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Angelo Oliviero Olivetti nacque a Ravenna il 21 giugno 1874. Di estrazione familiare borghese, egli godette di una buona educazione; nell’esclusivo collegio Cicognini intraprese e completò gli studi liceali, occupando la stessa camera lasciata libera da Gabriele D’Annunzio, una curiosa coincidenza che verrà rievocata dai due quando, molti anni più tardi, si avvicineranno in una comune battaglia politica. All’Università di Bologna, Olivetti si laureò in Giurisprudenza nel 1893 a soli diciannove anni; si iscrisse successivamente alle facoltà di lettere e filosofia e di scienze naturali e per qualche tempo svolse l’incarico di assistente al gabinetto di microscopia ed istologia dell’ateneo felsineo. Il romagnolo venne colto fin da giovanissimo dal fremito della passione politica: egli fu tra i fondatori del Partito dei Lavoratori Italiani (dal 1893 PSI) nell’agosto 1892. Si impegnò nell’attività pubblicistica su numerosi e spesso effimeri fogli del socialismo locale e nazionale, nel lavoro di propaganda e di organizzazione tra gli studenti e nelle campagne della sua terra. Nel 1898, l’anno dei moti che scossero la nostra penisola, egli fu colpito da un mandato di cattura per “associazione a delinquere” e per “tentativo di far insorgere gli abitanti del Regno”; il giovane socialista ebbe modo di riparare in Svizzera, entrando in contatto con un numeroso contingente di esuli italiani che avevano avviato una vivace attività politico-giornalistico-culturale e in quei cenacoli il Nostro si fece le ossa. In questo periodo decisivo Olivetti mostrò un grande interesse per i sentieri interrotti che la speculazione politico-filosofica dell’epoca additava: egli fu uno dei primi socialisti ad interessarsi alla teoria della classe politica di Gaetano Mosca, ad occuparsi altresì dei problemi della psicologia e della sociologia della folla e ad indagare la fenomenologia del meccanismo associativo; erano dei temi che avrebbero successivamente rappresentato dei punti di riferimento per gli sviluppi teorici del suo pensiero sindacalista.

Busto bronzeo di Gaetano Mosca

Busto bronzeo di Gaetano Mosca

Le sue prime prese di posizione a favore dell’elitismo e dell’antiparlamentarismo gemmarono infatti da queste ricerche. Spirito ribelle ed intriso di volontarismo, attento ai richiami di tutti gli indirizzi speculativi percorsi da venature e suggestioni attivistiche, affascinato dalle idee di Georges Sorel che da qualche tempo avevano cominciato a circolare negli ambienti intellettuali del socialismo europeo, Olivetti individuò il nemico da contrastare nella teoria e nella prassi riformistica e si gettò a corpo morto in una battaglia spasmodica contro di essi. Il vero ed inequivocabile punto di svolta della sua azione e financo della sua stessa vita, fu la pubblicazione a Lugano nel dicembre 1906 della rivista di cui assunse la direzione, Pagine Libere (1906-1912). Essa ebbe un carattere completamente diverso rispetto alle coeve pubblicazioni sindacalistiche: connotata da una impostazione molto eclettica e proteiforme, la rivista teorica e di dibattito intellettuale concentrò maggiormente il fuoco della propria artiglieria in una opera di chiarificazione concettuale ed ideologica piuttosto che sulle vicende politiche contingenti, nel tentativo di addivenire ad una più precisa teorizzazione del sindacalismo. Il sindacalismo nell’accezione olivettiana assunse toni aristocratici ed elitari, venature, suggestioni, sollecitazioni estetizzanti. Commentando lo sciopero agrario del Parmense del maggio-luglio 1908 – una delle vicende più importanti della storia del movimento proletario italiano che verrà ricordata nell’immortale capolavoro del nostro cinema, Novecento (1976) del regista Bernardo Bertolucci – scontro promosso e guidato da Alceste De Ambris, Olivetti osservò che:

“Il sindacalismo significa la ricomparsa del tragico nella vita proletaria […] diffuso e penetrato profondo sotto la rustica scorza paesana, infonde in ogni contesa particolare il senso eroico e la fervida previsione delle catastrofi definitive”

