Attila József nasce l’11 aprile del 1905 nella borgata operaia di Ferencváros a Budapest. Il padre, operaio in un saponificio, abbandona la famiglia quando Attila ha 3 anni: i familiari credono si sia allontanato per cercare fortuna in America, pur essendo probabilmente ritornato in Transilvania. La madre, che si guadagna da vivere facendo pulizie e lavando panni, è costretta a mantenere i tre figli in condizioni di estrema indigenza. Attila e la sorella minore, Etelka, vengono affidati a due genitori adottivi, contadini nel villaggio di Öcsöd. A questo periodo Attila farà risalire, molti anni dopo, il suo interesse per la letteratura, interpretata come un mezzo per demistificare false verità etero-imposte e una via privilegiata per riaffermare la propria individualità. I genitori adottivi sono convinti che il nome Attila non esista e decidono di appellare il piccolo col nome di Pista, diminutivo di István; sul libro della terza classe, il piccolo Attila trova però narrate le gesta del re unno e se ne appassiona:

“La scoperta delle fiabe sul re Attila, credo, ebbe una parte decisiva sulle mie mire da allora in poi; in ultima istanza fu forse quest’esperienza vissuta a condurmi alla letteratura, a trasformarmi in pensatore, cioè in un uomo che ascolta l’opinione degli altri, ma la sottopone in sé a una revisione; in un uomo che risponde al nome di Pista finché non viene provato quello che pensa lui: che si chiama Attila” (Curriculum vitae)

Károly Patkó, Le lavandaie

Károly Patkó, Le lavandaie

Nel 1912 fratello e sorella ritornano alla vita di povertà e privazioni di Budapest, per un periodo vengono accolti in orfanotrofio. A 43 anni la madre muore ed Attila si trasferisce presso la sorella maggiore, Jolan, la quale aveva sposato un ricco avvocato, Ödön Makai, che diventa il tutore del ragazzo. La figura della madre sarà una costante della produzione józsefiana e accompagnerà l’evoluzione artistica del poeta. In “Mamma”, componimento che si guadagnò l’entusiastica lode di Benedetto Croce, Attila ricorda le sue bizze puerili quando la madre saliva in soffitta col cesto in grembo per stendere i panni. Nella memoria la figura materna subisce una metamorfosi, una sorta di catasterismo. La poesia descrive l’assunzione in cielo non di eroi o regine, ma di un’umile lavandaia:

“I panni lucenti frusciavano

in alto volavano vivi.

Non piangerei, ma è tardi ormai.

Ora la vedo bene, alta e grande;

leva i capelli grigi nell’aria

scioglie il candeggio nell’acqua del cielo”

La trasfigurazione fa della madre quasi una mesta Madonna; d’altra parte, questa rimane, quasi come un dannato nell’Inferno dantesco, fissata in eterno nell’atto compiuto durante il suo faticoso lavoro. Improntata alla protesta sociale è, invece, “Mia madre”. Anche qui Attila si abbandona ai ricordi d’infanzia: la madre che regge una tazza e sorride, lei che riporta a casa, dalle “Eccellenze” dove lavorava, un pentolino con un po’ di minestra per i figli. L’affamato poeta pensava allora con rabbia “ai ricchi che ne possono mangiare a pentole piene“. Lancia il suo grido:

“La vedo, ferma col ferro da stiro.

Il suo fisico fragile l’ha spezzato

il Capitale, divenne sempre più sottile –

pensateci proletari!”

Attila, Etelka e la madre nel 1919

Attila, Etelka e la madre nel 1919

Nel 1920 Attila si trasferisce a Makó e completa con eccellenti risultati il liceo cittadino. Nel 1924 si iscrive all’Università di Szeged e studia letteratura ungherese e filosofia. Dopo una dura reprimenda da parte del professore di linguistica ungherese, Horger, il quale minaccia di negare il titolo accademico ad Attila per i toni usati nella poesia “Con cuore puro“, questi decide di lasciare l’Università e si trasferisce a Vienna. Nella poesia “Con cuore puro” nel ribellismo anarchico da angry young man leggiamo le tensioni dell’Ungheria postbellica (la fine della monarchia asburgica, l’esperimento sovietico di Béla Kun e lo shock del trattato di Trianon). Una giovane generazione cresciuta spesso senza famiglia e nella prospettiva dell’incertezza in una società sull’orlo della disgregazione totale, mentre rivendica, quasi un vanto, di esserne priva, riafferma implicitamente la necessità degli affetti e del legame di appartenenza:

“Non ho padre, né madre

non ho patria, né Dio,

non ho culla o sepolcro,

non ho baci, né amante.

