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Percorrendo per intero Spaccanapoli, costeggiando Castel Sant’Elmo e proseguendo in direzione del maestoso mare azzurro che si presenta agli occhi increduli come un sottile manto screziato di colori e ombre, ansanti, si giunge all’antichissimo quartiere Chiaia, posto ai piedi del Vomero, il quale sotto l’efflusso spasmodico dei raggi di un sole che si appresta a nascere, e dal riverbero del bagliore che lambisce la superficie delle acque del Mediterraneo, scomponendosi lentamente in una moltitudine di schegge di luce purissima, cadendo sui palazzi, attraversando le vetrate dei negozi, sfiorando i ciottoli di cui è lastricata la strada e carezzando gli arbusti circostanti, ne esalta l’antico splendore, riversandosi al contempo copiosa in tutta la città. C’è qualcosa di sublime e insieme terrificante nell’attraversare Napoli quando è ancora avvolta nel tepore del primo mattino. Tutta la sua storia, i suoi fantasmi, le voci di coloro che l’hanno resa la splendida città qual è riemergono dal passato, per testimoniare la loro presenza. La città si anima, come dotata di vita propria. Si ha l’impressione di sentirli, di vederli vivere di nuovo. Ancora qualche metro ed eccoci di fronte la chiesetta dell’Ascensione. Nella foschia mattutina, si distinguono i passi sordi di una donna, il cui capo è avvolto in un velo; gettando occhiate di circospezione, risoluta, si reca celere alla vecchia chiesa. Tiene stretto tra le braccia, con amorevole cura, un piccolo fagotto. Si volta indietro un’ultima volta prima di entrare. Un prete ai piedi del sagrato la sta aspettando. Scoprendo quell’insieme di vecchi lenzuoli, ecco venir fuori il viso inerme di un bambino. Entrambi si apprestano al fonte battesimale, e quando le viene richiesto il nome da dare a quel bambino, la donna, soffermandosi un istante, guardandolo sorridente pronunciò: Eduardo.

«Mi ci volle del tempo per capire le circostanze della mia nascita perché a quei tempi i bambini non avevano 1a sveltezza e la strafottenza di quelli d’oggi e quando a undici anni seppi che ero ‘figlio di padre ignoto’ per me fu un grosso choc. La curiosità morbosa della gente intorno a me non mi aiutò certo a raggiungere un equilibrio emotivo e mentale. Così, se da una parte ero orgoglioso di mio padre, della cui compagnia ero entrato a far parte, sia pure saltuariamente, come comparsa e poi come attore, fin dall’età di quattro anni […], d’altra parte la fitta rete di pettegolezzi, chiacchiere e malignità mi opprimeva dolorosamente. Mi sentivo respinto, oppure tollerato, e messo in ridicolo solo perché ‘diverso’».

Cosi scriverà nella sua Nota autobiografica dei primi anni Settanta, Eduardo. Dai registri della parrocchia si legge che il 24 maggio 1900, in via Vittoria Colonna 5, era nato Eduardo De Filippo, e in Vico Ascensione 12 il fratello Peppino. Ma quegli indirizzi oggi non ci sono più e le date di nascita risultano incerte; dopo cambi vari di toponomastica le tracce di quei vecchi ricordi sono andate perdute per sempre. Figlio illegittimo di Eduardo Scarpetta, attore e importante commediografo partenopeo, e di Luisa De Filippo una sarta della compagnia, conseguenza di una relazione extra coniugale, nacquero inoltre Peppino e Titina, i quali assunsero il cognome materno, e ai quali sarà sempre legato da una profonda stima e ammirazione artistica. Compie i suoi primi passi sulle tavole del palcoscenico: fin da piccolo è convocato varie volte nella compagnia di Scarpetta, per delle apparizioni durante gli spettacoli e brevi comparse. La sua infanzia fu costellata da periodi bui, da uno studio forzato e lungo, ma che al contempo risultarono fondamentali per la sua formazione: la rigida severità del padre, l’emarginazione dei suoi compagni, la sua riluttanza alla disciplina. Nel 1912 viene mandato insieme al fratello Peppino al Collegio Chierchia a Foria, ed è qui che dopo varie sofferenze, frustrazioni e inutili tentativi di evasione il piccolo Eduardo comincerà a percorre i primi passi verso la scrittura. Tornato a casa, stanco e insoddisfatto della vita che conduceva, parte per Roma, con poche lire in tasca e un desiderio violento di esprimere la propria arte.

