Nato a Roma il 23 settembre, poco prima dell’alba, nel 63 a.e.v. 691 ab urbe condita, dall’unione fra la Gens Octavia, originaria di Velletri (Velitrae) nei Castelli Romani e dalla Gens Atia, di leggendaria stirpe proveniente da Alba Longa, già imparentata con la Gens Iulia. Le fonti antiche, soprattutto Gaio Svetonio Tranquillo, nelle “De Vita Caesarum”, riprese poi da Antonio Spinosa nel suo Augusto, ci parlano di un puer fuori dal comune, la cui stessa concezione aveva del prodigioso. Una notte, la madre Azia si era recata al Tempio di Apollo per effettuare un sacrificio assieme ad altre matrone, ma mentre stava per entrare nel Tempio, si addormentò sulla lettiga. Durante il sonno avvertì un animale strisciante insinuarsi fra le cosce e subito scivolare via. Il giorno seguente scoprì sul corpo una macchia a forma di serpente che le impedì per il resto della vita di andare ai bagni pubblici. Azia ritenne, ripensando a quella strana notte, di essersi congiunta con il marito, Gaio Ottavio, il quale di lì a poco sognò un grande cerchio di fuoco, paragonabile al Sole, uscire fuori dall’utero della moglie. Secondo questa leggenda quindi, il Phoebus era il padre del futuro Imperatore.

Su Augusto convergeva così l’origine divina della sua famiglia e del popolo di Roma, il quale venne identificato già all’epoca come discendente degli abitanti della rocca di Ilion, oggi nota come Troia, per mezzo del celebre poema epico di Publio Virgilio Marone, l’Eneide, scritto appositamente per celebrare la grandezza dei Romani e del suo nuovo Principe. Secondo Caio Druso, quando Ottaviano ancora era neonato, ad un tratto scomparve misteriosamente dalla culla e venne ritrovato solo il giorno dopo sulla torre più alta di Velletri con il viso rivolto verso Oriente. Poco tempo dopo, nell’età delle prime parole infantili, riuscì a far tacere tutte le gracidanti rane di un acquitrino; da quel momento in poi in quel luogo non vennero mai più sentite strepitare. Tutti sappiamo ciò che avvenne durante le Idi di Marzo; abbiamo studiato la Guerra di Modena e le vicende del secondo Triumvirato, fino alle battaglie di Filippi ed Azio. Ci è stato narrato lo storico passaggio da Res Publica ad Imperium e di come il Senato attribuì al Cesare la Tribunicia Potestas, i titoli di Princeps Senatus, Augustus (Indoeuropeo Aug [Dar forza], latino Augur [Sacro] e al greco Σεβαστός [Venerabile] dunque maestoso, che accresce, degno di adorazione) e molte altre nozioni scolastiche basilari note ai più. Poche volte però, ci soffermiamo sui lati meno accademici e più oracolari, quotidiani e talvolta favolosi, riuscendo di rado a farci un quadro più o meno preciso di chi fosse questo ambiguo e discusso uomo.

Già indicato come venerabile in vita dall’astrologo Teogene ad Apollonia, dopo la morte di Cesare nel 44 a.e.v. Ottaviano decise di tornare a Roma poiché venuto a sapere di essere stato adottato in qualità di figlio ed erede dal defunto prozio. Svetonio ci narra di alcuni prodigi che lo accompagnarono alla volta dell’Urbe: un arcobaleno cerchiò il sole, mentre una grande serie di fulmini si abbatterono sulla tomba della figlia del prozio, Giulia. Tali eventi si riallacciarono direttamente ad una incredibile manifestazione di natura astronomica. Durante i Ludi Victoriae Caesaris (fra il 20 e il 30 luglio del 44 a.e.v) indetti da Ottaviano, apparve per sette giorni in cielo una grande e splendente cometa, chiamata poi Sidus Iulium, di cui ce ne parlano Svetonio, Quinto Orazio Flacco nel Carmen Saeculare, e lo stesso Augusto nei Commentarii de vita sua. Il Sidus si trovava in una sezione a nord del cielo e venne visto da numerosi popoli della terra, ma a Roma tale prodigio venne identificato con l’apoteosi di Cesare. A prodigio terminato, venne posta sul capo di una statua del defunto Dictator perpetuo la stella cometa. In epoca contemporanea, l’archeologo Gennaro Pesce ipotizzò il trasferimento della statua, dal foro, all’interno del Templum Divi Iuli. Ottaviano, pur non essendo mai stato un guerriero come l’amico e futuro genero Marco Vipsanio Agrippa, si dimostrò coraggioso durante i combattimenti a cui partecipò, inoltre, rischiò numerose volte la vita durante le battaglie di Modena e Perugia e in alcune traversate marittime, a causa di forti burrasche, ma ne uscì sempre illeso.

