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Riguardo un simile personaggio, così discusso nei molti secoli successivi al suo regno, sarebbe limitante dedicarsi alla visione dei soli testi di Svetonio e Cassio Dione, i quali, pur essendo dichiaratamente partigiani dell’aristocrazia senatoria, qualche seme di comprensione del caso storico in questione, lo piantano. Non bisogna però affidarsi completamente ai ben noti due: Tacito, Filone d’Alessandria, Seneca, Flavio Giuseppe ed Eutropio, sono altre fonti a cui ci si può affidare, tuttavia neanche gli storici moderni più acuti quali il nostro Spinosa o Grant, sono poi riusciti a conciliare sommamente le varie teorie e opinioni su Caligola. Persino la pellicola firmata Brass, Guccione, Lui ci mostrò un Caligola svetoniano e cinematograficamente fantasioso e stralunato, d’altro canto l’interpretazione di Malcolm McDowell non poteva camminare su diversi binari. Il piccolo Gaio nacque probabilmente ad Anzio, secondo gli atti ufficiali raccolti da Svetonio. Secondo Plinio il Vecchio invece sarebbe nato ad Ambitarvio, nei pressi di Treviri in Germania, mentre Getulico, prezzolato secondo Svetonio, ci parla di Tivoli. Una voce popolare più di altre già ammantò Caligola di predestinazione:

“Nato nel campo, allevato dai soldati del padre, questo augurio già lo designava principe!”

Tema principale del celebre film del 1979 “Caligola” con Malcolm McDowell, Peter O’Toole ed Helen Mirren. La pellicola, molto discussa per le sue scene crude, ancora oggi viene considerata una perla del cult, pur essendo spesso vietata e sconsigliata. La colonna sonora, composta da Bruno Nicolai sotto lo pseudonimo di Paul Clemente, non solo contiene tracce originali di gran pregio, ma intreccia anche le creazioni di altri maestri. Sono riconoscibili infatti sezioni composte da Aram Khachaturian per “Spartacus” e parti dal balletto “Romeo e Giulietta” di Sergei Prokofiev

Senza considerare le leggende, siamo invece certi dell’anno di nascita identificabile nel 12 p.e.v. due anni prima della morte del Divo Augusto. Figlio di Germanico e di Agrippina maggiore, da parte di padre discendeva da Druso maggiore, fratello di Tiberio e chiacchierato figlio di Livia Drusilla – pare infatti che l’avesse avuto con Ottaviano anziché con il precedente marito – mentre da parte di madre discendeva direttamente da Augusto, poiché Antonia minore era figlia di Ottavia, sorella del primo principe e di Marco Antonio, l’antico rivale molto amato e particolarmente apprezzato dallo stesso Caligola. La nobile coppia, amatissima dal popolo e dalle più alte sfere d’influenza della società romana sia urbana che provinciale, ebbe in toto nove figli, di cui tre morti in tenera età, sei invece sopravvissero alla fanciullezza. Tre maschi e tre femmine: Nerone e Druso – morti per le macchinazioni congiunte di Tiberio e Seiano – Gaio appunto e poi Agrippina minore, Drusilla e Claudia Livilla. Agrippina ebbe parziale fortuna – se consideriamo il matricidio ad opera di Nerone come tale – a differenza delle due sorelle, la seconda morta di febbre a vent’anni e la terza morta di fame in esilio a Ventotene, in seguito ad una congiura ordita da Messalina, moglie di Claudio.

