“Dare un senso alla vita può condurre alla follia,
ma una vita senza senso è tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio;
è una barca che anela al mare eppure lo teme”.
E. Lee Masters

Ventesimo secolo. Un uomo dall’aspetto bizzarro, coi capelli disordinati e le sopracciglia arruffate, è stato visto in riva al Mare del Mondo. Vi si è recato per seppellire le proprie lacrime, divenute pensieri, “amari come lacrime”. Il suo nome è Emil Cioran, tenetelo bene a mente prima che si dissolva per sempre, come sabbia in riva al mare, come goccia d’acqua nell’oceano. Ma il suo pensiero è un fuoco greco, che nessuna acqua potrà mai spegnere.

Emil Michel Cioran nacque a Răşinari, una cittadina rumena ai confini della Transilvania, nel 1911, e morì a Parigi nel 1995, nel cuore dell’Europa. Fu un ribelle figlio di un ribelle. Suo padre, un pope ortodosso, in segno di protesta nei confronti del dominio asburgico diede nomi esclusivamente latini ai suoi tre figli. Emil è il secondo di questi tre. La sua nascita lo pone al centro. Si può scorgere, in questo, l’ironia del Destino nei confronti di un uomo che visse al confine di tutto, fuori dal tempo, ai margini dell’esistenza. Filosofo, saggista e aforista, Cioran fu uno dei più lucidi pensatori del suo tempo, ma forse il più imperdonabilmente ignorato dalla stantia cultura accademica.
La sua vita è segnata da diverse fascinazioni: la Guardia di ferro di Codreanu, il buddismo e la figura di Hitler. Poi, in età più matura, si allontanerà da tutto. Il distacco da ogni cosa è l’unico atteggiamento possibile di fronte alla vita, l’unica forma di libertà concessa all’uomo. E l’amore l’unica possibilità di salvezza.

Fu scettico ma non ateo. Il costante dialogo col divino e la cacciata dall’Eden sono temi centrali nel suo pensiero. Più che un ateo-credente è un mistico senza fede. Oscilla tra scetticismo e misticismo. Scrive in Lacrime e Santi: “La mistica è un’evasione della conoscenza, lo scetticismo una coscienza priva di speranza”. Come ha ben scritto Fabio Rodda nel suo saggio Cioran l’antiprofeta, il filosofo rumeno “critica fortemente il concetto di ‘ragione’ basandosi su quello di ‘vita’ […] contro ogni formalismo ed astrazione, il pensiero deve tornare alla vita e a scorrere in essa”. È la logica che trascende nel piano emotivo, che mira a “uscire dalla falsità del reale per cercare il vero”. Difficilmente catalogabile, il suo pensiero è un esistenzialismo che sfocia nel pessimismo, cade nel tragico e degenera in nichilismo. Un nichilismo che si risolleva grazie alla sottile ironia e allo stile magnifico e ricercato della sua scrittura. Un pensiero tragico a tal punto da far impallidire il pessimismo cosmico di Leopardi. Spintosi ai confini della conoscenza, al di là del dubbio, ha varcato il muro del Tempo. Figlio di un secolo in tempesta, finì naufrago della vita.

Si definì “un uomo infinitamente tragico e infelice”, uno specialista nel problema della morte. Suicida mancato, disse tragi-ironicamente: “Vivo solo perché è in mio potere morire quando meglio mi sembrerà: senza l’idea del suicidio, mi sarei ucciso subito”. Il suo è il “metodo dell’agonia”. Odio e morte sono essenziali per chi si sente “morire di vita”. E non per nulla Fabio Rodda lo ha definito il Céline della filosofia. La sua è una “solitudine che dà l’impressione di parlare al di sopra del mondo”. I grandi problemi della vita sono questioni sempre aperte, in “un mondo in cui niente è risolto” e sui cui getta un sorriso sprezzante. Per lui lo scetticismo è il “coraggio supremo della filosofia”, perché “la lucidità totale equivale al nulla”.