Gruppo di sindacalisti rivoluzionari a Lugano nel 1908. Da sinistra a destra, in piedi Tullio Masotti, Alceste De Ambris, Enrico Sorregotti, Angelo Oliviero Olivetti. Da sinistra a destra, seduti Umberto Pasella, Arturo Labriola

Gruppo di sindacalisti rivoluzionari a Lugano nel 1908. Da sinistra a destra, in piedi Tullio Masotti, Alceste De Ambris, Enrico Sorregotti, Angelo Oliviero Olivetti. Da sinistra a destra, seduti Umberto Pasella, Arturo Labriola

Era un approccio alla lotta politico-sindacale che si risolveva in un compiacimento estetico della conflittualità, di carattere letterario e lirico. In quegli anni di abbrivio della rivista, si consumò la rottura definitiva tra il PSI e il sindacalismo rivoluzionario; l’atto conclusivo si ebbe al X Congresso nazionale socialista di Firenze (19-22 settembre 1908), presieduto da Andrea Costa, con l’allontanamento dei sindacalisti rivoluzionari dal partito. La polemica contro il PSI nel pensiero di Olivetti crebbe fino alle dimensioni ed ai toni di una più generale polemica antipartitica ed antiparlamentare. La contrapposizione dell’azione diretta alla mediazione si decantò in una visione ancora una volta aristocratica ed elitaria del sindacalismo, “concezione di vita”. Angelo Oliviero Olivetti, pur non collaborando alla rivista La Lupa (1910-1911) di Paolo Orano, divenne ben presto uno degli alfieri della convergenza tra nazionalismo e sindacalismo rivoluzionario, a partire da un editoriale apparso su Pagine Libere del 15 febbraio 1911, dal titolo Sindacalismo e nazionalismo. La posizione di Olivetti non fu condivisa da tutti gli esponenti sindacalisti: l’adesione di Arturo Labriola a questa svolta fu riequilibrata dalla durissima reazione di Alceste De Ambris che si espresse in questi termini:

“Il nazionalismo sindacalista, o sindacalismo nazionalista che chiamar si voglia, ha avuto il battesimo di tali e tante contraddizioni ed è stato fin dal primo suo vagito così violentemente strapazzato dagli avvenimenti, che non sembra destinato ad avere in sorte una vita robusta. Si tratta di un bastardello nato da un amplesso clandestino e ripugnante fra una vecchia idea ritinta per simulare la giovinezza ed un giovane fenomeno. L’amplesso è stato consumato sui consunti triclini della cultura classica, pronuba la filosofia energetica; ma il nato presenta tutti i caratteri dei parti mostruosi e non vitali. Fra non molto lo vedremo esposto sotto spirito in qualche baraccone fra il vitello a due teste e la capra con un occhio solo”.

Inoltre, la maggioranza dei redattori e dei collaboratori di Pagine Libere si schierò in modo netto contro la guerra di Libia (1911-1912), durante la quale e per la quale i sindacalisti olivettiani e labrioliani avevano per la prima volta, apertamente e per un obiettivo concreto, combattuto spalla a spalla con i nazionalisti di Enrico Corradini. Olivetti non poté che prenderne atto in un articolo su Pagine Libere del 15 novembre 1911, rivolgendosi ai lettori per far ascoltare loro anche L’altra campana:

“Per essere sinceri fino all’ultimo dobbiamo dire che nel sindacalismo attuale ci sono due correnti, delle quali una è solo un democraticismo rivoluzionario e l’altra un rivoluzionarismo aristocratico, ossia il vero, lo schietto e originale sindacalismo, che interpreta la più audace filosofia della volontà e dell’azione, che nega la democrazia e non la continua e la integra, che si richiama a Nietzsche, a Marx, a Schopenhauer, che si pone al di là del Bene e del Male, che riprende il cammino dell’audace Rinascimento, del Cinquecento violento e spregiudicato, della rivoluzione europea ed occidentale nel suo continuo e perpetuo divenire. Queste due correnti sono destinate a scindersi e a definirsi progressivamente. Possono per un certo periodo apparire confuse ed unite, ma il loro divorzio è inevitabile, ed il conflitto scoppia immanente al semplice urto coi fatti”