Nota è la difficoltà di ogni neofita lettore o anche appassionato nel raccapezzarsi fra le varie parentele della gente Giulio-Claudia, tuttavia nel caso di Caligola ci ritroviamo ad analizzare un momento, o meglio ancora una serie di generazioni di questa ampia famiglia particolarmente ben voluta e ordinatamente schematizzabile. Ci viene in aiuto il favoloso mondo della glittica: tramite il Gran Cammeo di Francia infatti, riusciamo ancor meglio a districarci fra le numerose liane di questa fitta giungla dinastica. Germanico ed Agrippina rappresentavano la coppia modello dell’epoca: di bell’aspetto, prodighi verso lo Stato e colmi d’ogni possibile virtù. Proprio per via di queste qualità, furono invidiati dal potente prefetto del pretorio Seiano e temuti da Tiberio e pertanto perseguitati. Caligola, nonostante la presunta e totale follia futura, al momento dell’ascesa al trono, ben si ricorderà di ciò che lui e i suoi familiari più stretti subirono. Germanico morì in Siria nel 19 e i suoi due figli maggiori vennero liquidati tutti entro il 33 – al contempo Druso minore, figlio di Tiberio, era già stato fatto fuori da Seiano, infrangendo in qualche modo le tacite speranze di successione del sempre più malinconico principe – dunque, la lista degli eredi al trono si era sempre più assottigliata. Il piccolo Gaio, spesso al centro delle lettere e delle attenzioni del moribondo Augusto, fin dalla più giovane età era sempre vissuto fra gli accampamenti legionari e i boschi gallico-germanici e proprio qui, le truppe che tanto lo amavano, gli diedero il soprannome di “Caligula” ovvero stivaletto.

Fu la sua presenza a calmare le truppe stanziate sul Reno alla morte di Augusto e furono le incredibili doti di comandante militare e uomo politico del padre a trasformarlo in beniamino di intere legioni prima e di masse popolari poi. In seguito alla morte in esilio della madre a Ventotene nel 33, Gaio fu dapprima affidato alla bisavola Livia Drusilla nella domus sul Palatino e poi alla nonna Antonia minore. Questo periodo segnerà non solo un momento di apertura al mondo ellenistico, ma indurirà al contempo la scorza di Caligola, rendendo il ragazzo apparentemente impermeabile al dolore per lo sgretolamento della sua famiglia. Sopportava con immensa dissimulazione le disgrazie che si abbattevano su di lui e sui suoi consanguinei, in primo luogo per rispetto nei confronti di Tiberio e in seconda battuta per i membri del consiglio ristretto del principe, sempre avvezzi al punzecchiarlo nella speranza di testimoniare qualche sua lagnanza. Seiano si stava avviando al tramonto e Caligola, sempre più nelle grazie di un realista quanto anziano Tiberio, già preparava una qual sorta di vendetta. Il vecchio principe, conscio della singolare indole di Caligola, ebbe a dire di lui:

“Gaio vive per la propria rovina e per quella di tutti gli altri: io sto allevando in lui una serpe per il popolo e un Fetonte per l’universo”

I due padri di Caligola: a sinistra Germanico, la gloria delle legioni e la gioia del popolo, padre naturale di Gaio. A destra Tiberio, l'introverso ed anziano principe mal visto sia dal Senato che dal popolo, padre adottivo di Caligola.

I due padri di Caligola: a sinistra Germanico, la gloria delle legioni e la gioia del popolo, padre naturale di Gaio. A destra Tiberio, l’introverso ed anziano principe mal visto sia dal Senato che dal popolo, padre adottivo di Caligola

Difficile poter credere ad una simile affermazione, visto che al contempo, lodato per il suo spirito pio e tradizionalista, Gaio veniva reso Augure al posto del fratello defunto Druso e poi Pontefice. Tuttavia, già si menzionava un Caligola sadico, torturatore e amante oltre ogni modo del teatro e della lussuria carnale d’ogni tendenza. Gaio ebbe quattro mogli: la nobile Giunia Claudia, morta di parto nel 36, Livia Orestilla, ripudiata nel 38, Lollia Paolina, ripudiata nel 39 poiché sterile e interdetta dall’avere altri uomini e Milonia Cesonia, da cui ebbe l’unica figlia Giulia, chiamata così in onore dell’amatissima sorella defunta. Fu proprio nel periodo fra il primo e il secondo matrimonio che Caligola ebbe una relazione con la moglie del nuovo prefetto del pretorio Macrone, Ennia Nevia, la quale assicurò al giovane in odore di successione i favori e le grazie del marito, suo futuro alleato, amico e poi vittima. Secondo Svetonio, Caligola già intenzionato a vendicare i suoi familiari morti per ultima mano di Tiberio, dapprima tentò il pugnalamento, desistendo per pietà filiale, ma alla fine lo fece avvelenare e poi soffocare, sottraendo al corpo agonizzante l’anello con il sigillo imperiale. Senza dubbio Macrone appoggiò apertamente Caligola, tuttavia la storia dell’avvelenamento e soffocamento ricorda molto più una leggenda popolare.