Scrive quando ha voglia di tirarsi un colpo di rivoltella. Per Cioran la scrittura è una forma di terapia. In lui ritroviamo tutto trasfigurato: la filosofia come vertigine e poesia, le lacrime come giudizio dell’esistenza, la coscienza come sofferenza, la poesia come pianto, la parola come vendetta per “vomitare finalmente i propri segreti”. Come per Nietzsche, anche per Cioran ogni malattia è feconda: “Tutto ciò che nel mondo è profondo sorge dalla malattia”. Verità indicibili vengono fuori lucide dalla sua coscienza, ubriaca di coscienza. Una sorta di veleno benefico. Una goccia di veleno al giorno non rende forse immuni, più forti?
Se si scorre l’indice dei titoli delle sue opere ci si trova davanti ad un vero e proprio Sommario di decomposizione. Le sue furono le opere di chi visse al culmine della disperazione, di chi compose – tra lacrime e santi – i suoi sillogismi dell’amarezza, tentato dall’esistenza, tra Storia e Utopia; di chi ha voluto ergersi a funesto demiurgo caduto fuori dal tempo, conscio dell’inconvenienza di essere nati, di vivere contro l’evidenza; di chi si sottopose ad un vero e proprio squartamento per dar sfogo alle sue confessioni ed emettere i propri anatemi.

La sua lingua è incandescente come lava di un vulcano, pronto ad esplodere e a proiettare il suo magma ad altezze vertiginose. Per scagliarsi contro il Cielo e perdersi nel vento. Le sue opere liriche compongono, tutte insieme, le note di un canto malinconico. L’urlo straziante di un’anima in tumulto davanti al Nulla. Il pianto disperato di chi ha vissuto sull’orlo degli abissi, ai margini dell’esistenza, al culmine della disperazione.

Cioran non si legge, si divora. O meglio, è la sua opera a divorare il lettore, dal di dentro. Ha assaporato l’uomo, vivisezionandolo e cibandosi di ogni sua parte: “Talvolta si vorrebbe essere cannibali non tanto per il piacere di divorare il tale o il talaltro quanto per quello di vomitarlo”.
Il filosofo transilvano è consigliato a tutti gli amanti delle tenebre. Lui è un animale notturno. Insonne fin dall’età di quindici anni, vagherà errante per i cimiteri d’Europa. E non per nulla il “ladro di luce […] responsabile delle tenebre di tutti” nacque nella Terra dei vampiri. “Sono un uomo da gettare tra le fiamme […] Il mio simbolo è la morte della luce e la fiamma della morte. In me si estingue ogni scintilla per rinascere tuono e lampo. Le stesse tenebre non bruciano in me?”. Come il Conte Vlad narrato da Bram Stocker, è l’erede al Trono degli Inferni. Cioran, come il Diavolo di Milton, ha vissuto la sua cacciata dal Paradiso. E se il suo è il “pensiero che sa di carne e di sangue”, beh…la genealogia pare azzeccata. Sarà stato pure un diavolo ma il suo fu il canto di un angelo.

L’infanzia di Răşinari fu per lui un paradiso in terra, il suo Paradise Lost. Con l’arrivo dell’insonnia, l’esistenza diverrà un inferno, il suo tormento. Perché “al culmine della disperazione nessuno ha più diritto al sonno”. Si interessa alla letteratura e alla filosofia già all’età di quindici anni. Legge Dostoevskij, Diderot, Balzac, Flaubert, Schopenhauer, Simmel e Nietzsche. Studia Lettere e filosofia all’università di Bucarest, facendo amicizia con i filosofi Eliade e Ionescu, laureandosi con una tesi su Bergson. Da giovane studente, è attratto da Codreanu, più dalla mistica religiosa che dal progetto politico della Legione dell’Arcangelo Michele. Dopo i classici della filosofia legge Shakespeare, Baudleaire, Proust e Leopardi – suo “fratello d’elezione” -, ma anche il Libro di Giobbe e l’Ecclesiaste, chiari segni delle sue attrazioni mistiche. Nel 1935 viene chiamato alle armi e, subito dopo, assegnato ad un ruolo d’ufficio. L’anno seguente farà la prima ed unica esperienza lavorativa della sua vita, insegnando al Liceo di Andrei-Saguna di Brasov. Esperienza “catastrofica” che durerà solo un anno. In seguito vivrà grazie alle borse di studio che via via vincerà, e che avevano come obiettivo dottorati di ricerca che non si realizzeranno mai.