Da tre giorni non mangio,

non tocco cibo alcuno:

vent’anni la mia forza,

i vent’anni li vendo”

Attila József

Attila József

Orgogliosamente, ricorderà, sardonico, l’episodio che aveva messo fine al suo proposito di diventare un insegnante, nella poesia “Per il mio compleanno“, scritta per il suo trentaduesimo genetliaco, l’ultimo, come regalo a sé stesso:

“Io non una scolaresca

ma il mio popolo intero

formerò”

Già dalla prima raccolta pubblicata a 17 anni, “Il mendicante di bellezza”, la poesia di Attila József rivela, pur nella sua cangiante poikilia tematica, i caratteri che saranno propri della produzione successiva. Il realismo, che riesce ad inglobare anche tendenze letterarie tra di loro contrastanti, costruito sull’attenzione verso i dettagli e gli aspetti minuti dell’esistenza, si apre all’universale con la connessione tra il vissuto esistenziale individuale e quello collettivo attraverso le figure della metafora, della similitudine e dell’allegoria. Tutta la poesia di Attila poggia su un Grund di disperazione e di indomata carica negativa, la cui premessa indiscutibile è il rifiuto di accomodanti illusioni. È l’esistenza della periferia, non scialbo topos letterario ma sofferente vissuto personale, a costituire il serbatoio d’immagini del mondo józsefiano. Così il dolore dell’esistenza viene rappresentato come un cane randagio:

“Imbottite, sospiranti chiese

abitavano nei suoi occhi,

e un tozzo di pane cacciava […] Allora vidi in lui il mondo logorato

Andiamo a letto perché è necessario, […] e dormiamo, perché ci addormenta infine la miseria…

Ma prima di addormentarci […] ad un tratto esce fuori

dal suo nascondiglio

e da noi corre

quell’affamato

logoro cane, stanco e inzuppato” (Il cane)

Fotogramma da Perdizione, di Béla Tarr

Fotogramma da Perdizione, Béla Tarr

O assume le fattezze di un grigio postino silenzioso:

“Timido timido sguscia per le strade,

rasenta i muri delle case

sparisce in qualche porta.

Bussano. Ecco una lettera per te” (Il dolore)

Nel 1926 Attila si trasferisce a Parigi e si iscrive alla Sorbona, qui entra in contatto con gli ambienti dell’emigrazione socialista-comunista ungherese. Traduce Villon e studia Marx. Tornato in Ungheria si avvicina al Partito Comunista clandestino ungherese. Tiene conferenze e si impegna nella causa con la sua attività poetica: nel partito trova la realizzazione del suo desiderio di appartenenza e condivisione. La luna di miele dura, però, poco e i vertici in esilio a Mosca gli affibbiano l’etichetta di “socialfascista“. La decisione di ostracizzare e allontanare dal partito il poeta è motivata dal rifiuto di assumere posizioni dogmatiche e dal suo tentativo di coniugare la dottrina marxista con la psicoanalisi di Freud in un inedito tentativo di elaborare una sorta di freudomarxismo, come nel saggio “Hegel, Marx e Freud” del 1934: Marx deve essere corretto con Freud poiché la vera liberazione potrà avvenire solo quando, insieme a quelle che dominano la società capitalistica, saranno smascherate le forze oscure della nostra coscienza.

Vance Kirkland, Rovine di una fabbrica

Vance Kirkland, Rovine di una fabbrica

La visione poetica dell’autore con la tenera compassione per gli ultimi e i senza-niente trova nel Marxismo un consonante quadro di riferimento, ma la poesia sovrasta e domina l’ideologia, che rimane entro i limiti di una coerente Weltanschauung finalizzata all’interpretazione della brutalità dell’esistenza: potremmo dire che non è József a diventare marxista, ma Marx ad essere józsefizzato. Pubblica le raccolte “Abbatti il capitale!” (1931) e “Notte di periferia” (1933). Sono poesie militanti, che incitano alla ribellione, dimostrando l’insostenibilità della misera condizione proletaria. La poesia “Boscaiolo” descrive la faticosa attività del taglialegna e si chiude con l’esortazione:

“Abbatti il capitale – ehi – non piagnucolare:

a ogni piccola scheggia ti vorrai lamentare?