Al momento della salita al potere, Caligola si comportò da perfetto figlio adottivo e fu d’esempio per tutto un popolo che, se da una parte ingiuriava la salma di Tiberio di ritorno da Capri, dall’altra accoglieva il lutto del nuovo principe con affetto e adorazione: durante il viaggio per Roma la folla lo chiamava “pupo”, “stella” e ancora “pulcino” o “bambino”. Arrivato nell’Urbe, con le lacrime agli occhi innanzi a tutto il Senato riunito nella Curia assieme al popolo, lesse l’elogio funebre del precedente imperatore, dando segno di voler rispettare le sue volontà testamentarie, nonostante l’avversione sia della plebe che dell’aristocrazia. Tiberio gemello, nipote adolescente di Tiberio poiché figlio di Druso minore e Claudia Livilla – chiacchierata amante di Seiano – già coerede, fu estromesso dalla successione per volere del Senato, tuttavia, fu inaspettatamente scelto come successore da Caligola con il titolo di princeps iuventutis. Assicuratosi il potere e nei fatti riabilitata completamente la figura del padre ai danni del precedente ed odiato principe, il ventiseienne Caligola si dimostrò nel primo periodo di regno un principe accorto ma soprattutto amato oltre ogni misura. Tutto il mondo romano era festante: in tre mesi furono sacrificate agli Dei centosessantamila vittime e persino il re dei Parti Artabano, disprezzatore di Tiberio, non appena venne a sapere dell’elezione di Gaio si scapicollò oltre l’Eufrate per rendere omaggio alle insegne, alle immagini dei divi e per offrire la sua amicizia al principe tramite il legato consolare.

Sesterzio coniato fra il 37 e il 38 dalla zecca di Roma raffigurante sul dritto il busto drappeggiato di Agrippina maggiore, madre di Caligola e sul rovescio un carpentum finemente decorato - carro decorato per donne di alto lignaggio o vestali - trainato da due muli

Sesterzio coniato fra il 37 e il 38 dalla zecca di Roma raffigurante sul dritto il busto drappeggiato di Agrippina maggiore, madre di Caligola e sul rovescio un carpentum finemente decorato – carro decorato per donne di alto lignaggio o vestali – trainato da due muli

Prima di tutto i doveri verso la famiglia: recuperò personalmente tutte le salme dei suoi parenti esiliati fra Ventotene e Ponza, risalì da Ostia il Tevere e con grandi onori pose le loro ceneri all’interno del Mausoleo fatto costruire dal Divo Augusto. Istituiti giochi commemorativi per la madre, rinominò il mese di settembre in “Germanico” e subito dopo associò al consolato suo zio Claudio. In questo stesso periodo, fu promotore di grandi donativi al popolo, indennizzò molti di coloro che persero la casa per via di incendi e inoltre, si dimostrò un accanito avversario dei delatori e delle malelingue. Amnistiò tutti i condannati e i relegati sotto Tiberio ed estese la grazia a tutti coloro che stavano in quei tempi subendo un processo. Ordinò la ripubblicazione di testi ritenuti proibiti come quelli di Tito Labieno, Cassio Severo e Cremuzio Cordo, inoltre rese nuovamente pubblici i bilanci economici dell’impero, occultati da Tiberio. Dedito al diritto, aggiunse una quinta decuria alle quattro esistenti e rivitalizzò il sistema del voto popolare tramite i comizi. Per ben due volte donò alla plebe trecento sesterzi a testa e sempre per due volte offrì un sontuoso banchetto per senatori e cavalieri.