Poco prima della battaglia di Azio nel 31 a.e.v fece aprire, andando contro ogni tradizione, il testamento di Marco Antonio, il quale aveva nominato suoi eredi i figli avuti con Cleopatra; questo evento pur essendo sacrilego, esortò il Senato a decretare Antonio come hostis publicus. Dopo aver sbaragliato il vecchio alleato e la cosiddetta fatale monstrum di Orazio e la “Puttana d’Egitto” di Mecenate, decise di ridurre la terra dei Faraoni in provincia, non prima di aver reso onore alle spoglie di Alessandro Magno, ancora perfettamente conservate poiché imbalsamate secondo le usanze ancestrali. Solo due volte diresse in modo attivo delle operazioni militari: in Cantabria durante il principato, come ci racconta anche Publio Anneo Floro nelle “Epitomae” e in Dalmazia nel periodo dell’adolescenza, venendo ferito ad un ginocchio, ad una gamba e ad entrambe le braccia. Svetonio ci narra di un curioso fatto avvenuto durante un suo passaggio fra le Alpi. Un alleato gallico, avvicinandosi al Principe per parlargli, con il reale e malevolo intento di spingerlo in un burrone, si ghiacciò e desistette quando il Cesare gli rivolse gli occhi; il penetrante e luminoso sguardo gli aveva salvato la vita.

Di bellissimo aspetto e di proporzioni eleganti nonostante la bassa statura, secondo Svetonio aveva il corpo maculato dai nei, i quali per numero e forma andavano a ricreare la costellazione dell’Orsa. Durante tutta la vita soffrì di vari mali di diverse gravità fra cui calcoli renali, mal di stomaco e lancinanti emicranie, nonostante ciò, scampò più di una volta alla morte. Aveva una voce dolce e particolare, ma spesso soffriva di mal di gola. Non mosse mai guerra senza una giusta motivazione, anzi si dimostrò sempre più incline alla diplomazia e alla pace che allo scontro. Ricevette tributi da Germani, Britanni, Sciti, Sarmati, Medi, Indiani e Parti, questi ultimi si piegarono al Principe per mezzo del re Fraate IV, il quale riconsegnò le insegne perdute durante la battaglia di Carre, scontro ove perse la vita il Triumviro Marco Licinio Crasso; inoltre cedette senza guerre l’Armenia e consegnò come ostaggi alla Dinastia Giulio-Claudia i suoi cinque figli. Similmente fece Erode detto il grande, il quale mandò a Roma due dei suoi figli, Alessandro e Aristobulo affinché si formassero alla corte Imperiale. Augusto, conoscendo la natura crudele e depravata del re di Giudea, non si meravigliò quando venne a sapere che questi aveva ucciso i due figli conosciuti quando erano giovinetti. Ambrogio Teodosio Macrobio, successivamente ripreso da Antonio Spinosa ci racconta di come Augusto commentò la notizia dell’uccisione dei due principi, esclamando con rammarico: “È meglio nascere porco che figlio di Erode”, alludendo alle leggi ebraiche che vietavano di mangiare carne di suino. Sotto Augusto ogni confine venne ampliato e numerosi regni indipendenti divennero tributari e clienti di Roma. Le aquilifere truppe si diramarono ovunque, dalla Germania, fino all’Africa, ove Elio Gallo, Prefetto d’Egitto, condusse una spedizione a cui partecipò lo storico Strabone; quest’ultimo ci narra nel “Geografia” delle imprese di Gallo alla testa un esercito composto da quattro legioni con scopi di conquista ed esplorazione, in territori che andavano oltre i confini del Sudan Nubiano e dell’Arabia Felix, fino all’attuale Yemen. La più grande sconfitta di Augusto fu senza dubbio quella di Teutoburgo del 9 p.e.v, ove perse tre legioni sotto il comando di Varo, anch’egli morto durante la vile imboscata; sempre Svetonio ci narra di un anziano Imperatore dalla barba e capelli lunghi aggirarsi per la casa sul Palatino, sbattendo la testa contro gli stipiti delle porte, ripetendo disperato: “Quintilio Varo, rendimi le mie legioni!”.

