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Armando Lodolini nacque a Roma il 26 marzo 1888. Dopo aver conseguito la maturità classica al liceo “Terenzio Mamiani” nel 1907, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma. Mentre era ancora studente universitario, Lodolini vinse un concorso per la “seconda categoria” dell’Amministrazione degli Archivi di Stato, alle dipendenze del ministero dell’Interno. Nel 1909 entrò in ruolo e iniziò ad intraprendere una sfolgorante carriera scientifica che ne fece uno dei più stimati dirigenti, teorici ed organizzatori dell’Archivistica italiana. Fino al 1911 fu archivista presso l’Archivio di Stato di Modena; poi fu trasferito all’Archivio di Stato di Roma, il grande istituto che conserva le carte dell’amministrazione centrale dello Stato Pontificio.

Parallelamente al suo lavoro, Lodolini si avvicinò precocemente alla politica, militando in un’area a metà strada tra sindacalismo rivoluzionario e repubblicanesimo mazziniano.

Collaborò in questa prima fase come pubblicista ad alcuni organi sovversivi tra i quali i più significativi furono Il fascio repubblicano, organo della Sezione Repubblicana di Roma, che ebbe breve vita, uscendo dal 22 marzo 1914 al 22 febbraio 1915, e L’idea democratica, che si pubblicò tra il 9 novembre 1913 e il 22 febbraio 1919 e che contemplò tra le sue firme i nomi di Carlo Bazzi, Arturo Labriola, Napoleone Colajanni, don Romolo Murri e Sergio Panunzio. Nel 1911 compì il servizio militare di leva nell’82° reggimento di fanteria di Roma come allievo ufficiale, ma ormai definitivamente conquistato dal mazzinianesimo, non sostenne gli esami finali per non essere obbligato a prestare giuramento individuale di fedeltà al Re. Alla luce dello scatenarsi del primo conflitto mondiale Lodolini non poté che parteggiare per l’intervento italiano contro gli Imperi Centrali e ciò lo spinse ad accantonare momentaneamente la sua intransigenza; egli divenne un ufficiale per meglio servire la Patria, al di sopra di ogni contrasto di fazione. Le vicissitudini da lui conosciute in guerra sono state descritte da Armando Lodolini in un diario, scritto probabilmente nell’inverno 1918-1919 e che reca la data della primavera 1919. Esso è stato meritoriamente pubblicato in due volumi dall’editore Paolo Gaspari di Udine tra il 2004 e il 2005 con il titolo di Quattro anni senza Dio, con l’introduzione e le note del figlio di Armando, Elio. Gaspari ha voluto tributare un commovente omaggio alla figura dell’ufficiale mazziniano nell’ambito di una notevole e variegata collana di testi memorialistici legati a quel momento così decisivo della nostra storia nazionale e per questa sua iniziativa merita tutta la nostra riconoscenza di Italiani.

Sottotenente di complemento, Armando Lodolini fu destinato al 123° reggimento di fanteria, brigata Chieti. Combatté valorosamente sul Carso e in Trentino e nel 1918 partecipò alla battaglia del Piave. Fu più volte decorato (tre medaglie di bronzo e una d’argento) e nel 1917 fu promosso capitano sul campo per meriti di guerra. Nel dopoguerra, Lodolini sposò Ada Francioni il 31 gennaio 1921; ella morì però giovanissima nel 1926, provocando la più grande tragedia personale della vita dell’intellettuale romano: una eco malinconica e dolente di ciò si riverbera nella sua opera L’ammirabile salute. Meditazioni sulla morte (1927) e nel suo primo romanzo, Il talamo fra i cipressi (1928). Rientrato nella vita civile, egli proseguì sia la sua attività scientifica nell’Archivio di Stato in Roma che quella di scrittore e di giornalista. In particolare egli fu redattore del quotidiano Il Nuovo Paese, di tendenza mazziniana, diretto da Carlo Bazzi, e vi collaborò con oltre duecento articoli.

Un testo rarissimo scritto da Armando Lodolini: La patria italiana

Un testo rarissimo scritto da Armando Lodolini: La patria italiana

Lodolini militò attivamente nel Partito Mazziniano Italiano, la piccola ma battagliera formazione politica nata alla fine dell’Ottocento e guidata da Felice Albani, vivacemente avversa al Partito Repubblicano Italiano, fondato nel 1895. Il Partito Mazziniano sorse con l’intento ben preciso di contrapporsi in maniera frontale al P.R.I., il cui primo segretario nazionale fu Giuseppe Gaudenzi, e si caratterizzò sempre per un orientamento rigidamente astensionista ed intransigente in campo elettorale e per una collocazione esplicitamente extra-parlamentare.

