Nella società odierna gli epiteti di “populismo” e di “populista” sono lanciati dagli scherani del neoliberismo come se fossero offese sanguinose e riprovevoli e questo genere di invettiva rientra nel quadro incontestato dell’informazione e del dibattito politico e culturale mainstream. Le persone di una certa cultura, gli esponenti della cosiddetta intellighenzia liberale di sinistra, li ripetono in maniera sempre più petulante ed ossessiva, e sono in pochi quelli che avanzano delle rimostranze contro questa impostazione del discorso e contro la vera sostanza di tale linguaggio, mentre i più non riescono a sottrarsi al sortilegio ipnotico che il Potere ammannisce attraverso tutti gli strumenti e i mezzi di cui esso dispone. I più subiscono ed implicitamente accettano tutto questo senza reagire, oppure si piegano ad una sfida perduta in partenza determinata dalle regole di ingaggio del Potere stesso.

All’interno di queste suddette definizioni denigratorie vengono imprigionati e compendiati individui, tendenze, movimenti politici tra i più variegati e disparati, accomunati solamente dall’ostilità preconcetta che suscitano nell’establishment politico, economico, finanziario e culturale. Ma non è sempre stato così. In un recente passato dichiararsi difensori e amici del popolo era un titolo di merito, soprattutto -ma non soltanto- presso quella sinistra politica che oggi identifica invece le sue sorti con le élites liberali dominanti, post-moderne e americanocentriche, globaliste, cosmopolite e fautrici dell’insidiosa ideologia “dirittumanista”.

Il popolo non era una categoria da guardare con disprezzo ed aperta sufficienza, considerato con livore per le sue tendenze conservatrici e tradizionaliste e per non essere all’altezza delle “splendide opportunità” della globalizzazione, delle “magnifiche sorti e progressive”, che in questi anni hanno prodotto miseria, diseguaglianze crescenti, dolore e guerre. La categoria interpretativa di “popolo” si trovava viceversa al centro della riflessione di numerosi pensatori socialisti, che la preferivano al concetto di classe. Tra di essi spicca il francese Charles Péguy (1873-1914), che nel suo saggio Il Denaro (1913) ripubblicato recentemente dall’editore Castelvecchi ne è per l’appunto un apologeta appassionato.

Il problema di fondo dell’analisi di Péguy consiste nel fatto di come la modernizzazione capitalistica abbia portato allo snaturamento e alla scomparsa di quel popolo che con le sue virtù primigenie e con la sua purezza aveva resistito per tanti secoli sul palcoscenico dell’Europa. “Il popolo della vecchia Francia” è ormai dissolto. Scrive Péguy: “Era un mondo nel quale questo bel nome, questa bella parola che è popolo, trovava la sua piena, classica incarnazione. Oggi, a dir popolo, si cade nella letteratura, in una letteratura di bassa lega, un genere elettoralistico, politico, parlamentare di letteratura. Il popolo non esiste più. Tutti sono borghesi. Perché tutti leggono il loro giornale. Quel poco che sopravviveva dell’antica aristocrazia, o meglio delle antiche aristocrazie, è diventato una borghesia meschina. L’antica aristocrazia è diventata anch’essa una borghesia del denaro. L’antica borghesia si è trasformata in una borghesia squallida, una borghesia del denaro. Quanto agli operai, hanno ormai un’idea soltanto: farsi borghesi. Ed è proprio ciò accade, anche se magari dicono di diventare socialisti. Restano sì e no i contadini a essere rimasti davvero contadini”. Lo sfacelo è avvenuto nel giro di pochi anni. “Il mondo è cambiato più nell’ultimo trentennio di quanto non sia mutato dopo Gesù Cristo”.

A tratti Péguy sembra profetico, pare che parli dei giorni funesti in cui viviamo in anticipo di un secolo. Attraverso le sue intuizioni lo scrittore francese prefigura in un certo qual modo alcuni spunti della sociologia pasoliniana. Dopo Gesù, prosegue il socialista, c’è stata l’età antica, ancora biblica. C’è stata l’età cristiana. Poi è arrivata l’età moderna. Con la modernità è scomparso il culto del “lavoro ben fatto” che era la caratteristica precipua del popolo. “In questo onore esemplare del mestiere si riassumevano tutti i sentimenti più nobili e più alti. Una dignità. Una fierezza”. Sono passi che rivelano il proudhonismo di Péguy, il suo rimpianto sconsolato per la piccola proprietà artigiana ed indipendente. Il responsabile di questo disastro, e su questo punto Sorel e Péguy si incontrano e si prendono per mano, è uno solo: “Non lo ripeteremo mai abbastanza. Tutto il male è venuto dalla borghesia. Tutte le aberrazioni, tutti i delitti. È la borghesia capitalistica che ha infettato il popolo. E lo ha infettato precisamente di spirito borghese e capitalistico. Per la precisione, sto parlando della borghesia capitalistica e della grande borghesia. La borghesia laboriosa, la piccola borghesia è divenuta invece la più sfortunata di tutte le classi sociali, la sola che oggi lavori davvero: la sola dunque che abbia conservate intatte le virtù operaie e per contraccambio la sola che viva realmente nella miseria. Essa sola ha retto il colpo […] Sì, gli operai non hanno affatto conservato le virtù operaie. È stata la piccola borghesia a farlo. Al contrario, la borghesia capitalistica ha infettato tutto. S’è infettata da se stessa e ha infettato il popolo della medesima infezione. Ha infettato il popolo due volte; in se stessa restando se stessa e attraverso le porzioni transfughe di se stessa che ha inoculato nel popolo”.