Fu un restauratore del Mos Maiorum, mal tollerava infatti essere venerato come un Dio e prescrisse il culto del suo Genio solo assieme a quello della Dea Roma, tuttavia in Asia fu venerato anche in vita come gli autocrati passati. Vietò a tutti di farsi chiamare Dominus e disprezzò gli orientalismi, il che è interessante perché ricevette iniziazioni a culti misterici, come quello di Cerere ad Atene; si complimentò persino con uno dei suoi nipoti e successori designati, Caio Cesare, quando esso, di passaggio in Palestina, si rifiutò di andare a pregare nel Tempio di Gerusalemme. Impose l’uso obbligatorio della toga nel foro, da cui deriva la famosa citazione dell’Eneide: “Ecco i Romani, signori del mondo e gente togata”. Essendo stato anche Censore, fu molto severo con i membri della sua famiglia, quali la figlia e la nipote, entrambe di nome Giulia, facendole esiliare per mancata pudicizia e per comportamenti sozzi ed esecrabili, nonostante ciò, era chiacchierata la sua passione nel deflorare giovani fanciulle che gli venivano procurate dall’ambiziosa moglie Livia Drusilla.

Grande conoscitore del greco, fu protettore delle arti assieme all’amico Mecenate novnhé autore di svariate opere. La più famosa di esse rimane ancora oggi il suo testamento, le Res Gestae Divi Augusti, un tempo poste su due tavole all’entrata del maestoso mausoleo che ancora oggi porta il suo nome. Sotto il suo principato Roma visse una sorta di seconda Età dell’Oro: la gran parte del legno e del laterizio venne sostituito dal marmo, la maggioranza degli edifici pubblici e religiosi vennero restaurati a sue spese e furono costruiti imponenti edifici come il Foro che porta il suo nome, il Tempio di Mars Ultor, il portico di Ottavia, numerosi archi di trionfo, il Mausoleo dinastico, l’Ara Pacis e il Pantheon, Tempio edificato da Agrippa avvolto ancora oggi nel mistero e ineguagliato nelle innovative forme sino alla costruzione, millecinquecento anni dopo, della cupola di Michelangelo.

Fu un capacissimo giocatore d’azzardo: note erano le partite a dadi che faceva con gli amici, non esitando a prestare loro sesterzi e a condonare le perdite, una dimostrazione di generosità che sperava potesse innalzarlo alla gloria del cielo, come confessò in una lettera a Tiberio. Aveva una passione per l’antiquariato e disdegnava il lusso, preferiva artefatti rari e antichi, soprattutto il vasellame corinzio, i marmi e gli oggetti preistorici. A Capri, infatti, nei suoi giardini e nelle stanze delle sue ville, usava mettere in mostra grandi ossa di bestie ignote, probabili resti di dinosauri e mammut. Amava andare a pesca con l’amo e giocare con pietruzze e gusci di noce, dall’altro canto disgustava perentoriamente i fenomeni da baraccone quali nani, deformi e sciancati, considerandoli malauguranti. Parco bevitore e mangiatore, si vantava di poter digiunare meglio di un ebreo durante lo shabbat. A differenza dei romani di età repubblicana, Augusto fu un superstizioso ed era particolarmente timoroso di Giove Tonante: durante la campagna Cantabrica un fulmine per poco non colpì la lettiga su cui si trovava, in compenso il lampo centrò in pieno un tedoforo. Aveva il terrore dei tuoni, infatti utilizzava una pelle di foca, a quel tempo conosciuta come vitello marino, come amuleto contro i fulmini. Teneva in gran conto i sogni, sia propri che degli altri e considerava l’aruspicina una divinazione assolutamente certa, capace di presagire perfettamente eventi sia di grande che quotidiana natura.