«Da molto tempo, ormai, ho capito che il talento si fa strada comunque e niente lo può fermare, ma è anche vero che esso cresce e si sviluppa più rigoglioso quando la persona che lo possiede viene considerata ‘diversaì dalla società. Infatti, la persona finisce per desiderare di esserlo davvero, diversa, e le sue forze si moltiplicano, il suo pensiero è in continua ebollizione, il fisico non conosce più stanchezza pur di raggiungere la meta che s’è prefissata. Tutto questo perché allora non lo sapevo e la mia “diversità” mi pesava a tal punto che finii per lasciare la casa materna e la scuola e me ne andai in giro per il mondo da solo, con pochissimi soldi in tasca ma col fermo proposito di trovare la mia strada. Dovrei dire: di trovare la mia strada nella strada che avevo già scelto da sempre, il teatro, che è stato ed è tutto per me».

Tornato a Napoli, comincia ad esibirsi in varie compagnie teatrali, e tra queste fa la conoscenza di un giovane attore talentuoso, molto basso e con una faccia che reputa davvero buffa: Antonio De Curtis, in arte Totò.

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Totò e De Filippo immortalati durante un caloroso saluto

Tra i due si instaurerà subito una forte intesa che durerà per sempre. Nel 1914 entra definitivamente nella compagnia del fratellastro Vincenzo Scarpetta, insieme alla sorella Titina che già collaborava da tempo, e in seguito Peppino. Ma una sorta di insoddisfazione germoglia nell’animo dell’attore, che oltre a recitare vorrebbe essere l’autore di ciò che interpreta. Questa consapevolezza lo porta a scrivere durante il suo periodo di Leva come bersagliere, dove allestisce piccole recite per i soldati, nel 1920, la sua prima commedia: Farmacia di Turno, un’opera dai tratti decisamente agrodolci per l’epoca. Due anni dopo scriverà Ho fatto il guaio? Riparerò!, che andò in scena al Teatro Fiorentini, e il cui titolo sarà cambiato in Uomo e Galantuomo, dove esprime probabilmente al massimo grado la tagliente ironia di cui è foriero, e dove si risentono le influenze pirandelliane. L’esperienza accumulata durante questi anni lo porta ad raggiungere un ruolo preponderante nella compagnia. Alla morte del padre avvenuta nel 1925, Eduardo va a convivere con una giovane donna di nome Ninì, e decide di fare il grande passo proponendosi per varie compagnie di più alto grado. Dopo alcuni scoraggiamenti lavorativi, scrive nel ‘26 I morti non fanno paura, e l’anno successivo Ditegli Sempre di Sì, una commedia in cui il personaggio del “pazzo” elemento centrale nei lavori eduardiani, assurge a giudice intransigente della vita e della nuova morale che la prima guerra ha prodotto, attraverso la lucidità che è propria del folle.

