Era una fredda e tetra giornata di ottobre del 1849, quando per le strade di Baltimora, fu ritrovato un uomo che vi si aggirava, il cui aspetto, logoro ed emaciato ammoniva gli ignari passanti di cedere il passo. Strattonatosi da un capo all’altro della via, provenendo da chissà dove, sostenendosi con le mani lungo le pareti degli edifici, lo sguardo empio d’orrore e angoscia, annaspava tra vacue speranze alla ricerca di una meta ignota. Vacillando, esausto, delirante al bordo di un marciapiede, lo sconosciuto si accasciò e cadde per l’ultima volta al suolo. “Reynolds… Reynolds… ” urlava in preda a un parossismo di terrore e allucinamento, ritrovatosi all’ospedale del Washington College. Un delirio e uno sconforto esaltati dal morboso incedere della fine.

Seguirono quattro lunghi giorni, cadenzati da stati di lucidità breve e angoscia penetrante, alternati a momenti di totale incoscienza, quando verso le cinque del mattino del 7 ottobre, la morte lo raggiunse. Il corpo del misterioso uomo giaceva inerme, privo di vita sul lettino, fra lenzuola madide di paura e sudore, mentre il sole del primo mattino ne svelava i lineamenti marcati e l’espressione dura del volto, resa dolce e serena dal bacio silenzioso della morte. Nessuno aveva la minima idea di chi fosse quello strano individuo, deceduto in solitudine e tristezza. Solo più tardi, e non senza sgomento, si scoprì che quella salma apparteneva a uno dei più celebri scrittori statunitensi, il cui nome era Edgar Allan Poe.

Dagherrotipo di Edgar Allan Poe

Dagherrotipo di Edgar Allan Poe

Secondogenito di Elizabeth Hopkins e David Poe, Edgar nacque a Boston il 19 gennaio del 1809. I genitori, entrambi attori, non diedero né a lui, né a Henry e a Rosalie, gli altri due figli, le attenzioni dovute. A seguito di viaggi di lavoro, reiteranti spettacoli e tournée straordinarie per garantire un dignitoso sostentamento alla famiglia, i coniugi furono costretti ad affidarne le cure ad amici e conoscenti. La sorte volle che a Edgar toccasse John Allan, ricco mercante scozzese e amico del nonno materno, residente a Richmond. Trascorsi alcuni mesi dalla sua nascita, David fugge di casa, forse esacerbato dal crescente successo della moglie, e dagli sbeffeggi di una critica astiosa e minimale nei suoi riguardi, mentre tre anni dopo la stessa Elizabeth, colpita da una devastante tubercolosi polmonare, muore, lasciando in solitudine e amarezze i suoi imberbi fanciulli. Inizialmente contrario, John Allan, spinto dalle richieste di un’altra famiglia che aveva acconsentito ad accogliere la sorella solo se lui avesse accettato Edgar, suo malgrado, prese il bambino con sé. Tuttavia egli non lo riconobbe mai formalmente, né lo adotta per via legale.

Forse è da rintracciare in questo periodo la formazione, nell’animo del piccolo Edgar, di quel senso di estraneità, di quel sentirsi vagabondo perenne nel mondo, che si porterà dietro per tutta la vita e che riverserà a più riprese nelle pagine dei suoi racconti. Gli anni della giovinezza sono per lui anni decisivi, che andranno a incidere fortemente sul suo carattere, nonché sulla sua personalissima concezione artistica. Nel 1815 la famiglia Allan si trasferisce in Gran Bretagna. Qui, investito dalla corrente esaltante del romanticismo, riceve un’educazione prettamente inglese frequentando diverse scuole private nei pressi di Londra. Ossessionato quasi convulsamente dalla poesia, Edgar dimostra ben presto di possedere una memoria fuori dal comune. Ammaliato dalla figura dell’eroe byroniano, dai versi di Keats e Shelley letti durante le lunghe fughe nei boschi che cingevano la scuola o sulle lapidi dei cimiteri, aveva cominciato da poco a comporre versi, a tratti ironici a tratti distruttivi nella loro sensibilità, esercitandosi con l’uso delle rime, isolandosi spesso, preferendo al trambusto e alle risa dei suoi compagni il silenzio della solitudine.