Molti sognarono di lui come di un eletto dagli Dei per governare il mondo, e in molti altri vaticinarono le sue vittorie in una moltitudine di riti. Cicerone raccontò a Cesare di aver sognato un giovane di gentile aspetto, calato innanzi alle porte del Campidoglio tramite una catena d’oro e di Giove che gli consegnava una frusta; quando si fermarono sul Campidoglio per un sacrificio, giunse Ottaviano, il quale era stato chiamato dal prozio e fu in quel momento che Cicerone disse di aver riconosciuto nel giovanotto lo stesso ragazzo che aveva sognato la notte prima. Tutti i suoi eredi, dal prediletto Marco Claudio Marcello, figlio della sorella Ottavia, fino ai nipoti, figli dell’adulterina Giulia, Caio Cesare, Lucio Cesare e Agrippa Postumo, morirono tutti prima del venerabile nonno. Il primo morì di malattia, ma si presume che la stessa Livia possa averlo avvelenato; i due gemelli morirono il primo per una ferita causata da uno scontro in Armenia, il secondo per una malattia, mentre il terzo venne liquidato per spianare definitivamente la strada a Tiberio, figlio di primo letto di Livia.

La morte dell’Imperatore venne presagita da eventi di natura misteriosa: uno di questi racconta di un fulmine che andò a cancellare la C di Cesare dall’iscrizione di una statua che lo rappresentava, questo evento portò molti a pensare che all’Imperatore mancassero solo cento giorni da vivere (C=100) e che sarebbe asceso agli Dei, poiché il rimanente nome Aesar in etrusco significa proprio Dio. Oramai vecchio e debilitato da un terribile flusso ventrale, dapprima andò a Capri, dopo tornando verso Roma, si fermò a Nola ove ascese. Nell’unico momento in cui gli mancò il senno si lamentò di quaranta giovani che lo stavano portando via. Convocati gli amici e i familiari che potevano raggiungerlo, chiese loro, se avesse recitato bene nella commedia della vita, aggiungendo poi, come ci riporta Svetonio, le celebri parole: “Or, se tutto vi piacque in questo scherzo, date un applauso, fate, orsù, gran chiasso!”. Congedatosi così, spirò a poco meno di settantasei anni, ottenendo l’augurata eutanasia. Presagio dei presagi, la sua salma venne trasportata fuori proprio da quaranta pretoriani. La sua generosità venne confermata dal testamento che vide elencata una enorme quantità di persone, doni ed elargizioni di vario genere, come i quaranta milioni di sesterzi destinati al popolo, tuttavia impedì alla nipote e alla figlia tanto bistrattate in vita, di poter essere inumate con lui nel Mausoleo. Durante la cremazione nel Campo Marzio, un cittadino di rango pretorio giurò di aver visto il suo spirito volare verso il cielo, mentre le sue spoglie venivano arse dalle alte fiamme.

Molto ancora ci sarebbe da riportare e trascrivere sulla vita del Padre della Patria, primo unificatore dell’Italia e illustre Pontefice Massimo della Traditio religiosa Romana. Né il tempo, né i cronisti d’ogni epoca e neppure delle pagine che siano di un libro o di un luogo virtuale potranno mai pienamente rappresentare la complessa e misteriosa natura di questo grande essere, una figura che ad alcuni sembra ricordare più un Dio che un Uomo.