In occasione del secondo banchetto, fece persino distribuire abiti da passeggio agli uomini e delle frange purpuree per le donne e i bambini. Grande amante del teatro e dei giochi circensi gladiatorii, ne fece allestire di ogni sorta e con ogni tipo di attrazione, dai pugili campani fino alle belve africane più esotiche. Per presumibilmente emulare Serse, o molto più probabilmente per mandare un chiaro messaggio alle tribù germaniche e britanniche oltre il Reno e la Manica, congiunse il molo di Pozzuoli a Baia con un lunghissimo ponte di barche da carico, per poi attraversarlo per intero a cavallo. Nei suoi viaggi per l’Impero fra Lione e Siracusa, promosse un programma edilizio serrato, che vide oltretutto concretizzarsi la futuristica idea di poter tagliare l’Istmo di Corinto. Convinto amante dell’ellenismo, viaggiò anche in Asia e in Egitto, facendo tappa ad Alessandria.

Con l’andare dei mesi però, qualcosa nel carattere del principe mutava: l’indole eccentrica e già estremamente provocatoria si irrobustì trasformandosi in una spregiudicata e inaudita tracotanza. Persino gli storici antichi si sorpresero di questo incredibile ribaltamento. Certo, Caligola come molti nobili dell’epoca era affascinato dall’esotismo e dal mondo orientale, tuttavia egli fu il primo romano a farsi adorare e venerare come una divinità in terra, contravvenendo ad ogni costume e senso logico patrio. Verso le fine dei suoi giorni, volle portare a Roma i simulacri greci e delfici – lo Zeus di Fidia sopra tutti – per sostituire la loro testa con la sua. Parlava assiduamente con Giove ed altre divinità, non differendo molto da come facevano altri personaggi ben più stimati di lui, Scipione l’Africano in testa. Dopo una febbre che lo costrinse lontano dalla corte e che richiamò l’attenzione di tutte le preghiere e le speranze del popolo, la sua follia si inasprì violentemente e quello che sembrava essere un principe senza dubbio bizzarro, ma lungimirante, si tramutò definitivamente in un mostro. Alla morte della sorella prediletta Drusilla – pare che fosse sua amante assieme alle altre due meno favorite – impazzì completamente e ordinò un lutto generale: era proibito lavarsi, ridere e mangiare con amici e parenti.

Busto loricato di Caligola con corona civica, custodito presso la Gliptoteca di Copenhagen

Busto loricato di Caligola con corona civica, custodito presso la Gliptoteca NY Carlsberg di Copenhagen

Esercitò molteplici soprusi su donne sposate e dimostrò un carattere particolarmente turpe. Arrivò persino a lodare la figlioletta Giulia Drusilla avuta con la spericolata Milonia Cesonia, nel momento in cui la bambina, mentre giocava con dei coetanei, si avventò sui malcapitati nel tentativo di graffiarli e strappare loro gli occhi dalle orbite. Fece uccidere Tolomeo di Mauretania, suo cugino da parte materna, perché si mostrò al popolo con un mantello più bello del suo. Oggi gli storici pensano che questa uccisione servì più per inglobare il regno ellenistico sopracitato, evento che causò un paio di ribellioni protrattesi fino a Claudio. Con altri suoi vecchi amici di infanzia, conosciuti come ostaggi a casa della nonna Antonia, si dimostrò alle volte magnanimo e comprensivo, altre instabile ed inclemente. Molti dei sovrani dei domini orientali assoggettati da Roma, a quel tempo viventi, lo avevano conosciuto personalmente.

Disonorò e insultò i senatori, accusandoli di aver coadiuvato più volte Seiano – parziale sterminatore della sua famiglia – chiamandoli delatori di sua madre e dei suoi fratelli, nonché clienti di coloro che più odiavano suo padre, ma allo stesso tempo, disprezzò molto anche il popolo e i cavalieri, da lui considerati indecente, fedeli solo all’arena e al teatro. Senza dubbio Caligola provava una forte avversione per l’aristocrazia senatoria, mai stata capace e forse volenterosa di difendere i suoi genitori, ai tempi considerati i più dignitosi romani mai esistiti, ciononostante, possiamo anche ipotizzare che il suo censo ed alcuni disturbi comportamentali, lo condussero ad una graduale misantropia sociopatica, pronta per abbattersi sulla plebe. Poiché il bestiame da dare in pasto alle fiere costava troppo decise di ricorrere ai prigionieri comuni, utilizzando un metodo di selezione a dir poco spaventoso, secondo quanto ci tramanda Svetonio. Dal centro di un peristilio, osservava i carcerati e così li indicava:

“Da quel calvo a quell’altro calvo lì in fondo!”