Da bambino non ero come gli altri,
non vedevo come gli altri vedevano,
né le mie passioni scaturivano
da una fonte comune, e le mie pene
non avevano la stessa sorgente.
Il mio cuore, poi, non si destava
alla gioia in armonia con gli altri.
Io, tutto ciò che amai, l’amai da solo.
Allora, nell’infanzia, nell’aurora
d’una vita tempestosa, trassi
il mistero che ancora m’imprigiona
da ogni abisso del bene e del male,
e dal torrente o dalla sorgente,
dalla roccia rossa della montagna,
dal sole che tutto m’avvolgeva
nel suo autunno colorato d’oro,
dal fulmine del cielo che improvviso
mi sfiorava, scoppiava accanto a me,
dal tuono, dalla furia della pioggia,
e dalla nube che prendeva forma
di un dèmone ai miei occhi
mentre il resto del cielo era sereno.

Cinque anni più tardi Poe fece ritorno a Richmond continuando gli studi presso l’Accademia di Richmond. A questo peridio risale la composizione To Helen dedicata a Elena Stannard, madre di un suo compagno di studi, di cui Edgar si invaghisce e a cui fa visita col pretesto di aiutare il suo amico. Quando vennero alla luce i suoi sentimenti, gli fu impedito di farle visita. Alcuni mesi più tardi, la donna morì, a causa di un tumore al cervello; aveva solo ventiquattro anni. Poe ne è devastato: piange per notti intere sulla sua tomba, spesso sotto la pioggia.

Ritratto di John Allan

Ritratto di John Allan

Conclusi gli studi, al giovane Edgar sembrano aprirsi un mondo di possibilità, proprio ai suoi piedi sembra aspettarlo un futuro glorioso e pieno di speranze: è un ragazzo colto, brillante a cui non manca né acume né raffinatezza. Gli esiti della realtà tuttavia sono assai distanti dalle nostre aspettative, e molto raramente tendono a coincidere con la nostra volontà. Intento a decidere se iscriversi o meno all’università, fa la conoscenza di Sarah Royste della quale si innamora, stringendo con lei un forte legame d’amicizia. Il tempo passa, e Poe è sempre più convinto della sua vocazione di scrittore e poeta. Decide così, spinto anche dal suo patrigno, di iscriversi all’Università della Virginia, alla facoltà di lingue antiche e moderne allontanandosi dalla Royste. Ben presto però comincia lentamente a sprofondare in quel caos desolante che è una vita dissoluta. Rincorre forsennatamente vizi che, in una società qual era quella degli Stati Uniti di quei tempi, risultano fatali per l’esistenza: alcool, gioco d’azzardo e tabacco, eccedeva egli, come la sua natura era incline, in tutte le misure possibili.

La condotta è notata da John Allan, che nel frattempo, dopo vari ammonimenti, stanco di fare da intermediario tra Poe e i suoi creditori, decide di non inviare più soldi.  Nel tentativo di pagarsi gli studi Poe aumenta le poste nelle partite a carte arrivando a un debito di circa duemila dollari. Oramai è sul lastrico: arriva a spaccare i mobili della stanza e a bruciarli nel camino per tenersi al caldo. Il rapporto fra i due inasprisce, fino a deteriorarsi completamente quando Edgar in preda alla rabbia, non potendosi più mantenere all’università e per sfuggire dai creditori, nel 1827 si arruola nello United States Army come soldato semplice sotto falso nome. Ne segue una brillante carriera militare che lo vedrà raggiungere il grado massimo di Sergente dell’artiglieria. In questo periodo, prende servizio a Boston.

Questo luogo evoca nel suo animo una spirale di ricordi e immagini tumultuose: risveglierà in lui emozioni contrastanti dove vecchi e fumosi rimandi del passato si mescolano ad affetti perduti e nostalgie recondite. Paure, in ultima analisi, di chi non ha mai realmente superato il dramma dell’abbandono. È di questo periodo il primo tentativo editoriale di Edgar: una raccolta di quaranta pagine di poesia, Tamerlano e altre poesie firmato “il bostoniano”. Il testo passa totalmente inosservato, benché dà al bostoniano un’occasione preziosa di misurarsi con le sue capacità poetiche e di riflettere sulle vie da percorre per emergere. Il poemetto che dà il titolo al volume -storia resa celebre in epoca elisabettiana da Christopher Marlowe – è influenzato chiaramente dal fascino romantico che Poe subisce durante gli anni della giovinezza. 

Abitazione in cui Poe fu ospitato dalla zia Maria Clemm, durante il suo periodo a Baltimora. Qui incontrò nuovamente, dopo alcuni anni, il fratello Henry e conobbe la sua futura sposa Virginia Clemm, cugina di primo grado.