I motivi di divergenza tra i due partiti erano di ordine pratico e teorico.

Il P.M.I. non voleva soggiacere al già ricordato giuramento di fedeltà al Re a cui i deputati e gli ufficiali dell’Esercito erano espressamente tenuti, e accusava di opportunismo il P.R.I. che d’altra parte transigeva e non si poneva problemi di tipo morale o di coerenza rispetto a un gesto da quest’ultimo considerato, in ultima analisi, come meramente formale e di scarso valore. Questo rifiuto categorico comportava per il P.M.I. l’adesione ad un astensionismo strategico, non tattico, e il ripudio della partecipazione alle elezioni di ogni grado, in piena concordanza con le ultime parole del Maestro Giuseppe Mazzini e con la sua dottrina politica, sociale ed economica. Inoltre la concezione palingenetica ed intransigente della Rivoluzione Italiana propugnata dal P.M.I. era fondata su una Weltanschauung spiritualista, anti-materialista e neo-idealista e sulla valorizzazione degli aspetti religiosi del pensiero mazziniano (lo stesso Lodolini scriverà dell’idea-forza religiosa e rivoluzionaria della Patria Italia, evidenziando le influenze soreliane e corridoniane che arricchivano il suo mazzinianesimo); tutto questo portava i mazziniani in rotta di collisione con il P.R.I., pervaso e compenetrato se non addirittura dominato da correnti e tendenze materialiste e positivistiche in campo filosofico, sociale ed economico e federaliste in campo politico.

Giuseppe Mazzini, il maestro di Armando Lodolini.

Giuseppe Mazzini, maestro di Armando Lodolini.

L’accusa di federalismo era per l’appunto la più bruciante tra quelle rivolte al P.R.I. dai mazziniani intransigenti, sostenitori dell’unitarismo repubblicano, della fede nella Patria e dell’Unità Romana. Per i militanti del P.M.I. la politica assumeva pertanto la forma del misticismo e il mazzinianesimo stesso assurgeva al rango di vera e propria religione o perlomeno di metafisica. Il Partito Mazziniano dette il proprio appoggio all’impresa fiumana e fu in generale partecipe della temperie culturale del diciannovismo. Nel P.M.I. Lodolini fu membro del Comitato Centrale, collaborò lungamente all’organo mazziniano La Terza Italia (1921-1923) e svolse una intensa attività in più sedi fino a promuovere una “Università Mazziniana” che per qualche anno svolse un programma di conferenze e di manifestazioni varie. Nel 1922 Armando Lodolini fondò l’Unione Mazziniana Nazionale di cui divenne segretario generale e manifestò una tiepida simpatia per il movimento fascista, nei suoi aspetti sociali e sindacali, sperando che esso potesse evolvere ed indirizzarsi col tempo verso la dottrina mazziniana. Nel suo libro La Repubblica Italiana. Studi e vicende del mazzinianesimo contemporaneo (1922-1924), pubblicato dalla Casa Editrice Alpes di Milano nel 1925, egli definì però “un grave errore” la trasformazione del fascismo da movimento in partito, con queste parole:

“Il fascismo può anche chiamarsi partito politico: è il suo maggiore, forse vitale errore; partito non è e non può essere senza costringersi in strettoie che ne annulleranno lentamente la stessa immanente missione e rischieranno di metterlo davvero a servizio di interessi particolaristici, come purtroppo sta accadendo”.

A confermare questo giudizio, nel suo IV° Congresso Nazionale svoltosi a Roma tra il 7 e il 9 dicembre 1924, a cui il quotidiano Il Nuovo Paese dedicò gran parte della propria attenzione, l’Unione Mazziniana Nazionale approvò un ordine del giorno di critica al movimento fascista che, ad avviso dei mazziniani, aveva deviato dalla linea rivoluzionaria delle origini per spostarsi verso posizioni conservatrici. La Repubblica auspicata dai militanti dell’Unione -veniva inoltre affermato nello stesso documento- avrebbe dovuto essere sociale ed unitaria. La distinzione operata da Lodolini tra fascismo-movimento e fascismo-partito può essere certamente considerata come una profetica anticipazione dell’innovativa analisi del grande storico Renzo De Felice, che avrebbe molti decenni dopo analogamente sottolineato la diversità tra il “fascismo movimento” e il “fascismo regime”.

Renzo De Felice, maggiore storico (non fascista) del Fascismo italiano.