E ancora marchiò a fuoco e fece uccidere molte famiglie di alto rango, costringendo talvolta i genitori delle vittime ad osservare i supplizi che venivano inflitti ai loro cari. Un giorno uno degli esiliati da Tiberio, ritornato dopo l’amnistia, ringraziò Caligola raccontandogli di quanto avesse pregato gli Dei affinché il vecchio imperatore morisse per poi lasciare il trono al vivente principe; sentito ciò, Caligola temendo che anche coloro che nel frattempo aveva esiliato potessero magicamente far avverare le loro macabre preghiere, diede l’ordine di sterminarli tutti. Curioso invece è ciò che fece al suo successore designato Tiberio Gemello. Temendo che potesse spodestarlo, lo fece avvelenare, tuttavia Gemello si era premunito con un antidoto e il suo fiato aveva tradito la “difesa da qualsiasi malore” che aveva qualche tempo prima ingurgitato. Appurato ciò, Caligola si avventò sul principe della gioventù esclamando:

“Non c’è difesa contro Cesare”

Quasi si stesse paragonando egli stesso ad un veleno, poi lo fece giustiziare per via delle insistenze dell’erede sulla completa associazione al potere. Nonostante ciò, si dimostrò pio facendolo seppellire all’interno del Mausoleo di Augusto. Già comunque riusciamo, almeno superficialmente, a comprendere qual è la sottile linea fra esagerazione e verità storica. Caligola si crucciò del fatto che durante il suo regno non vi fossero né catastrofi né guerre; Augusto ebbe Varo, Tiberio il crollo dell’anfiteatro di Fidene, mentre Gaio sarebbe stato ricordato come sovrano di un regno fin troppo placido e prospero: paradossalmente Caligola stesso fu a modo suo, catastrofe per uno Stato ed una intera famiglia. Nonostante l’associazione al consolato, denigrò e sbeffeggiò pubblicamente suo zio Claudio – già zoppo, anziano e tendente allo sbavare e al balbettare – in compenso, fu Caligola stesso a farlo poi sposare con Messalina.

Sesterzio coniato fra il 37 e il 38 dalla zecca di Roma, raffigurante sul dritto Caligola e la titolatura imperiale, sul rovescio, all'interno di una corona civica, troviamo altri meriti dell'imperatore, quali "Padre della Patria" e "Per aver salvato i Cittadini", a ciò specificatamente, è stata utilizzata la corona di quercia

Sesterzio coniato fra il 37 e il 38 dalla zecca di Roma, raffigurante sul dritto Caligola e la nomenclatura imperiale, sul rovescio, all’interno di una corona civica, troviamo altri titoli dell’imperatore, quali “Padre della Patria” e “Per aver salvato i Cittadini”, per via di ciò specificatamente, è stata utilizzata la corona di quercia

In campo economico, se dapprima si dimostrò generoso nelle elargizioni e pronto a spendere danari per pubbliche infrastrutture – innalzò grandi dighe, costruì bagni pubblici e restaurò molti edifici – successivamente sperperò molte delle ricchezze delle casse statali in lussuosissimi banchetti con pietanze cosparse d’oro e perle marine sciolte all’interno di bevande acetose. Secondo Svetonio – in questo caso difficilmente credibile – in poco meno di un anno di regno, consumò l’intero patrimonio messo da parte da Tiberio, pari a due miliardi e settecento milioni di sesterzi. Tale cifra non può esser stata spesa tutta, tuttavia una buona parte venne sicuramente corrosa in sfarzi non necessari. Fece costruire grandi “navi da crociera” dotate di portici, giardini, templi e altro ancora – famose rimangono le due mastodontiche imbarcazioni del lago di Nemi, adibite anche ai culti di Iside e Diana – inoltre obbligò molti, in modo più o meno velato, a farsi annoverare tra gli eredi testamentari.

