena, di’ loro: con me morì Adonais,
finché il Futuro non oserà dimenticare il Passato
il suo fato e la sua fama saranno
un’eco e una luce verso l’eternità.