Quadro di Giulio Aristide Sartorio, le "Trincee di santa Caterina"

Quadro di Giulio Aristide Sartorio, le “Trincee di santa Caterina”

L’impossibilità di comporre il dissidio portò alla sospensione delle pubblicazioni della rivista, come i lettori ebbero modo di apprendere da un foglio allegato all’ultimo numero dell’annata, apparso con la data del 1° gennaio 1912, nel quale si alludeva esplicitamente ai motivi appena descritti della decisione. Nel 1914, allo scoppio della guerra, i sindacalisti rivoluzionari si posizionarono nella loro grande maggioranza in prima linea a favore dell’intervento dell’Italia; tra costoro emerse fin da subito la figura di Angelo Oliviero Olivetti. Egli costituì insieme ad altri interventisti rivoluzionari il Fascio Rivoluzionario d’Azione Internazionalista, che il 5 ottobre di quell’anno diffuse un appello ai lavoratori italiani; inoltre egli riprese anche la pubblicazione di Pagine Libere, trasformando la rivista in portavoce ed organo ufficiale del fascio interventista. In nome della tradizione italiana del realismo politico, nell’articolo di presentazione della nuova serie Olivetti rivendicò la liceità di una profonda revisione teorica del socialismo e del sindacalismo, constatando “la bancarotta fraudolenta del vecchio internazionalismo”; il più grave compito dell’ora presente per i veri e sinceri rivoluzionari doveva per il romagnolo risolversi “nel coordinare la rivoluzione sociale col fatto nazionale”. La campagna interventista di Olivetti si concretizzò essenzialmente in una aspra polemica con i socialisti ufficiali, i quali si appellavano ad un pacifismo astratto e divenuto strumento di conservazione di uno stato di fatto, culminando in una teoria e in una prassi che il sindacalista non esitò a definire “intrinsecamente reazionari”.

Olivetti contrappose “all’internazionalismo bastardo dei tedeschi l’universalismo latino” e precisò che l’essere veramente italiani significava per lui essere veri internazionalisti, ma “di un internazionalismo integrativo e non negativo delle nazionalità”, sulla scorta delle concezioni di Giuseppe Mazzini: nazionalità sorelle nel riconoscimento reciproco ma caratterizzate da precise, definite ed irriducibili identità. Dopo la guerra Angelo Oliviero Olivetti partecipò alle vicende dell’Unione Italiana del Lavoro (1918-1925), il sindacato fondato il 9 e 10 luglio 1918 dai sindacalisti rivoluzionari interventisti corridoniani e deambrisiani; nella sua lettera di adesione al congresso costitutivo dell’organizzazione egli scrisse:

“Io mi auguro che il congresso abbia il coraggio di proclamare che dobbiamo essere interamente italiani ed interamente socialisti rivoluzionari, poiché i due concetti non solo non si escludono ma si integrano”

Gabriele D'Annunzio in divisa

Gabriele D’Annunzio in divisa

Pur essendosi distinta tra il 1919 e il 1921 durante gli scioperi agrari e l’occupazione delle fabbriche, la UIL subì un ostracismo ostile da parte delle altre confederazioni sindacali, in particolare dalla CGdL, per la sua avversione all’internazionalismo di ascendenza secondinternazionalista e per la sua caratterizzazione socialista patriottica. In questo periodo il ravennate stilò il Manifesto dei Sindacalisti, un documento programmatico che venne presentato al congresso della UIL del settembre 1921. Il documento suscitò subito interesse nell’ambiente sindacalista e dette il via ad una vivace discussione. In esso Olivetti presentò una sistematizzazione teorica del suo sindacalismo; dopo averne sottolineate le differenze con il socialismo politico, egli caratterizzò il sindacalismo come “filosofia politica dei produttori”, definì il Sindacato “l’organismo entro il quale va maturando la società dei produttori” e mise in guardia contro il pericolo che i partiti politici rendessero il Sindacato “schiavo e strumento dei loro fini ideologici”. Il Sindacato venne presentato come il fatto nuovo della storia economica e della politica proletaria, come “l’anima della fabbrica”, il vero organo della rivoluzione proletaria ed al tempo stesso della ricostruzione sociale e nazionale. Infatti Olivetti concludeva riaffermando il decisivo carattere nazionale del sindacalismo:

“Il Sindacalismo riconosce il fatto e l’esistenza della nazione come realtà storica immanente che non intende negare, ma integrare. La nazione stessa anzi è concepita come il più grande sindacato, come la libera associazione di tutte le forze produttive di un Paese in quei limiti e con quella unità che furono imposti dalla natura della storia, dalla lingua e dal genio profondo e invincibile di ogni stirpe. Il fatto nazionale è immanente, fondamentale e supremo, è il massimo interesse per tutti i produttori”

Il documento olivettiano venne approvato dai delegati del congresso della UIL, nel corso del quale si era accentuata la tendenza antifascista dell’organismo, suscitando l’avversione di Sergio Panunzio, ormai contiguo alle posizioni del nascente sindacalismo fascista. Frattanto l’impresa di Fiume aveva già consumato nel sangue fraterno la propria gloriosa tragedia e aveva terminato di scrivere la propria epopea. Dopo la pubblicazione della Carta del Carnaro, l’avvicinamento tra sindacalismo rivoluzionario e fiumanesimo si era sempre più precisato, tant’è che Olivetti aveva accolto sulle pagine della sua rivista un articolo di Paolo Orano che proclamava orgogliosamente come D’Annunzio dovesse annoverarsi tra i sindacalisti. In questa situazione maturò il progetto di Alceste De Ambris di giungere ad un incontro organico tra le due forze, da realizzarsi per l’appunto sotto l’egida della Carta del Carnaro, allo scopo di pervenire in prospettiva alla costituzione di un movimento sindacalista dannunziano, che, grazie al prestigio del Vate, potesse divenire un fulcro di rinnovamento e, contrapponendosi radicalmente al fascismo, potesse offrire all’interventismo di sinistra una unitaria piattaforma rivoluzionaria. In questo senso fu significativo il lungo articolo-manifesto sui postulati politici del sindacalismo che De Ambris pubblicò su Pagine Libere (nuova serie 1920-1922) il 1° settembre 1921: in esso, partendo da una analisi comparata della Carta del Carnaro e del Manifesto dei Sindacalisti, egli tentò l’innesto della concezione fiumana sul tronco del sindacalismo rivoluzionario e giunse ad affermare che la costituzione di Fiume prefigurava quella repubblica sociale federativa disegnata da Olivetti nel suo documento. Il primo passo della nuova iniziativa politica avrebbe dovuto essere la pubblicazione di un grande quotidiano nazionale diretto dallo stesso D’Annunzio. Il progetto, in virtù dell’attivismo e delle capacità organizzative di Olivetti, andò rapidamente avanti e sul finire del 1921 esso era in fase molto avanzata anche sotto il profilo finanziario.

Copertina disegnata da Luca Fornari per il numero del 1° gennaio 1909 della rivista "Pagine Libere". Il disegno sembra racchiudere molti motivi degli affluenti al gran fiume del sindacalismo rivoluzionario: la filosofia dell'azione, il riferimento al socialismo nella bandiera rossa e alla cavalleria ghibellina medievale nel giovane a cavallo, novello Sigfrido che rompe gli schemi e si afferma attraverso il mito volitivo della Forza e in nome di una Tradizione spezzata dal macchinismo capitalista

Copertina disegnata da Luca Fornari per il numero del 1° gennaio 1909 della rivista “Pagine Libere”. Il disegno sembra racchiudere molti motivi degli affluenti al gran fiume del sindacalismo rivoluzionario: la filosofia dell’azione, il riferimento al socialismo nella bandiera rossa e alla cavalleria ghibellina medievale nel giovane a cavallo, novello Sigfrido che rompe gli schemi e si afferma attraverso il mito volitivo della Forza e in nome di una Tradizione spezzata dal macchinismo capitalista