Istituì tasse odiosissime su ogni ceto, attirandosi così in ultima battuta, anche le più furibonde inimicizie della plebe e dei cavalieri. Dai giudici, fino ai facchini e alle prostitute, ogni attività era sottoposta ad una tassazione, mirante al rimpolpare le sfinite casse pubbliche. Caligola, secondo le dicerie più assurde, arrivò persino a vendere i liberti e gli arredamenti del Palatino ad alcuni provinciali in Gallia, mentre fra il popolo, sempre più adirato per le troppe e confuse imposte, si solidificò il disprezzo verso quel ragazzo una volta così ben voluto. E mentre da un lato non disdegnava sempre più farsi onorare come divinità, pur equiparandosi nei fatti ad un nullatenente bisognoso d’elemosina, inglobò nottetempo enormi quantità di monete in oro e argento in una stanza. Nei momenti di solitudine poi, amava chiudersi in questo luogo chiuso, per strofinarsi e rotolarsi sopra le ingenti quantità di aurei e denari.

Ricostruzione policroma di una statua togata di Caligola. i pigmenti rimasti nel marmo, ci permettono di capire quale colore fosse stato usato, ma non la sua precisa tonalità. Per una immagine ufficiale, Caligola doveva essere rappresentato con indosso le vesti tradizionali romane: laticlavio sotto e toga picta sopra.

Ricostruzione policroma di una statua togata di Caligola. i pigmenti rimasti nel marmo, ci permettono di capire quale colore fosse stato usato, ma non la sua precisa tonalità. Per una immagine ufficiale, Caligola doveva essere rappresentato con indosso le vesti tradizionali romane: laticlavio sotto e toga picta sopra

In politica estera seppe mantenere un certo ordine ed ampliò modestamente i confini dell’Impero, nonostante alcuni racconti che hanno dell’assurdo. Famosa rimane la campagna in Germania e nella Gallia Belgica, ove si recò per rinnovare la sua guardia personale composta da batavi. In questo frangente diede il famoso quanto discusso ordine di mettersi a raccogliere conchiglie sulle coste innanzi alla Britannia. Ancora oggi gli storici non sanno come interpretare esattamente questo gesto, forse più provocatorio che altro. A fine operazione poi, ordinò la costruzione di una torre, con le stesse fattezze e funzioni del prodigio alessandrino sito sull’isola di Faro. Avendo già ricevuto gli onori e l’amicizia di Adminio, figlio del re dei britanni Cinobellino, si convinse di aver conquistato tutta l’isola e ordinò al Senato di concedergli un trionfo, ma spendendo poco, essi infatti dovevano aver cura dei risparmi pubblici – altra evidente provocazione con riferimento alle sue spese incontrollate –. Da qui in avanti, mancheranno quattro mesi al suo decesso e già, in uno sprazzo di lucidità, Caligola si rese conto che il Senato, nonostante le false lusinghe, era oramai intenzionato a farlo fuori; ciò provocò, a quanto ci viene narrato, un ulteriore bagno di sangue.

Già dagli inizi del suo regno, Caligola aveva lucidamente preso coscienza di quella malattia che lo attanagliava e arrivò persino ad accarezzare l’idea di lasciare il potere per dedicarsi completamente alla cura del suo cervello. Oggi gli storici tendono a credere che la maggior parte delle allucinazioni, dei comportamenti insani ed efferati del principe, potessero essere dovuti a patologie, persino genetiche. Sappiamo che beveva vino edulcorato in botti di piombo – possibile causa di saturnismo – o ancora, si dice che impazzì dopo aver assunto un filtro amoroso offertogli dalla moglie Cesonia, oppure ci si riferisce ad alcune malattie che aveva già dall’infanzia come l’epilessia e un possibile ipertiroidismo. Caligola dunque non è solo vittima di atrocità storiche inaudite e già citate, ma è anche quello che oggi definiremmo un poveretto sciagurato, devastato da molteplici mali fisici e mentali.

