La morte, nell’arte, rende grandi. Questa affermazione apodittica è alla base della corsa all’encomio nei giorni successivi alla scomparsa di un artista. Prime pagine, biografie ufficiose, commenti di illustri critici, testimonianze di chi quell’artista l’ha conosciuto dal vivo scoprendo inaspettatamente una persona “semplice ed umile”. David Bowie ci ha lasciato, ma se siete in cerca di un viaggio che ripercorra la sua carriera duratura o gli innumerevoli personaggi da lui interpretati siete nel posto sbagliato.

A fronte di cinquanta anni di carriera musicale basterà analizzarne tre (1976; 1977; 1978) per ottenere la necessaria completezza sul genio del personaggio. Naturalmente concedendoci una certa elasticità temporale. David Bowie nel 1976 è un uomo che ha oltrepassato il limite. Inebriato dal successo degli anni successivi, alienato dalla  mondanità losangelina e perennemente sotto l’effetto della cocaina. Legge, e lo fa in modo compulsivo: giorno e notte, chiuso nel suo studio, con la ex moglie costretta a sentire i rumori tipici di chi si prepara una dose. David Bowie, nel 1976, è un uomo quasi finito.

Le sue letture comprendono Nietzsche (nella sua sempreverde mal interpretazione), l’esoterismo di Aleister Crowley ed alcuni best seller della letteratura nazista. Bowie tocca il fondo quell’anno di ritorno da un viaggio nell’Urss: alla frontiera con la Polonia successivamente ad una perquisizione viene trovato in possesso di svariati testi nazisti, alcuni dei quali vietati non solo ad est del blocco ma anche nel suo Paese di origine, l’Inghilterra. A posteriori quell’episodio fece da volano ad una svolta artistica senza precedenti.

La prima reazione fu la pubblicazione di Station to station, uno dei suoi album più innovativi. Pur non essendo incluso nella cosiddetta trilogia berlinese, Station to station ne è un manifesto programmatico. I suoni si fanno cupi, lenti, pesanti e le atmosfere soul di Aladdin Sane così come quelle glam di Ziggy Stardust appaiono lontane anni luce. L’album si apre con l’omonima canzone: una fila di amplificatori venne posta contro il muro dello studio di registrazione creando un feedback che rimanda al fischio di un treno. Teniamolo a mente questo particolare del treno. La canzone è nota per essere stata inserita nel celebre film Christiane F. – Wir Kinder vom Bahnhof Zoo. Il film ripercorre la storia di Christiane Vera Felscherinow, prendendo spunto dal suo libro autobiografico. Il 18 aprile 1976 Christiane, tredicenne di Berlino Ovest, assume per la prima volta l’eroina dopo aver assistito al concerto di Bowie alla Deutschlandhalle. La ragazza testimonierà come, durante l’esecuzione del brano Station to station, si sentì fissata negli occhi dallo stesso Bowie che sul palco pronunciava il ritornello “It’s too late”.

Sempre in quella canzone vi è un’altra frase che  delineava quali erano le intenzioni dell’artista di Brixton: the european cannon is here. Era arrivato il momento di lasciare Los Angeles e di tornare nel vecchio continente. Era arrivato il momento di uscire dall’oblio, o sarebbe stato troppo tardi.  La destinazione finale, come avrete certamente capito, era Berlino. Ma prima vi fu una tappa in Francia dove venne registrato quello che viene annoverato come il primo album della trilogia, Low. Il titolo si riferisce all’espressione low profile: dopo gli sfarzi americani era giunto il momento di cambiare radicalmente il modus vivendi.

Bowie non si trasferì in Europa da solo: creò una vera e propria squadra. Primo fra tutti Iggy Pop, l’eccentrico frontman degli Stooges. Iggy Pop è colui che nel 1969, mentre l’uomo scopriva la luna, inventava il punk nelle calde spiagge di Venice, otto anni prima della sua invenzione ufficiale nei freddi sobborghi londinesi. Insieme a lui si unì Brian Eno, il vero responsabile della svolta elettronica di Bowie: Eno non era un musicista, era qualcosa di più. Avvicinò Bowie al metodo compositivo delle oblique strategies del quale ho già parlato qui (1), spingendolo ad onorare gli errori di registrazione come se fossero un’intenzione nascosta.  Bowie ed Eno chiamarono al telefono un produttore discografico, Tony Visconti, chiedendogli se avesse in mente qualcosa di veramente innovativo. Visconti disse di aver scoperto l’Harmonizer, uno strumento che “fotte la struttura del tempo”. Fu subito arruolato.

Low è un album ancora più estremo di Station to Station. L’influenza di Eno e del kraut rock tedesco (Kraftwerk, Tangerine Dream) è molto accentuata soprattutto nei brani strumentali. Immaginate l’autore di Space Oddity e di Life on Mars? comporre un album dove tutti i testi, se uniti, possono essere trascritti agevolmente all’interno di una semplice cartolina. L’idea è quella di suscitare emozioni solo con i suoni: Warszawa, scritta dopo una visita di Eno e Bowie alla capitale polacca, ci dona un’immagine tetra e realistica di come dove apparire la città nel 1976. Le parole che si sentono in realtà non esistono, sono un semplice assemblaggio di sillabe che rimanda vagamente ad una lingua dell’Est Europa. A new career in a new town, anch’essa strumentale, riesce a suscitare l’entusiasmo per il trasferimento in una nuova città con suoni gioiosi e propositivi. 