Finita la stagione teatrale Eduardo insieme ai fratelli, decide di mettersi in proprio, formando con Michele Galdieri, la Compagnia Galdieri-De Filippo, e poi la compagnia De Filippo – Comica Compagnia Napoletana d’Arte Moderna. Risalgono a questo periodo Filosoficamente, ritratto di un borghese rassegnato e la stesura di Sik- Sik l’artefice magico, che racconta con intensa ilarità la vita di un artista, e il suo tentativo di eseguire piccoli numeri di magia ad un pubblico il quale oramai non presta più attenzione ai trucchi teatrali. Un atto unico, intriso di amara ironia che verrà rappresentato insieme alla compagnia La Ribalta Gaia al Teatro Nuovo nel 1929. La commedia accolta entusiasticamente dalla critica e dal pubblico, permette a Eduardo di farsi conoscere al mondo teatrale, permettendogli di collaborare con vari autori italiani. Nel 1931 i tre fratelli, raggiunta una certa popolarità decidono di dare vita alla compagnia del teatro umoristico “I De Filippo”. Viaggiano molto su e giù per l’Italia proponendo lavori del calibro di Quei Figuri di trent’anni fa, Don Rafel o’trumbon, scritta da Peppino, e molte rivisitazione di classiche farse napoletane, care a Eduardo. Il 25 dicembre del 1931 viene rappresentato al Kursaal di Napoli, per la prima volta, la commedia più nota di Eduardo De Filippo: Natale in Casa Cupiello, dove la vicenda ruota intorno ad una cena di Natale, in cui l’ingenuità del personaggio di Luca, il capofamiglia, è contrapposta ad una spietata situazione di gelosia e di cruda realtà del mondo moderno che indisturbato muove i suoi passi fuori dalle mura domestiche. L’impresario del Teatro Sannazaro, a fronte dell’enorme successo, li scrittura per la stagione del celebre teatro napoletano, dove sarà rappresentato l’8 ottobre 1932 Chi è cchiu’ felice ‘e me!, opera in due atti, e Amori e balestre, atto unico di Peppino.

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I fratelli De Filippo a lavoro insieme

Sono questi anni di dura tensione fra Eduardo e Peppino: il primo vuole abbandonare quel provincialismo che a suo dire, non permette alla compagnia di evolversi, mentre il secondo è più propenso verso un tipo di lavoro che si avvicini agli esordi farseschi. Essenziale per la crescita e la decisione di cambiare rotta in questo periodo, è l’incontro casuale con Pirandello, che Eduardo ammira più di chiunque altro; se ne possono riscontrare infatti le sue influenze in tutte le sue opere. Dopo aver collaborato insieme alla stesura de L’abito Nuovo, Eduardo si mette in proprio e fonda la compagnia ”Il Teatro Di Eduardo”; i rapporti ormai incrinati col fratello, si disgregano totalmente, e le loro strade si divideranno senza rincontrarsi mai più. Nel 1945 scriverà l’opera che sancirà il suo taglio netto col passato: Napoli Milionaria. Un canovaccio decadente che raccoglie le speranze e le paure di un paese appena uscito dal grande conflitto, che aveva gettato la città in ginocchio. Rimarrà celebre la frase “Ha da passa’ ‘a nuttata (deve trascorrere la notte)” pronunciata sovente dalla protagonista della commedia, ed entrata nell’uso comune, per indicare che grazie alla speranza, possiamo affrontare i mali che l’esistenza ci pone innanzi. Deciso a riacquistare e restaurare il semidistrutto Teatro San Ferdiando, Eduardo si cimenta in una serie di recitazioni sul piccolo schermo, e grazie al ricavato riuscì realizzare il suo sogno. Di grande rilievo in questo periodo sono le commedie: Questi fantasmi!, Filumena Marturano, Mia famigliaBene mio e core mio De Pretore Vincenzo, Sabato, domenica e lunedì, che non fanno altro che confermare l’eccellenza del commediografo napoletano. Questi anni saranno caratterizzati dalla conoscenza di Thea Prandi, un’attrice e cantante italiana dalla quale avrà Luisa e Luca De Filippo, e dalla morte della sua cara sorella Titina.