Abitazione in cui Poe fu ospitato dalla zia Maria Clemm, durante il suo periodo a Baltimora. Qui incontrò nuovamente, dopo alcuni anni, il fratello Henry e conobbe la sua futura sposa Virginia Clemm, cugina di primo grado.

Desideroso di tornare a casa, nel 29 febbraio del 1829 ad attendere Poe sulla soglia è la tragica notizia della morte della madre adottiva Frances, avvenuta il giorno prima che arrivasse. Sulla sua tomba, stremato e ebbro di sconforto, verserà lacrime amare. Ella non rappresentava solamente quella che comunemente è definita figura materna, piuttosto incarnava, quanto più realisticamente fosse plausibile, l’idea di famiglia e di amore incondizionato che ne deriva, concetto del tutto estraneo a Poe, che con la morte di Frances divenne ancor più un miraggio lontano. Solo più tardi verrà a conoscenza che Allan, risoluto nell’allontanarlo definitivamente, lo aveva tenuto all’oscuro sulla malattia degenerativa della moglie. La ferita che si era aperta nel rapporto fra i due sembrava quanto mai insanabile, e a decretarne la fine è il convolo a seconde nozze del patrigno e il successivo non riconoscimento di Edgar come figlio adottivo. Rinnegato e senza un soldo, il 15 aprile dello stesso anno lascia l’esercito.

Allontanato dalla famiglia adottiva, ricerca conforto nel fratello Henry, che nel frattempo, dopo una carriera in marina e da scrittore, è andato a vivere a Baltimora con la zia vedova Maria Clemm e la figlia Virginia. Molte volte il piccolo Poe faceva insistentemente richiesta, dopo la separazione, di vedere il fratello maggiore, sebbene raramente Allan acconsentisse. Entrambi, fin da piccoli condividevano la medesima passione per la letteratura e per la poesia, costante che li ha sempre uniti. L’anno successivo Poe è ammesso alla United States Military Academy di West Point. Viene subito notato dai cadetti per la sua sagacia, per l’ironia con cui canzonava i superiori, ma sopratutto per le note capacità di mettersi nei guai e di disobbedire gli ordini. Fu cacciato per dissolutezza e processato per insubordinazione.

Ritratto di Virginia Clemm

Ritratto di Virginia Clemm

Stanco di una vita vuota e senza prospettive, parte alla volta di New York in cerca di fortuna. Con i soldi donatigli dai cadetti riesce a pubblicare Poems, con una dedica ai compagni benefattori. Il volume contiene fra le altre una prima versione di Irafel, La città del mare e il lungo poema Al Aaraf. Tornato a Baltimora, assiste il fratello, che a seguito di problemi di alcolismo si appresta a morire. I debiti accumulati da Henry, alla sua morte, avvenuta il primo agosto nel 1831, gravano su di lui e poco mancò al suo arresto. Rimasto temporaneamente a Baltimora, approfondisce il suo rapporto con la cugina Virginia verso la quale prova un forte trasporto emotivo. Sebbene deluso e scoraggiato dall’insuccesso delle sue pubblicazioni, destabilizzato dall’ennesimo lutto, su consiglio della zia tenta la strada della prosa. Fu proprio Maria Clemm infatti, che conscia del talento del nipote, a dargli coraggio e ad appoggiare seriamente Edgar, inviando i suoi scritti a numerosi concorsi letterari. Fra questi racconti vi era Manoscritto trovato in una bottiglia, per il quale il Baltimore Saturday Visiter assegnò a Poe un premio in denaro.

Oltre al compenso monetario, ciò che il concorso elargì a Edgar fu una inaspettata, anche se piccola notorietà. Attirato infatti, su di sé lo sguardo di alcuni editori e uomini di lettere, riuscì a trovare, un posto di lavoro Southern Literary Messenger a Richmond, come assistente al montaggio. A seguito di numerose incomprensioni con il direttore del periodico, Thomas White, Edgar tuttavia, fa ritorno a Baltimora, dove tra esitazioni e tentennamenti, apre il suo cuore a Virginia e le confessa il suo amore. Sebbene la notevole differenza d’età e la prospettiva di un amore impossibile, i due decidono di sposarsi. La ragazza ha infatti solo tredici anni al momento del matrimonio, eppure la passione precoce fra i due sembra essere inarrestabile. Riconciliatosi con White ritorna a lavorare a Richmond. Alcuni dei redattori, venuti a conoscenza del talento di Edgar cominciano a interessarsi ai suoi racconti, in cui ciò che risalta preminentemente è la profonda e vasta cultura dell’autore, oltre a un’incredibile capacità di narrazione. Poe mostra loro anche alcuni saggi e opinioni sulla letteratura, scritti tra un spostamento e l’altro in cerca di lavoro, facendo meraviglia per quelle sua abilità stilistiche e sensibilità critica.