Il trasferimento a Berlino arriverà nello stesso anno. Bowie, Pop e Visconti si stanziano a Berlino Ovest per trovare spunti artistici proprio come lo scrittore Isherwood (scelgono lo stesso quartiere) fece all’epoca della Repubblica Weimar. La Berlino di quegli anni è però molto diversa. Berlino Ovest apparteneva formalmente alla Germania Ovest ma era de facto dotata di una sostanziale autonomia in virtù della sua collocazione geopolitica. Essa era un exclave occidentale nella Germani Est, raggiungibile soltanto attraversando la Cortina di Ferro. Il muro era una ferita a cielo aperto. Dall’altro lato i russi avevano lasciato al loro posto le macerie dei bombardamenti a scopo “pedagogico”. Bowie dirà “La penso allo stesso modo del premio Nobel Günter Grass, Berlino è al centro di tutto quello che sta succedendo  e succederà in Europa nei prossimi anni”. Grass l’aveva definita “la città più vicina alla realtà dell’epoca moderna”. In virtù della particolare contingenza, Berlino era il posto perfetto per chi cercava l’anonimato. “A nessuno frega un cazzo di te a Berlino”, continua Bowie: “E’ un luogo molto ambiguo, è difficile distinguere i fantasmi dai vivi” .

Bowie e Pop  affittarono un appartamento dalle pareti nere in Hauptstraße 155(rumors dicono che potrebbe oggi essere ribattezzata Bowiestraße), in una zona popolare. Nonostante sia per molti difficile da credere, i soldi erano pochi. Le droghe avevano prosciugato i patrimoni di entrambi. Si muovevano in bicicletta e prendevano la macchina principalmente per andare a Wannsee, un lago alla periferia Ovest della città. Grazie al flirt di Iggy con la figlia di un diplomatico, i due furono agevolati nel fare numerose uscite nella parte orientale della città. Uno dei loro luoghi preferiti era il Brücke-Museum: l’espressionismo tedesco ebbe molta influenza sui lavori artistici dei due. Sia la copertina di “Heroes”, l’album del 1977 di Bowie, che quella di The Idiot di Pop, erano un omaggio al Roquairol di Erich Heckel.

I due restarono a Berlino per due anni, fino al 1978.  “Heroes” e Lodger furono i due album successivi di Bowie che completarono la trilogia. Vale la pena spendere qualche parola sul più celeberrimo dei due (nonostante la rivalutazione di Lodger che lo stesso Bowie fece anni fa). “Heroes” è l’unico album dei tre completamente registrato a Berlino, precisamente negli Hansa Tonstudio che si trovavano proprio al ridosso del muro. Bowie ricorda come le guardie della DDR sbirciavano curiose con i loro binocoli durante le registrazioni. 

“Heroes” è un titolo volutamente virgolettato. Rappresenta un urlo liberatorio e di successo, la disintossicazione dalla cocaina, la luce fuori dal tunnel; al tempo stesso le virgolette ci rammentano la fragilità dell’essere umano, la possibilità che quella luce si trasformi in un treno che proviene in senso opposto. Le virgolette vengono spesso omesse nell’immaginario collettivo, ma sono essenziali: sempre nel film su Christiane F. la canzone viene lanciata come sottofondo di un momento antieroico: ragazzini di 14 anni che scappano dalla polizia senza nemmeno riuscire a reggersi in piedi. Il singolo vede al suo interno le immense capacità tecniche di Robert Fripp, chitarrista dei King Crimson, unite alla genialità compositiva di Eno ai sintetizzatori. Eno e Bowie chiamarono Fripp da Londra e gli fecero registrare le parti di chitarra senza fargli sentire quali fossero gli accordi della canzone. Ad un orecchio attento non sfuggirà certamente come le due chitarra vadano per strade diverse: Visconti è colui che le tiene insieme evitando la cacofonia.

Durante le registrazioni Bowie chiede a Visconti di essere lasciato solo in modo da poter elaborare un testo per la canzone. Egli obbedì senza ritrosie ed uscì fuori dagli studio, proprio di fronte al muro. Affacciatosi alla finestra Bowie si accorge di Visconti impegnato in un bacio appassionato con la corista Antonia Maaß (Visconti era sposato, ma Berlino Ovest garantiva sicuramente un certo livello di discrezione) e decise di inserire la scena nella canzone. 

Io, io posso ricordare (mi ricordo)
In piedi accanto al Muro (accanto al Muro)
E i fucili spararono sopra le nostre teste
(sopra le nostre teste)
E ci baciammo.

Nel turbinio di elogi dedicati a Bowie in Italia, quello più affine alla figura del rocker inglese è stato espresso dal mai banale Carlo Verdone. A skytg24 ha dichiarato “Bowie era prima di tutto un intellettuale. Uno che conosceva anche i futuristi italiani minori come Prampolini”. Non si può non concordare. Bowie era un avanguardista, e forse anche un futurista: distrusse musei e biblioteche; cavalcò la new wave, a differenza di molti altri dinosauri del rock che da quell’onda di innovazione furono travolti. La storia l’ha fatta, non l’ha subita: in un tweet perfino il Ministero degli Esteri tedesco ha espresso cordoglio per colui che contribuì alla caduta di quel muro con un concerto nel 1987 svoltosi in modo da far ascoltare la musica anche ai berlinesi dell’altra parte. Non è la morte a rendere grande Bowie; è la vita.