Eduardo e la sorella Titina insieme sulla scena

Eduardo e la sorella Titina insieme sulla scena

Il suo successo intanto sembrò non avere intenzione di abbandonarlo: molte delle sue opere saranno tradotte e rappresentate all’estero, mentre negli anni sessanta per la rappresentazione de Il sindaco del Rione Sanità, gli sarà conferito il Premio Feltrinelli.

«Eduardo De Filippo, eminente uomo di teatro, riassume nella sua personalità tre figure rimaste, nella pratica del palcoscenico, isolate e divise, ma che, dal Ruzante a Molière, ai nostri comici dell’arte, costituirono gli elementi essenziali della drammaturgia: l’autore, l’attore e il regista»

È l’inizio della relazione dell’Accademia Nazionale dei Lincei, letta per il conferimento del Premio Internazionale. Ma ai costanti successi susseguono costanti dolori, Eduardo perderà infatti la figlia Luisella avuta dal matrimonio con la Prandi. Andrea Camilleri, in un articolo scritto in memoria di Eduardo con cui ebbe frequentazioni di lavoro e d’amicizia, ricorda questo episodio:

«L’immagine che uno aveva di Eduardo era di un uomo corazzato, un uomo che si difendeva anche recitando la parte che si era assegnata lui stesso nella vita. Non so come nel 1960 ero preoccupato perché una delle mie figlie aveva la febbre alta; non pensai all’incidente della bambina di Eduardo e gli dissi che ero un po’ preoccupato per mia figlia. Rispose: ‘Io l’ho persa una figlia’. E mi raccontò minutamente come lui aveva vissuto la cosa e si mise a piangere. Non è una cosa che si sopportava facilmente veder piangere Eduardo. È stata una cosa inenarrabile, penosa. Mi dispiace anche di averla rammentata»

Al ’73 risale l’ultima fatica del genio partenopeo, ovvero Gli Esami Non Finisco Mai, che gli varrà il premio Pirandello. Dopo due lauree ad Honoris Causa e dopo aver intrecciato una relazione con Isabella Quarantotti, che sposerà nel verso la fine degli anni Settanta, fu nominato, nel 1981 senatore a vita aderendo vivamente al gruppo della sinistra indipendente.

«Se un’idea non ha significato e utilità sociale non m’interessa lavorarci sopra. Voglio dire che tutto ha inizio, sempre da uno stimolo emotivo: reazione a una ingiustizia, sdegno per l’ipocrisia mia ed altrui, solidarietà e simpatia umana per una persona o un gruppo di persone, ribellione contro leggi superate e anacronistiche con il mondo di oggi»

Le tragedie quotidiane che mette in scena, sono lo specchio fulgido delle vicende umane, e diretta conseguenza di un’osservazione attenta della realtà e di un approfondimento psicologico dei personaggi, reso ancor più inteso dalla sua sensibilità umana. Il binomio teatro-vita è una delle regole imprescindibili del teatro che lui mantenne rigorosamente in vita. Uno dei temi che ha avuto un ruolo preminente nei suoi lavori è indubbiamente la famiglia. Il drammaturgo risente del suo abbandono, della sua condizione di instabilità familiare. Nelle commedie la famiglia è vista come un mito, irrinunciabile, eppure vessata e vilipesa dalle mode e dalla nuova concezione del mondo, sviluppatasi dopo il ventennio fascista, una trasformazione che riesce a cogliere e a mostrare sapientemente. Quell’insieme di valori imprescindibili, diventano un retaggio di un passato ormai obsoleto, che prima o poi svanirà.

Se da un lato i primi lavori sono condizionati da un’atmosfera tipicamente rurale e campestre, negli ultimi, tali scenari cedono il passo a più complessi orditi di stampo piccolo-borghese. Altra costante nelle opere eduardiane è la presenza di un personaggio ameno, che può assumere talvolta i lineamenti di un pazzo, di presunto folle, altre di un ingenuo, o di un muto. In particolare il mutismo, è un tratto distintivo di alcune opere come nel celebre caso de Le Voci Di Dentro. In questo caso l’incomunicabilità, la solitudine, l’alienazione dell’uomo scaturita dall’avarizia e dell’egoismo, la stanchezza di affrontare la vita e le sue brutture, conducono il personaggio di Zio Nicola, disilluso nei confronti del mondo che lo circonda a richiudersi in un assordante silenzio.