Era alto e imponente, dotato di fronte larga, gambe e collo erano molto gracili, la pelle aveva un colorito scuro, i capelli erano radi, soprattutto all’apice della testa, tuttavia era irsuto sul resto del corpo, mentre il volto era molto tetro. Secondo alcune fonti, si divertiva a mettere a punto nuove espressioni paurose ed orripilanti atte a spaventare i suoi interlocutori. I ritratti di Caligola pervenutici in parziale policromia, ci permettono oggi di sapere che aveva una colorazione decisamente bruna e castana. Molte inoltre sono le scuole di rappresentazione e idealizzazione artistica che hanno preso – verrebbe da dire obbligatoriamente – Caligola come soggetto principale. Nonostante gli ovvi epiloghi, molti infatti sono i busti marmorei e bronzei arrivati fino a noi, vasta è anche la collezione numismatica, a volte persino più realistica del consueto ritratto celebrativo.

Raffigurazione artistica di come doveva apparire una delle due navi ritrovate a Nemi, durante delle ricerche effettuate fra il 1922 e il 1938. Durante la guerra, molti dei reperti lignei andarono distrutti, tuttavia i dati rimastici hanno confermato quella che poteva apparire come una leggenda popolare: Le grandi navi/isole di Caligola esistevano.

Raffigurazione artistica di come doveva apparire una delle due navi ritrovate a Nemi, durante delle ricerche effettuate fra il 1922 e il 1938. Durante la guerra, molti dei reperti lignei andarono distrutti, tuttavia i dati rimastici hanno confermato quella che poteva apparire come una leggenda popolare: Le grandi navi/isole di Caligola esistevano

Si definiva insolente e nonostante fosse divenuto tracotante verso gli Dei e quasi incurante della religione tradizionale romana – si credeva un novello Helios – ancora aveva paura dei temporali, dei fulmini e dei tuoni. Amava oltre ogni modo lo sfarzo e dopo il definitivo cambio di personalità, non si attenne mai più né alla decenza né al costume degli avi. Si travestiva da Giove, Mercurio o persino Venere e non indossava mai abiti romani, bensì tuniche di seta ricamate alla greca, sandali all’orientale e talvolta dalla foggia femminile. Svetonio – in modo del tutto non confermato – ci narra di come Caligola avesse persino preso la corazza di Alessandro Magno dalla sua tomba e usasse talvolta mostrarsi in pubblico con quella indosso. Disprezzava molti dei letterati latini e pur non essendo un grande amante dello studio, tuttavia fu un grande oratore e maestro di eloquenza, essendo in lui riscontrabili sia una meravigliosa prontezza di parola, sia un sempre fulgido livore verso i soggetti dei suoi discorsi.

Grande passione nutrì per le corse, arrivando a parteggiare platealmente per la fazione verde. Arricchì e coprì di onore il famosissimo cavallo Incitato, il quale aveva persino una mangiatoia d’avorio, una stalla di marmo, una villa ed uno stuolo di schiavi a sua disposizione. Ad oggi non è possibile confermare la storia del cavallo nominato senatore, tuttavia, anche se questo evento avesse mai avuto luogo, possiamo annoverarlo fra le oramai lampanti provocazioni di Caligola nei confronti di una assemblea di cui non aveva alcun rispetto, per motivazioni anche in parte comprensibili. Nella sua logica, persino un cavallo poteva svolgere meglio il mestiere – sostanzialmente inutile – di un senatore a vita. Secondo alcune fonti, vi furono dei prodigi che segnarono l’arrivo della sua fine. Per gli ebrei, il tentativo di far porre una sua statua colossale all’interno del Tempio di Gerusalemme condusse Elohim a maledirlo, mentre la famosa statua crisoelefantina di Zeus ad Olimpia, si mise a ridere nel momento in cui gli incaricati di prenderla e portarla a Roma si apprestarono a tale mansione. Il suo astrologo di fiducia gli predisse una morte vicina ed il giorno prima della dipartita sognò di ritrovarsi accanto al trono di Giove, ma questo, con un sol colpo di alluce, lo fece schiantare sulla terra.