Renzo De Felice, maggiore storico (non fascista) del Fascismo italiano.

Nel 1926 le leggi fascistissime decretarono lo scioglimento di tutti i partiti ad esclusione del Partito Nazionale Fascista e l’Unione Mazziniana Nazionale non fece eccezione. Lodolini continuò nel suo impegno giornalistico ma il centro della sua attività divenne sempre più l’Archivio di Stato di Roma; in ogni caso, egli poté vantare la collaborazione a due delle più brillanti riviste dell’epoca: La Conquista dello Stato dello strapaesano Kurt Suckert alias Curzio Malaparte, dal 1924 al 1926; Camicia Rossa, diretta da Ezio Garibaldi, nipote dell’Eroe dei Due Mondi e in seguito animatore dei Gruppi d’Azione Nizzarda, su cui scrisse invece dal 1925 al 1932. Egli altresì fondò e diresse il periodico mazziniano Il Patto Nazionale dal 1922 al 1927. In quegli anni di intenso lavoro archivistico accadde anche una curiosa ed incresciosa vicenda che vale la pena ricordare poiché influì sulla vita di Lodolini in maniera considerevole. Era stato nominato “Commissario straordinario”, in sostituzione del Consiglio superiore degli Archivi, l’ex Quadrumviro della Marcia su Roma, Cesare Maria De Vecchi, definito a ragione da Renzo De Felice “monarchico più che fascista”. Costui aveva una visione della storia d’Italia esclusivamente sabauda ed era pertanto radicalmente avverso al mazzinianesimo di Armando Lodolini; oltre a ciò, esisteva sul piano personale tra i due una meschina e reciproca antipatia molto radicata. De Vecchi organizzò indirettamente, servendosi di sue creature, una montatura ai danni di Lodolini accusandolo di presunta attività antifascista in combutta con il personale dell’Archivio legato all’intellettuale romano. Se una attività del genere fosse realmente esistita, sarebbe stata assai pericolosa sia per il Fascismo che per la persona stessa del Duce, dato che l’Archivio aveva allora sede in via degli Astalli, proprio di fronte alla facciata posteriore di Palazzo Venezia ed al portone dal quale Mussolini entrava e usciva ogni giorno. Furono destituiti dall’impiego sia Armando Lodolini che i suoi collaboratori. Questi ultimi ricorsero al Consiglio di Stato che li assolse tutti in brevissimo tempo smontando per intero la terribile e volgare macchinazione. Con ciò avrebbe dovuto cadere automaticamente anche l’accusa a Lodolini di aver favorito e permesso fatti risultati poi inesistenti; ma egli rinunciò comunque a ricorrere.

Camicia Rossa, diretta da Ezio Garibaldi, nipote dell’Eroe dei Due Mondi.

Camicia Rossa, diretta da Ezio Garibaldi, nipote dell’Eroe dei Due Mondi.

Nel 1935, all’età di quarantasette anni, Armando Lodolini vide così stroncata la propria attività scientifica nel momento in cui stava per raccoglierne i frutti più cospicui. Dovette intraprendere una nuova attività e ottenne un modesto posto nella Confederazione Fascista dei Lavoratori dell’Industria al quale lo chiamò con gesto indubbiamente coraggioso il presidente confederale Tullio Cianetti. Lodolini fu accolto con grande favore nel mondo sindacale, nel quale si trovò totalmente immerso e che corrispondeva perfettamente al suo costante impegno per la difesa degli umili e dei meno fortunati, verso i quali non poteva che nutrire una devozione proverbialmente mazziniana. Iniziò allora anche la sua collaborazione al quotidiano Il Lavoro Fascista di Roma, prestigioso organo sindacale italiano a cui diede il suo apporto dal 1937 al 1943. Allo scoppio del secondo conflitto mondiale, il patriottismo irrefrenabile di Lodolini ebbe ancora una volta la meglio ed egli avanzò domanda per essere chiamato alle armi. Aveva superato i cinquant’anni e non poteva servire la Patria in reparti di prima linea. Tenente Colonnello di Fanteria in servizio di Stato Maggiore, fu assegnato al Servizio Informazioni Militari (SIM) presso il Comando Supremo, un compito per lui insolito ed inadatto nel quale cercò di fare il meglio possibile. Dopo l’8 settembre 1943, egli dovette ricominciare di nuovo da capo e tentò di arrangiarsi con varie collaborazioni giornalistiche per sbarcare il lunario. Nonostante queste difficoltà personali, egli riprese anche l’impegno politico: nei primi anni del secondo dopoguerra egli tentò di costituire una corrente corridoniana all’interno della risorta C.G.I.L. mediando con il segretario generale Giuseppe Di Vittorio, un comunista che in gioventù aveva militato nel sindacalismo rivoluzionario e che era amico personale di Lodolini. Il tentativo però fallì e venne stroncato dalla sopraggiunta implosione della Confederazione unitaria e dalla nascita di più Confederazioni contrapposte.