Ancora insieme a Georges Sorel, la polemica péguysta si ritorce contro i rappresentanti dello spirito infetto e contaminatore della borghesia, il socialismo politico, parlamentare, riformista, gradualista, evoluzionista. “Il partito socialista politico” è il suo bersaglio. Ma a questo punto Péguy rompe con il solitario di Boulogne perché nel suo attacco al socialismo borghese egli coinvolge anche la “Nouvelle école”, che appella con l’espressione di “partiti socialisti sindacalisti”. Essi “hanno potuto credere più o meno sinceramente di praticare e di costituire in quanto tali una reazione contro i partiti politici, contro il partito socialista unificato. E tuttavia per un fenomeno storico molto frequente, per una nuova applicazione e una nuova verifica della legge antichissima delle contrapposizioni, una siffatta reazione a una politica costituisce essa stessa una politica, un siffatto partito risulta di per se stesso un nuovo partito politico, un altro partito politico, un partito politico contrapposto. I partiti sindacalisti sono essi stessi, e nella stessa misura, infestati e infettati da elementi politici, sempre gli stessi, da altri intellettuali, ma in realtà sempre gli stessi, da altri borghesi, ma in realtà sempre gli stessi. Hanno potuto credere più o meno sinceramente di essersi sbarazzati del vecchio personale politico socialista. Non si sono però sbarazzati del vecchio spirito politico socialista, che era in tutto uno spirito borghese, in nulla uno spirito popolare. Può sembrare a prima vista che ci siano molti più autentici operai nel personale socialista sindacalista di quanti ce ne siano nel personale politico socialista, il quale è per così dire composto da borghesi. Questo è vero, lo ammetto, se si procede, se si sta a guardare, se si vuol calcolare attraverso i metodi superficiali di un censimento sociologico. Questo, cioè, è vero solo in apparenza. In realtà, anche loro -i sindacalisti- sono infiltrati e infettati, da meri intellettuali, meramente borghesi. E in ogni caso il grandissimo numero di operai che vi si conta non è affatto costituito da autentici operai, poiché essi non discendono più realmente, direttamente, semplicemente dal popolo, dal vecchio popolo”.

A Sorel e ai suoi seguaci, in particolare Edouard Berth e Hubert Lagardelle, viene rivolta l’accusa di essere anti-intellettuali e anti-illuministi soltanto a parole, ma di essere in realtà degli intellettuali puri della peggior specie, e dunque di essere in definitiva pregni di spirito e di mentalità borghesi. Esiste però un uomo che incarna questo spirito pernicioso testé descritto, fino a divenirne addirittura la sua quintessenza: egli è Jean Jaurès. “Non lo ripeteremo mai abbastanza. Tutto un mondo siffatto è jauressista. E ciò significa che, al fondo, tutto un mondo siffatto è radicale. Cioè borghese. Dovunque, sempre la medesima demagogia, sempre il medesimo vuoto pneumatico: la prima che conduce al secondo, il secondo che riconduce alla prima. Questa inconsistenza di pensiero, unica forse nella storia del mondo, questa povertà di cuore che costituiscono in politica il sigillo peculiare, il marchio di fabbrica del partito radicale hanno guadagnato attraverso un jauressismo diffuso tutto il partito socialista politico e a poco a poco il partito sindacalista”.

Resta un solo rimedio al contagio della politica e della democrazia: esso risiede nella mistica. La fede ritrovata da Péguy lo induce ad avere del socialismo una concezione religiosa e spirituale. Soltanto dalla ripresa e dalla riscoperta dei Nobili Valori, della più Alta Idealità, degli slanci più disinteressati e degli ardori più ingenui e brucianti è possibile sperare nella salvezza, nella redenzione, nella rinascita di un popolo nuovo e ancora consapevole, fervente e febbrile. “Io dico: abbiamo conosciuto un popolo che non vedremo mai più. Ne vedremo altri. Da parecchi anni si moltiplicano i sintomi che lasciano presagire un avvenire migliore. Le cose vanno oggi meglio di ieri, il domani sarà meglio dell’oggi. Il buon senso di questo popolo non può essersi inaridito per sempre. Le virtù peculiari della razza sapranno forse ritrovarsi. Senza dubbio si ritroveranno. Bisogna soltanto sapere che stiamo vivendo-mettiamo pure che abbiamo appena vissuto-la peggiore crisi attraverso cui questo popolo sia mai dovuto passare”. Quante analogie in queste parole con la fase storica nella quale viviamo! Forse è proprio lo slancio profetico e visionario di un Péguy che fa difetto alla dolente umanità che si aggira ansiosa e disperata, cinica e credula nelle nostre città.

Nello scoppio della Prima Guerra Mondiale, l’anno seguente, Péguy vede, insieme a moltissimi giovani rivoluzionari della sua generazione, l’occasione di un riscatto, la possibilità di una nuova ascesa, l’alba di un futuro diverso, l’incedere eroico di un uomo nuovo: è il mito della guerra rivoluzionaria. Sorel non ci crede, Péguy invece parte per il fronte. La sua aspirazione al socialismo perirà insieme a lui, durante la prima battaglia della Marna. Il 5 Settembre 1914 una pallottola in piena fronte lo colpirà, ponendo fine ad una vita inquieta e tormentata, immune dalle sozzure del materialismo, la vita di un socialista che aveva ritrovato i valori nazionali e la religione cattolica.