Appena ventiduenne pubblica il suo primo capolavoro in lingua rumena Al culmine della disperazione, opera in cui è racchiusa la sua Weltanschauung e che gli valse il premio dell’Accademia Reale per giovani autori. Scrive articoli su riviste di stampo nazionalista, vicine al movimento di Codreanu. Nel 1934 scriverà: “Non c’è uomo politico al mondo d’oggi che m’ispiri più simpatia e ammirazione di Hitiler”. Ecco spiegati l’ostracismo e l’oblio da parte della cultura ufficiale. Tali parole verranno disseppellite da Le Monde il giorno stesso della sepoltura del suo autore. Rispuntano gli scritti giovanili, fascistoidi e antisemiti. Si legge in Trasfigurazione della Romania del ’36: “Se fossi ebreo mi suiciderei all’istante”. Sono affermazioni di cui si vergognerà, probabilmente, in privato, ma di cui non farà mai un pubblico mea culpa. Ma fu forse la deportazione ad Auschwitz dell’amico ebreo Benjamin Fondane, che tentò di impedire disperatamente e invano, a mostrargli il volto del nazismo e a prendere le distanze dalle esaltazioni giovanili. La questione antisemita è però un problema ancora da chiarire, su cui si è speculato molto. Ed è difficile, ad oggi, capire se abbia voluto o meno pubblicamente pentirsi di questa macchia indelebile che tanto ha segnato la sua vita. La parola, quindi, agli storici.

Il 1937 è l’anno del trasferimento parigino. Il crepuscolo dei pensieri fu l’ultima opera elaborata in rumeno. Dal 1940 “divorzierà” dalla sua nazione e “tradirà” la propria lingua per adottare quella francese. Lingua che padroneggerà come e meglio dei grandi classici di Francia. Percorre in bicicletta 100 km al giorno per fiaccare il fisico e sconfiggere l’insonnia, “questo nulla senza sosta”, girovagando per i cimiteri di Francia, fumando sigarette appoggiato alle lapidi. Nel 1947 comincia a lavorare alla sua prima opera-capolavoro scritta in francese. Si tratta del Sommario di decomposizione, che uscirà nel 1949. Il suo fu definito “il miglior francese che si possa leggere”. Un risultato difficile da ottenere, oltre che insolito, per un uomo che scrisse sempre e solo opere filosofiche e mai romanzi. Prova della musicalità del suo stile il fatto che il Sommario fu tradotto in tedesco dal poeta rumeno (ebreo) Paul Celan. L’opera lo porrà all’attenzione degli intellettuali europei valendogli il Premio Rivarol. L’ultimo premio che si degnerà di ritirare, essendo avverso ai riconoscimenti pubblici.

Tra le curiosità della sua vita si ricorda la cacciata dalla mensa della Sorbona per “raggiunti limiti di età”  e l’episodio in cui Camus, avvicinatolo al Cafè de Flore, gli propose di impegnarsi socialmente, affinché entrasse “nella circolazione delle idee”. “Vai a farti fottere!” fu ciò che ottenne in tutta risposta. Da segnalare sono l’amicizia di Cioran con Samuel Beckett e l’odio per Sartre. Come ciliegina sulla torta, nel 1983 l’Eliseo mise il telefono del suo appartamento sotto controllo nel programma di prevenzione del terrorismo attuato in quegli anni.

Nel 1987 pubblica il suo “libro-testamento” Confessioni ed anatemi. Poi, scelse il silenzio. Negli ultimi anni di vita fu affetto dal morbo di Alzheimer. Malattia dalla quale si immagina abbia goduto di insperati attimi di incoscienza, senza memoria di alcun luogo e di alcun tempo. Ma lo spazio non esiste e il tempo non ha senso per chi, come lui, ha dialogato con l’Eterno e si è perso nell’Infinito. Morirà, apolide, il 20 giugno del 1995 in un ospedale di Parigi… Fine al tormento. Due anni dopo, consegnati all’editore i Quaderni – opera postuma dell’autore-, quasi come ultimo compito di un destino, Simone Boué, la compagna di una vita, muore sulle rive dell’Atlantico. Non si saprà mai se a causa di un incidente o per suicidio. Morì così, come lacrima nel mare per la morte di un amore.

“Perché porsi dei problemi, cercare di far luce o accettare delle ombre? Non farei meglio a seppellire le mie lacrime nella sabbia in riva al mare, nella più completa solitudine? Ma io non ho mai pianto, perché le lacrime sono diventate pensieri, amari come lacrime”.

E. M. Cioran