Si rivela ben presto un ottimo critico, arguto e intransigente, e il suo ruolo all’interno del periodico crebbe notevolmente, fino a renderlo praticamente autonomo nella gestione del lavoro. In quegli anni pubblica diverse poesie, racconti, facendosi apprezzare oltretutto come recensore di libri. Entusiasmato dal tenue successo, Edgar tenta di affermarsi definitivamente come scrittore e nel 1838 dà alle stampe Storia di Arthur Gordon Pym, esemplificativo del genere di tematica che in lui vedrà il massimo esponente: l’horror. L’opera arriva ad attirare l’attenzione di Herman Melville, ed è la composizione in prosa più lunga dell’autore. Da questo momento in poi, Poe va incontro ad una breve stagione di successo: ammirato come critico e come scrittore comincia a collaborare con molte riviste prestigiose dell’epoca. Trasferitosi a Philadelphia, ottiene un posto fisso come redattore al Burton’s Gentleman’s Magazine.

È al massimo della sua espressione creativa: incoraggiato dalle critiche favorevoli e aumentata la sua reputazione come critico, pubblica nel 1839 una serie di racconti che vanno sotto il titolo Racconti del grottesco e dell’arabesco, pur tuttavia passato inosservato. In questo volume sono presenti alcuni dei lavori più interessanti tra cui Ligeia, storia che ruota intorno al dilemma dell’identità dell’anima dopo la morte, La caduta della casa Usher malessere individuale e inquietudine universale sullo sfondo di una casa in rovina, e William Wilson dai tratti biografici, narra la storia di un personaggio e del suo alter ego maligno. Il racconto sarà d’inspirazione a Robert Louis Stevenson per il romanzo breve Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde.

L'Università della Virginia, dove Poe studiò per poco più di un anno prima di abbandonare per difficili situazioni finanziare

L’Università della Virginia, dove Poe studiò per poco più di un anno prima di abbandonare per difficili situazioni finanziare

Nel 1841, comincia a scriver per altre testate, tra cui il Gift e il Graham’s Magazine, pubblicando vari studi letterari e critici su scrittori contemporanei. I suoi giudizi si fanno sempre più duri ed esigenti: comincia una battaglia contro i trascendentalisti, in particolare Emerson, a cui Poe non perdona l’ipocrisia e i sofismi dietro celati. Le sue composizione, come lo stesso Poe afferma spesso, possono essere considerate una risposta decisa a quel movimento incipiente, che si stava affermando in America. La sua lotta più ardua, che gli valse il disprezzo del mondo accademico, fu certamente quella ai danni di Henry Wadsworth Longfellow. Poe accusò il poeta di “eresia del didattico”, che spinge a credere di dover comporre una poesia che abbia un contenuto di Verità e di Morale. Secondo Edgar, al contrario, la grande poesia è fine a sé stessa.

L’essenziale è il concetto della brevità e dalla necessità che la poesia non debba nascere in funzione di un argomento politico, storico o morale, ma ponga l’attenzione su aspetti estetici e ai valori musicali del testo. Questa guerra gli valse l’odio dei suoi contemporanei, che a poco a poco lo emarginarono. Tra il 1841 e il 1842 pubblica scritti di un certo calibro, come Il ritratto ovale, La maschera della morte rossa e quello che è considerato all’unanimità il capostipite del genere poliziesco I delitti della Rue Mourge, in cui è elaborato per la prima volta il processo deduttivo per la risoluzione di un caso. Antesignano del racconto poliziesco, Poe inaugura con Auguste Dupin, la nascita degli investigatori deduttivi che troveranno in Sherlock Holmes e Poirot le massime realizzazioni artistiche.