Ma proprio sul traguardo saltò tutto per un ripensamento di D’Annunzio: l’anima aristocratica del Vate aveva prevalso sulla volontà impareggiabile di lotta dei mesi precedenti, un sovrano disgusto per la volgare e plebea Suburra della purulenta politica italiana lo vinse e lo attanagliò. L’unico rimedio per questo male sarebbe stato ancora una volta il volgere lo sguardo verso ciò che eternamente è Bello e Buono. In una lettera a De Ambris del 18 dicembre 1921, il Comandante scriveva:

“Sono disadatto a questo genere di sforzo e incapace di assumere un impegno tanto grave. Attenderò l’ora dell’azione, se pur verrà. Voglio ritrarre il mio povero occhio da questo spettacolo miserabile e tornare a guardare dentro di me. L’arte mi riprende e mi consola unicamente”

Renzo De Felice, nel suo lavoro Sindacalismo rivoluzionario e fiumanesimo nel carteggio De Ambris-D’Annunzio (1966), sostenne che D’Annunzio non intendeva acconciarsi ad assumere una posizione di parte e che rifiutandosi di parteggiare per una fazione egli volesse lasciare aperta la strada per un suo ruolo di pacificatore della Nazione flagellata dalle lotte civili feroci del primo dopoguerra, in nome della Concordia e dell’Unità. Ad ogni modo un uomo attivo, energico e dal forte senso pratico come fu Angelo Oliviero Olivetti non poté accontentarsi delle alate spiegazioni del Poeta, che lasciarono perplesso anche il non meno volitivo De Ambris, e pur nel forzato ridimensionamento che ebbe la sua azione, egli non rinunciò e tirò diritto. Nell’ottobre del 1922 il sindacalista romagnolo riuscì a dar vita ad un settimanale, La Patria del Popolo, che si fregiava della qualifica di “sindacalista dannunziano” e che proponeva la convocazione di una Costituente Sindacale ispirata ai principi della Carta del Carnaro e del Manifesto dei Sindacalisti. L’iniziativa della progettata Costituente, che mirava alla creazione di un organismo apartitico, raccolse consensi anche in ambienti social-riformisti della Confederazione Generale del Lavoro, tra i quali quelli di un autorevole dirigente sindacale come Rinaldo Rigola, militante del Partito Socialista Unitario Italiano (PSU), e si configurò come un tentativo per far uscire il sindacalismo antifascista dalla crisi mortale nella quale era precipitato. L’iniziativa del ravennate ricevette segnali positivi da parte di un vasto fronte, che andava dalla Federazione italiana dei Lavoratori del Mare (FILM) di Giuseppe Giulietti all’Unione Italiana del Lavoro poc’anzi ricordata, dal Sindacato Ferrovieri Italiani all’Associazione Nazionale degli Arditi d’Italia (che raccoglieva gli arditi di guerra antifascisti), ma si trattò di successi parziali, inidonei ad incidere su una situazione che ormai evolveva in tutt’altra direzione.

Un giovane Mussolini Presidente del Consiglio

Un giovane Mussolini Presidente del Consiglio

Del resto lo stesso Olivetti si dimise ben presto per protesta dal Comitato per la Costituente Sindacale perché Rinaldo Rigola non aveva mantenuto il suo impegno di dimettersi dal PSU. Per qualche tempo l’iniziativa marciò anche senza Olivetti grazie a De Ambris, il quale per sostenerla, nel gennaio 1923 fondò a Milano, insieme con Rinaldo Rigola e Guido Galbiati, il settimanale Sindacalismo. Il tentativo olivettiano di arginare la prepotente avanzata delle Corporazioni Sindacali fasciste di Edmondo Rossoni attraverso la creazione di un fronte unitario sindacale era stato ormai sbaragliato dal fatto nuovo della marcia su Roma e dall’avvento al potere di Mussolini. Questo avvenimento venne commentato da La Patria del Popolo con vivace disappunto, mascherato da una dichiarazione di attendismo. Le articolazioni del velleitario fronte unitario sindacale si dimostrarono troppo eterogenee per resistere e per organizzare una controffensiva, mentre le divergenze tra Olivetti e De Ambris esplosero in maniera conclamata e tutto si arenò in sterili polemiche personali e in miserabili voci di corridoio. Il 13 settembre 1924 uscì il primo numero de L’Idea Sindacalista, un settimanale che si presentò come “organo del Comitato d’azione e di propaganda sindacale”, diretto da Virginio Galbiati, ma in realtà ispirato da Olivetti, che aveva inviato al Comitato una calorosa lettera d’adesione e che sarà pure l’autore di gran parte degli articoli, anche redazionali, e dei corsivi pubblicati dal giornale. Il 14 febbraio dell’anno successivo, sulle colonne de L’Idea Sindacalista apparve un manifesto redazionale stilato dal romagnolo, intitolato significativamente Contro tutte le mistificazioni risolleviamo in alto la bandiera del Sindacalismo Nazionale! In esso Olivetti ribadì i principi fondamentali del sindacalismo puro e criticò duramente il sindacalismo fascista “irrigidito e fossilizzato, senza precisazione di sviluppi, di tendenze, di metodo”.