Dettaglio di una statua di Claudio nelle vesti di Giove, custodita presso i Musei Vaticani. Il colto zio di Caligola, tenuto fin da sempre lontano dalla corte per la sua inadeguatezza, si rivelò poi uno dei migliori principi di sempre, sia in ambito economico-amministrativo sia militare.

Dettaglio di una statua di Claudio nelle vesti di Giove, custodita presso i Musei Vaticani. Il colto zio di Caligola, tenuto fin da piccolo lontano dalla corte per la sua inadeguatezza, si rivelò poi uno dei migliori principi di sempre, sia in ambito economico-amministrativo sia militare

Fu verso mezzodì del 24 gennaio del 41 p.e.v., mentre attraversava un corridoio con giardino in una sezione presumibilmente fra il Circo Massimo e il Palatino, che trovò la morte, ucciso per mano di tribuno della guardia pretoriana, Cassio Cherea – oggetto di numerosi sfottò del principe – assieme all’appoggio di molte frange senatoriali ed equestri. Nonostante il generale benessere, lo strapotere, le angherie e le stravaganze del principe non poterono più essere tollerate né dal denigrato Senato, né dai pretoriani, sempre più smaniosi di potere. Dopo un forte ed improvviso colpo di spada alla mascella – o secondo altri alla nuca – Caligola, conscio di non essere ancora morto, nell’estremo atto provocatorio, chiamò a lui tutti gli altri congiurati, i quali lo trafissero per circa trenta volte con delle lance, anche nelle parti intime. Visse ventinove anni e fu imperatore per tre anni, dieci mesi e otto giorni. Milonia Cesonia fu uccisa anch’essa poco dopo, mentre la figlioletta Giulia Drusilla, venne presa e scaraventata con immane violenza contro un muro. Il caos che ne susseguì dopo ebbe vita breve: la guardia germanica fu quasi sciolta dopo aver ucciso senatori estranei ai fatti, mentre il successore inatteso di Caligola, optato dalla guardia pretoriana stessa, fu proprio il tanto sberleffato cinquantenne Claudio, ritrovato impaurito dietro ad una tenda. Sorprende ma non troppo ricordare di come, assunto il pieno potere, Claudio fece da una parte uccidere tutti i congiurati che avevano assassinato il nipote e dall’altra, seppellì la salma del nipote all’interno del Mausoleo di Augusto, pur non facendo evitare l’assoluta damnatio memoriae da parte dello Stato.

Il giardino porticato ove fu ucciso Caligola rimase, secondo la leggenda, invaso da spettri fino alla sua distruzione durante un incendio, quanto al futuro dell’Impero, Claudio riuscì a mantenere in salute e a rivitalizzare le antiche istituzioni e la gens che, di lì a poco più di un ventennio, avrebbe passato il testimone eburneo ad altre dinastie. La tragica storia di Caligola non è molto diversa da quella di altri personaggi moderni o contemporanei meno noti: un giovane nobile rimasto orfano di madre e padre, staccato dai fratelli anch’essi uccisi per invidie e livori, quasi sicuramente malato nel corpo e nello spirito, non poteva e non doveva prendere in alcun modo le redini dell’Impero a quel tempo più potente al mondo. Gaio Cesare Caligola oggi, senza considerare le sue passioni autocratiche e il gusto orientaleggiante, può essere a buon titolo considerato come uno dei casi umani più singolari e assieme più enigmatici della storia. Facile giudicare da esterni con fonti e dati storici incerti alla mano, ma come ci saremmo approcciati noi ad una simile esistenza? Una grande risata, tipica di Caligola durante uno dei suoi circensi simposi, avrebbe impiegato poco a sommergerci in quello stesso mesto dolore che con tutta probabilità, egli stesso aveva reso suo compagno di vita, fino alla fine.