Ciò che più colpisce del suo modo di fare teatro è essenzialmente la sua disarmante semplicità. Quella semplicità autentica che nasce dal costante e travagliato rapporto tra la vita e il desiderio di svelare ciò che contiene. Al contrario di molti commediografi del suo tempo, non osò mai mischiare le carte, o innalzare un velo di Maya tra regista e pubblico, per conferire un tono più alto alle sue opere. Possedeva la capacità di affrontare temi complessi con la semplicità di chi la vita l’ha vissuta veramente e non ha bisogno di tanti fronzoli per descriverla. Potremo per tale ragione paragonarlo ad un Italo Calvino del teatro. Amato per la sua schiettezza e per la poetica in essa presente, sia dagli intellettuali più arditi che dalle persone più umili. Forse era questo il segreto di quest’uomo, così severo, taciturno, considerato un orso da tenere a distanza, così in dissonanza con i personaggi da lui creati e impersonati.

L’universalità di Eduardo risiede nell’aver innalzato il teatro dialettale e popolare, a teatro manifesto della vita. Corrado Alvaro definiva Eduardo “il napoletano che si trova a impersonare l’uomo di oggi”, ovvero “l’eroe di tutti i giorni”. I suoi lavori sono spaccati di vita vissuta, di placida quotidianità, e per tale motivo riescono a raggiungere il cuore della gente. La varietà di esperienze vissute gli ha permesso di cogliere degli aspetti essenziali della civiltà napoletana, e al contempo italiana. Eduardo entra nelle case degli italiani, e noi rassicurati lo facciamo entrare col sorriso sulle labbra. Siamo inteneriti dalla sua ironia mai volgare, dalla sua costumanza delicata, dalla sottigliezza dei suoi ragionamenti e dalla genuinità dei personaggi.

«Quando sono in palcoscenico a provare, quando ero in palcoscenico a recitare… è stata tutta una vita di sacrifici. E di gelo. Così si fa il teatro. Così ho fatto! Ma il cuore ha tremato sempre tutte le sere! E l’ho pagato, anche stasera mi batte il cuore e continuerà a battere anche quando si sarà fermato»

Queste le parole pronunciate a Taormina nel suo ultimo discorso. Eduardo ha sempre scritto per il pubblico più che per se stesso, una pubblica ricerca delle sue radici, delle credenze e superstizioni della sua terra, che fanno da scudo a condizioni di miseria e povertà, sia fisica che morale. Eduardo mette in scena Napoli con le sue tradizioni, le sue usanze, la sua vitalità e le sue contraddizioni, sicuramente fu una città che amò molto. Anche se il suo corpo giace in un tomba nel Cimitero del Verano di Roma, dove mori il 31 ottobre del 1984, la sua anima vaga per le strade di Napoli. Ecco che il sole è alto nel cielo della città. Le persone scendono in strada, i vicoli sono animati al passaggio degli studenti che fan baccano, dalla voce dei venditori ambulanti e dai vicini che da un balcone all’altro si scambiano il buongiorno. Eduardo è in quei vicoli, in quelle piazze, in quei sorrisi, in quei profumi, cammina fra la gente, partecipa ai loro progetti sostiene le loro speranze, getta uno sguardo al Teatro San Ferdinando e sorride. Giunto sul lungomare di Mergellina, siede su un piccolo scoglio. Tira fuori dalla tasca della giacca un vecchio foglio e comincia a leggere: le parole trasportare dalla corrente del mare si diffondono nella brezza mattutina esalata dal mare e si disperdono nell’aria che respira la gente:

«I vuless truvà pace…»