In questi anni Poe, deciso a sfidare i canoni letterari del suo tempo una volta per tutte, dà alle stampe Il principio poetico, opera in cui, senza mezzi termini, il bostoniano traccia le direttive per la realizzazione di un’opera efficace. Concisione, brevità, e un significato non espresso apertamente al pubblico, ma velato da uno strato di oscurità. Queste sono le stelle da seguire in quel cielo infinito che è l’arte. In buona sostanza definisce una forma di romanticismo portato all’estremo. Il tono da preferire è quello malinconico mentre il tema perfetto è quello della morte di una giovane donna.

Una illustrazione di Gustave Dorè, celebre incisore francese, tratta da una scena della celebre opera "Il corvo"

Una illustrazione di Gustave Dorè, celebre incisore francese, tratta da una scena della celebre opera “Il corvo”

Le disgrazie e i lutti nella vita di Edgar sembravano essere un ricordo lontano, sebbene vivere con la costante e segreta paura di poter perdere da un momento all’altro le persone a lui più care, rappresentava per lui quasi la normalità. Eppure quel sentimento di speranza che avversa la rassegnazione e che trionfa sull’esistenza stava cominciando ad affiorare in lui. Tuttavia, quel periodo sereno e idilliaco, fu solo uno scorcio di luce in mezzo a una tempesta buia. L’anno successivo Virginia, comincia a mostrare i primi sintomi della tubercolosi, gettando Poe nella disperazione.

Aumentano le dosi di alcool, le liti con i colleghi; le recensioni sempre più mordaci fino sfociare in veri e propri insulti. Per distrarre la mente comincia a interessarsi alla crittografia. Costantemente attento alle novità scientifiche, in particolare alle scoperte sull’elettromagnetismo di Michael Faraday (pubblicherà un poema in prosa, Eureka, in cui partendo dalle teorie di Newton e Laplace, presenterà un’immagine dell’universo come un connubio tra spiritualità e materialità) e sul mesmerismo (tematiche che saranno al centro di due racconti La verità sul caso del signor Valdemar e Rivelazione Mesmerica), grazie a una formidabile memoria riesce a introiettarne i complicati meccanismi, pubblicando nel 1841 Qualche parola sulla scrittura segreta. Ciononostante il lavoro di maggior successo che ha come argomento la crittografia è Lo scarabeo d’oro, racconto che riscuote un notevole consenso di pubblico.

Nel frattempo comincia a lavorare ad un‘altra composizione, forse, dal punto di vista artistico la più alta e la più ambiziosa che abbia mai realizzato: Il corvo. Pubblicata sull‘Evening Mirror per il risibile prezzo di 9 dollari, desta notevole scalpore consacrandolo definitivamente al successo. Pur tuttavia all’immediato clamore della sua opera corrisponde l’immediato aggravarsi delle condizioni di salute della moglie. Scoraggiato e afflitto Edgar insieme alla giovane Virginia e sua madre, affitta una casa nei pressi di Kingsbridge, in quello che oggi è conosciuto come Bronx.

L’aria di campagna e la solitudine doveva fungere da antidoto a quella crudele malattia. Tuttavia, le cure, le premure e le attenzioni amorevoli del suo consorte non risparmiano la fragile creatura dalla morte. Il 30 gennaio del 1846 Virginia spirò. Nessuno potrà mai immaginare lo stato in cui Poe versava durante quelle giornate, che ad un cuore che tanto ha amato, ed è stato privato della persona amata, appaiono infinite come il supplizio di un dannato. Il dolore e l’amarezza sono ora il suo pane quotidiano. In una lettera, alcuni anni più tardi scrisse:

Sei anni fa a mia moglie, che amava come nessun altro uomo ha mai amato prima, si ruppe un’arteria mentre cantava. Si disperò della sua vita. Presi un eterno congedo da lei e subii tutti gli strazi della sua morte. […] Divenni pazzo, con lunghi intervalli di orribile lucidità.

Dopo le esequie lo scrittore passeggiava spesso, solo, sofferente, dalla sua casa fino alla tomba della defunta. Talvolta queste passeggiate lo portarono al St. John’s College dei gesuiti, i quali furono ben lieti di riceverlo sovente a cena per discutere di letteratura. Sono gli ultimi anni della travagliata esistenza di Edgar. Caduto in miseria e ridotto alla fame, aveva smesso di tenere conferenze e al contempo, aveva appena completato la realizzazione de La filosofia della composizione, saggio in cui descrive la genesi de Il Corvo. Negando l’intuizione estatica “Poe è risoluto nell’affermazione della logica e della razionalizzazione alla base di ogni concezione artistica”.

