di Marco Centanni

 Fra le tante bandiere che Lecce può sventolare con fierezza, una in particolare è quella di Carmelo Bene. Ma è una bandiera che sventola in direzione ostinata e contraria. Gilles Deleuze, filosofo francese fra i più importanti del XX secolo, considerò Bene come colui che vinse “la sfida del modale” in quanto il suo teatro venne considerato da ormai tutti i più importanti studiosi, “non un modo di fare teatro, ma un superamento dei modi”. Il nostro artista, infatti, provocò una “rivoluzione copernicana” nel mondo del teatro. Con lui, l’attore non è più tale, ovvero un soggetto che si immedesima in un ruolo recitando un testo, ma è l’Artefice che martorizza il testo in favore della scrittura di scena, che si esprime attraverso il linguaggio del dire e non del detto. È questo il teatro del dis-fare e non del fare. Ed è qui che Bene conia il neologismo “macchina attoriale” che individua la nuova figura del soggetto-attore dove nelle sue esibizioni i veri protagonisti sono il linguaggio, la gestualità, i mutamenti della voce, la sua vibrazione e musicalità, l’intensità delle emozioni che trasudano dal volto.

Fu questo che volle manifestare senza la pretesa di insegnare qualcosa. In una memorabile puntata del Maurizio Costanzo show, a chi fece notare l’astrusità delle sue rappresentazioni teatrali, Bene rispose semplicemente: “Il teatro non deve spiegare né far capire niente, perché nella vita non c’è nulla da capire”. “Ma attenzione – proseguiva mettendo in guardia i più superficiali – che il non capire non è una prerogativa degli scemi, non è il privilegio dell’idiota, è l’abbandono ovvero smarrirsi”. Lo spettatore, a teatro, doveva semplicemente abbandonarsi all’ascolto. Carmelo Bene ha radici salentine: nacque a Campi Salentina e trascorse la giovinezza a Lecce fino a che non terminò le scuole. I suoi genitori erano originari di Santa Cesarea Terme e qui venne ambientato il suo più grande capolavoro: Nostra signora dei turchi. Un’opera introspettiva dell’animo umano che scatenò grandi elogi e feroci contestazioni. Insomma, lasciò il segno. Sullo sfondo del magico palazzo moresco, in un vortice di terra e polvere, mare e luce, lo spettatore si lascia trasportare dalla sua voce narrante che sembra la voce interiore di ognuno di noi.

È il “Sud del Sud”, una barca in mezzo al mare. Eternamente martoriato, saccheggiato, colonizzato, ma al tempo stesso fiero della sua identità. Come in tutte le opere beniane, anche Nostra signora dei turchi non trasmette alcun messaggio morale né religioso. Essa non fa altro che svelarci il nostro intimo deserto. Così Giancarlo Dotto, per lungo tempo assistente alla regia di Carmelo Bene, lo ricorda dopo la sua morte: “Non è solo l’amico che manca, ma quella voce, chissà dov’è andata, quella voce che ci dava calma e forza, quella voce che dà la nostalgia di tutto ciò che abbiamo perduto senza avere mai avuto”.