Il vero problema da risolvere consisteva ora per il romagnolo nel giungere ad un vero e schietto sindacalismo nazionale, attraverso il riconoscimento giuridico dei sindacati da parte della nazione e con una legislazione statale che valesse nell’interesse della comunità e dei produttori. L’inflessibile polemica antirossoniana da parte di Olivetti portò in quella fase ad un riavvicinamento tra Mussolini e il ravennate. Infatti, il 4 settembre 1924 il direttorio del Partito Nazionale Fascista nominò 15 membri di una commissione per la riforma degli ordinamenti politici e sociali: presieduta da Giovanni Gentile, essa vide tra i suoi componenti la figura di Angelo Oliviero Olivetti, raccomandato direttamente dal Presidente del Consiglio al massimo organismo del partito. La Commissione dei Quindici lavorò per circa due mesi e produsse la proposta e la relazione da cui derivò la legge sulle società segrete, nonché una relazione sui rapporti tra potere esecutivo e potere legislativo. Il 31 gennaio 1925 il governò nominò, in sostituzione della precedente, una nuova commissione allargata, la Commissione dei Diciotto, che fu un semplice rimaneggiamento della precedente, con la presenza di Olivetti anche in questa occasione. All’interno della commissione si manifestò subito una maggioranza guidata dal sindacalista ravennate favorevole ad un rinnovamento della struttura statale su base corporativa: ad essa si contrappose una minoranza divisa e frazionata per idee, interessi, proposte.

In campo sindacale si manifestò ancora una volta il contrasto tra Angelo Oliviero Olivetti e Edmondo Rossoni; il primo fu favorevole alla libertà associativa e sindacale che avrebbe dovuto condurre ad una graduale formazione corporativa, mentre il secondo sostenne la necessità del monopolio sindacale, ovvero del riconoscimento da parte dello Stato, per ogni categoria, di un solo tipo di sindacato operaio e di un solo tipo di sindacato padronale, secondo la formula del Sindacalismo Integrale. In commissione prevalse la tesi di Olivetti. La Commissione dei Soloni (così ne erano stati chiamati i componenti) ultimò i suoi lavori nel giugno 1925; ebbe inizio allora una violentissima polemica tra i sostenitori delle diverse tesi, fino a quando il 2 ottobre 1925 venne firmato il Patto di Palazzo Vidoni che stabiliva, fra l’altro, il riconoscimento reciproco della Confindustria e della Confederazione rossoniana come unici ed esclusivi rappresentanti degli imprenditori e dei lavoratori: fu il trionfo momentaneo di Edmondo Rossoni, che pagherà con il crescente isolamento e con la successiva irrilevanza politica il prezzo del suo successo. Mussolini smentì i risultati del lavoro dei Soloni e capitolò accettando il regime di monopolio sindacale che egli credette avrebbe rafforzato il suo potere. Olivetti, deluso dall’esito di quella contesa, da quel momento si dedicò alla libera docenza; infine nel 1931 egli fu nominato professore ordinario presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Perugia, dove insegnò Storia delle dottrine politiche. La morte lo colse per infarto a Spoleto il 17 novembre 1931 all’età di cinquantasette anni.