I suoi racconti, suggestivi, ombrosi, viscerali, infondono nel lettore forti sensazioni di disagio e terrorenon tanto per le tematiche in sé, ma piuttosto perché dotati di una lampante lucidità evocativa. Il sopravvento di impulsi segreti che immaginiamo inabissati nella voragine della coscienza, riemergono tutto a un tratto, in situazioni e circostanze particolari, stritolandoci, abbattendoci, lasciandoci esangui. Eppure il suo lavoro non è quel freddo esercizio che vorrebbe far credere. È come se nelle sue opere agisca con uguale peso il mistero del dono e la sapienza dell’artefice. Le fantasticherie mirabili dell’autore sono abilmente ricamate fra le combinazioni dei ritmi e dei suoni, guidando il lettore tra la magia della concezione e il sinuoso fascino dell’armonia. Scriverà Baudelaire:

La sua poesia era trasparente ed esatta come un gioiello di cristallo.

 È proprio la nascente cultura francese del simbolismo e del decadentismo infatti a riconoscere a Poe i suoi meriti e il suo genio, ed è solo grazie ad autori quali Mallarmé e lo stesso Baudelaire che le sue opere sono tradotte e distribuite nell’ambiente europeo.

Scatto di Baltimora nel 1850

Scatto di Baltimora nel 1850

Il tragitto da Richmond a Baltimora, attraverso la Virginia fin su nel Maryland, copre una distanza di circa centocinquanta miglia. Edgar era in uno di quei treni diretto a Philadelphia un mese prima di essere misteriosamente ritrovato privo di sensi, nell’intento e con la speranza, di strappare l’ennesimo contratto con editori che, nella maggior parte dei casi, avrebbero rifiutato la sua collaborazione. L’indole ribelle, il temperamento belligerante, unito all’alcool e all’oppio che acuivano in lui queste predisposizioni d’animo, furono sempre suoi compagni inseparabili di viaggio e causa perenne del suo fallimento come uomo e parimente, della sua incapacità di affermarsi appieno nel panorama letterario dell’epoca. Così come dell’astio riservatogli dagli intellettuali del suo tempo. Era rigettato sia dal circolo accademico verso cui ostentava una superiorità intellettuale e morale, sia dal ceto medio verso cui guardava con biasimo e disprezzo come il più altero degli aristocratici; non passò molto tempo prima di ritrovarsi completamente solo, abbandonato.

Molti lo hanno definito come il primo scrittore alienato d’America, altri l’antesignano di quelli che in Francia saranno chiamati i poeti maledetti. Poe è foriero di un estetismo estremo che consiste nel non riuscire ad adeguarsi all’esistenza comune della gente. Eppure, c’è nella sua anima inquieta, nelle profondità del suo universo interiore, indecifrabile, complesso, una zona d’ombra, un luogo inesplorato, carico di un significato nascosto. Sentimenti inespressi, intransigenti nella desolazione degli affetti, sentimenti di distacco che lo colpiscono ripetutamente. La geometria scura del suo mondo, la logica buia, morbosa nella sua applicazione, quasi il caposaldo della sua esistenza, altro non era forse che un pretesto col quale colmare il vuoto procurato dal dolore della perdita, un modo per giustificare e dare un senso alla sofferenza, a quell’amore che la vita, costantemente, gli aveva negato.

Adesso gli ultimi raggi di luce dissolvono, lasciando annegare Baltimora nella profonda oscurità della sera; nel pallido riverbero vespertino, Edgar guarda sul finestrino del treno, il suo riflesso vitreo che l’ombra inghiotte lentamente. Fissa i suoi occhi mentre sullo sfondo sfila una città desolata, penetrandovi fino a perdervisi dentro: tutto lo aveva abbandonato tranne la certezza della morte. E nel lento declivio del sole, una voce eterea si insinuò nella sua mente, un eco che richiamava pensieri oscuri, lontani, ineffabili perché mai pronunciati con consapevolezza, ma sussurrati piuttosto, con timore, ripetutamente, ossessivamente, all’orecchio stanco di una coscienza orami afflitta:

E quel corvo senza volare, siede ancora, siede ancora,

Sul pallido busto di Pallade sulla mia porta

E sembrano i suoi occhi quelli di un diavolo sognante; 

la luce della lampada getta a terra la sua ombra 

E l’anima mia dall’ombra che sul pavimento ondeggia

Non si solleverà mai più.