Un altro capolavoro di Lodolini, intellettuale e attivista nel primo Novecento italiano.

Un altro capolavoro di Lodolini, intellettuale e attivista nel primo Novecento italiano.

Tra i corridoniani che prima vararono il periodico Vita del Lavoro ed in seguito fondarono il Movimento Sindacalista (Mo.Si.) e che coltivarono questa vana e breve speranza unendosi a Lodolini vanno ricordati Amilcare De Ambris, fratello di Alceste nonché marito di Maria Corridoni, la sorella dell’Arcangelo Sindacalista, Luigi Fontanelli e Vito Panunzio, il figlio del sindacalista rivoluzionario Sergio. Inoltre, Armando Lodolini e alcuni suoi seguaci ricostituirono il Partito Mazziniano Italiano il 20 dicembre 1946, secondo un rito mistico, religioso, metapolitico: un giuramento di fronte all’erma di Guglielmo Oberdan in Roma. Lodolini ne fu il segretario, e con lui fecero parte del Comitato esecutivo provvisorio Imbriani Capozzi, Mario Lizzani, Lodovico Pagano, Giovanni Battista Penne, Antonio Reggiani. Il Partito ebbe vita modestissima per molti anni e non partecipò a nessuna competizione elettorale, fino a dissolversi senza alcun atto ufficiale, scomparendo nelle fitte e lattiginose brume della Storia alla fine degli anni Cinquanta. Il giornale del nuovo P.M.I., che riprendeva il titolo della gloriosa e storica testata La Terza Italia, durò brevemente e fu destinato alla stessa sorte del partito. Lodolini rientrò negli Archivi di Stato nel 1949 e venne collocato a riposo nel 1956. Scrisse ancora alcuni volumi importanti, come Mazzini Maestro italiano, nel 1950, che vide una seconda edizione con l’aggiunta di un nuovo capitolo nel 1963, un’opera nella quale Lodolini compendiò la passione e gli studi di tutta una vita per il Profeta d’Italia, La Patria Italiana (1957) e Storia dell’Unità d’Italia da Roma al Risorgimento (1963).

Il Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini, da uomo libero quale era, onorò Armando Lodolini

Morì a Roma il 2 agosto 1966. La giunta capitolina, non appena scaduti i dieci anni dalla morte previsti dalla legge, gli ha intitolato una via cittadina. Il Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini, con decreto del 30 ottobre 1980, gli ha conferito alla memoria la Medaglia d’Oro della Scuola, della Cultura e dell’Arte. Constatando la realtà nella quale siamo immersi e della quale siamo imbevuti, appare veramente incredibile che simili uomini abbiano potuto calcare il suolo patrio e fregiarsi del nome di Italiani. Forse un giorno, contemplando le nuove aurore, potremo compiacerci del solo fatto di essere restati in piedi di fronte alla resa generale. Ma oggi, in questa notte che appare infinita, l’esempio di valore, virtù, lealtà, sacrificio di questo nostro compatriota può forse esserci di stimolo, di speranza e di sprone e salvarci dalla tentazione della disperazione. Egli ci additò sempre orgogliosamente e misticamente la grandezza della Patria Italiana e nell’angoscia soffocante delle presenti tenebre morali ci mostra rincuorandoci quel chiarore di civiltà, di vita, di dignità che promanerà sempiterno da Roma. La sua Fede in essa non venne mai meno: possa l’alito di questa certezza discendere su di noi e guidarci nel difficile cammino che ci aspetta.

“Da Roma antica, dall’arcobaleno dalle molte luci, dal significato morale e religioso che i nostri Padri dettero alla riscossa italiana, sale un senso più vivo, pacato e consolatore, della nostra grandezza nazionale, non soltanto dimostrata da singoli episodi o dagli eroi del genio e dall’ardente carità di patria, ma scaturente dallo studio che abbiamo tracciato (sia pur sommariamente) degli uomini e dei fatti e, sentimentalmente, da ciò che muove anche le stelle: l’amore”.

Armando Lodolini, Storia dell’Unità d’Italia da Roma al Risorgimento, 1963