Se tu colpisci come fa la sorte,

ben sentirai lo strillo del deserto

feudale – ma sorride l’ascia larga”

Allo stesso modo, nella poesia “Socialisti” proclama:

“Abbasso il capitalismo! Potere

e carne per i lavoratori!…

Attraverso la sporcizia del capitale passiamo a guado

e la nostra cara arma ci batte sui fianchi […] Poesia, va, combattente della classe, con il popolo

in alto salirai!”

La “Ballata del profitto” è un’impietosa analisi costruita sull’elencazione di varie attività ordinate con meticolosità in un climax dalle più umili alle più elevate. Nella società moderna lo sforzo di ogni uomo, qualunque sia il suo lavoro, è finalizzato solo all’arricchimento del capitalista:

“Alla fiamma del gas impasti il pane?

Cuoci mattoni rossi e forati?

O la zappa ti rompe le mani?

Ti vendi finché vola la gonnella? […] il profitto è dei capitalisti

Tu componi struggenti poesie? […] che tu vagabondi o che ti diano lavoro –

il profitto è dei capitalisti”

Fotogramma da Sátántangó, Béla Tarr

Fotogramma da Sátántangó, Béla Tarr

La maestria del poeta trova espressione massima nelle sofferte descrizioni delle periferie abbandonate, grandi anti-idilli in cui Attila tratteggia la “geografia dei Paesi della miseria” con la tematizzazione della decadenza e della povertà materiale e spirituale che, rimanendo nelle espressioni della cultura magiara, possiamo rintracciare nella filmografia di Béla Tarr o, guardando più ad occidente, nella lettura heideggeriana di Friedrich Hölderlin, nell’incubo della “notte del mondo che distende le proprie tenebre” nel tempo dell’assenza di Dio. Scrive al compagno di partito:

“Io vedo l’esistenza del proletariato in forme, tanto nelle poesie quanto nella vita sociale. Per esempio uno dei miei sentimenti dominanti è l’aridità e il vuoto, perciò ho trovato l’immagine più adatta per esprimere questo mio sentimento desolato nel deserto umano delle periferie industriali delle grandi città, coperte dall’immondizia e dal ferrovecchio, questo paesaggio del tutto disumano delle periferie industriali, che si comprende solo nell’esistenza assurda del capitalismo moderno” (Lettera a Gábor Halász)

Da questo sentimento nasce la beffarda “E’ una bella sera d’estate” e l’apocalittica visione di “Notte di periferia“. In quest’ultima, la scena si apre nella stanza del poeta dove “un pezzetto di muro sta meditando se deve cadere” e lo sguardo allarga la focalizzazione sino ad includere la miseria della notte umida e pesante del sobborgo. Le fabbriche sono “ruderi“, “volte di cimitero” e “cripte di famiglia risonanti“, che nella loro desolazione serbano il segreto di una “resurrezione cupa“. Il raggio di luna non dà speranza, ma anzi fornisce il “filo agli assi dei telai” che con maligna operosità hanno risucchiato l’umanità degli operai:

“mentre il lavoro è fermo,

macchine arcigne tessono

i sogni delle tessitrici, caduti fra gli ingranaggi”

L’oste appisolato nella taverna, il bracciante che veglia, l’operaio coi volantini, la guardia, sono i fantasmi dell’alienazione che si aggirano in questo ambiente spettrale. La buonanotte finale viene data nel caustico augurio finale:

“Non mordano i pidocchi il nostro corpo”

Attila József e Márta Vágó

Attila József e Márta Vágó

Gli amori di Attila non hanno un lieto fine: Márta Vágó si allontana per l’opposizione della famiglia di lei, la relazione con Judit Szántó, conosciuta nel periodo della militanza comunista, finisce per l’intransigenza settaria della donna. Impossibile, poi, il sentimento verso Edit Gyömrői, la psicanalista che ha in cura Attila nel 1935: del periodo ci rimane come testimonianza l’esperimento di écriture automatique di stampo surrealista del “Diario psicanalitico in due sedute“. Nel 1937 Flóra Kozmutza sembra ricambiare il poeta, ma le sue condizioni psichiche sono ormai deteriorate. Gran parte della produzione józsefiana è occupata dalle poesie d’amore. Nella poesia “Già m’incatenano due miliardi di uomini” la confessione alla donna amata si intreccia con la tematica sociale:

“Mi sei necessaria come il lavoro, la libertà,

il pane e le buone parole alle moltitudini operose

che fremono ostinatamente e impotenti

perché dalla loro pena il nostro futuro non affiora …

Mi sei necessaria Flóra come ai borghi

la luce elettrica, le case di pietra, scuole, fonti;

come ai bimbi il gioco, la tutela

ai lavoratori la coscienza umana”

Egon Schiele, L'abbraccio

Egon Schiele, L’abbraccio

Capolavoro di Attila József è considerato il componimento “Ode” del 1933, tra le più belle poesie d’amore della letteratura ungherese e probabilmente della letteratura universale. Siamo a Lillafüred, paesino di montagna, ed Attila, seduto su un dirupo, contempla il paesaggio. La fantasia ricrea poeticamente dalla visione l’immagine della donna amata, simile ad una ninfa boschiva e fluviale:

“Guardo la criniera del monte.

La luce che balena in ogni foglia

viene dalla tua fronte […] La tua gonna vedo

sollevarsi al vento,

sotto le fronde fragili rovesciarsi i tuoi capelli

sussultare il seno morbido;

e, come il Szinva rapido

porta via le sue onde,

sprizza – ecco, lo rivedo – sulle pietre rotonde

e bianche, sui tuoi denti,

il riso di fata”

Nel corso della poesia il microcosmo rappresentato dalla donna si espande sino ad identificarsi col macrocosmo: l’universo parallelo dell’immaginazione cresce e sopraffà inglobandolo l’universo della realtà. Il poeta si introduce in questo micro/macrocosmo intraprendendo uno spiazzante itinerario nelle regioni del corpo dell’amata. Il dettaglio anatomico viene trasmutato in leggiadra materia poetica:

“I circoli del tuo sangue, cespugli di rosa,

fremono senza posa; […] Mille radicine i suoli ubertosi

del tuo stomaco trapungono

di filo sottile tessendo ricami […] I bei cespugli dei polmoni frondosi

stormiscono a gloria […] Colline ondulate si levano,

costellazioni tremolano in te

laghi si muovono, fabbriche lavorano”

Tivadar Csontváry Kosztka, Il cedro solitario

Tivadar Csontváry Kosztka, Il cedro solitario

L’amore della poesia è l’esperienza mistica di sgomento onirico di fronte ad una forza virginale ed eterna. Vengono in mente l’Aspasia leopardiana:

“la figlia della sua mente, l’amorosa idea,

che gran parte d’Olimpo in sé racchiude”

E le parole di Hans Castorp a Madame Chauchat ne “La Montagna incantata” di Thomas Mann:

“Devi sapere che per me è come un sogno – le dice – stare seduto qui insieme a te… comme un rêve singulièrement profond, car il faut dormir très profondément pour rêver comme cela

Il 3 dicembre 1937 Attila si suicida gettandosi sotto un treno nella stazione di Balatonszárszó. L’ultima fase della sua produzione è segnata da accenti che coniugano la coeva riflessione sull’assurdità della vita dell’esistenzialismo europeo con un afflato religioso che scaturisce da un senso di colpa kafkiano: “Senza speranza“, come recita il titolo della sua poesia:

“E l’uomo infine arriva ad una piana

sabbiosa, triste ed umida

[…]

Il mio cuore si siede

sul ramoscello del nulla, il suo corpo

minuscolo rabbrividisce muto”

Statua bronzea di Attila József nei pressi del parlamento ungherese di Budapest

Statua bronzea di Attila József nei pressi del parlamento ungherese di Budapest

L’addio alla figura della madre e il disvelamento della fallace consolazione che il suo ricordo ispirava, suggella la strage delle illusioni di fronte alla durezza della realtà:

“La mia mente s’illumina lentamente,

addio leggenda.

Il nato da madre alla fine viene deluso

in un modo o nell’altro cade nell’inganno.

Se combatte, viene distrutto, se fa la pace

ne muore” (Rimpianto tardivo)

Il bilancio che documenta lo scacco esistenziale di colui che aveva immaginato di diventare un albero, affinché i bambini affamati potessero ripararsi alla sua ombra, cibarsi dei suoi frutti e, abbattuto una volta secco, scaldarsi alla sua fiamma (Vorrei essere un melo selvatico), risuona nel commiato finale, la sconfitta della poesia in un sacrificio simbolico contro la ferocia del mondo:

“E’ bella la primavera, e bella è anche l’estate,

ma più bello è l’autunno, e ancora più l’inverno,

per colui che focolare e famiglia

alla fine per gli altri spera” (Ecco, dunque ho ritrovato la mia patria)