Quando le esponenti dell’universo femminile – soprattutto quelle cocciute, testarde, anticonformiste e sopra le righe – si mettono in testa di fare qualcosa, il più delle volte ci riescono, forse e soprattutto quando il qualcosa in questione sono imprese che hanno dell’incredibile. È ad Atchinson, cittadina del Kansas, che il 24 luglio 1897 emette i primi vagiti colei che riuscirà, nel corso di un’intensissima vita, a diventare una bandiera dello spirito di avventura, del coraggio ed un limpido esempio per tutte le donne che si troveranno a vivere e a farsi strada nel corso del secolo breve.

Pochi anni dopo la sua nascita, la madre Amy e il padre Edwin si trasferiscono a Des Moines nell’Iowa, alla ricerca di un lavoro e per tale motivo, preferiscono lasciare a casa, almeno inizialmente, le due figlie Amelia e Muriel, nata nel 1899. I primi anni della sua vita li trascorre dunque dai nonni ad Atchinson, dove tra l’altro la sua famiglia è piuttosto conosciuta: Alfred Gideon Otis, nonno materno di Amelia, era stato un giudice federale e successivamente aveva ricoperto l’incarico di responsabile della Atchison Savings Bank.

Fin da subito la maggiore delle Earhart dimostra di avere un carattere estremamente ribelle e anticonformista: al contrario di quel che ci si aspetterebbe da una bambina, infatti, Amelia scala alberi, esplora il vicinato, colleziona vermi e farfalle, va a caccia di topi con un fucile calibro 22. Nel 1904 poi, con l’aiuto di uno zio, costruisce una piccola rampa, che viene quindi assicurata al capanno degli attrezzi di casa. L’esuberante ragazzina si arrampica fino in cima e, a bordo di una cassetta di legno, si lancia nel vuoto. L’atterraggio è disastroso, ma per fortuna se la cava solo con qualche livido. È la sua prima, seppure anomala, esperienza di volo.

Uno scatto della Earhart nel 1908, all’età 10 anni

La bambina inoltre, crescendo, inizia a tenere un album in cui raccoglie articoli di giornale riguardanti donne che hanno avuto successo in campi prevalentemente maschili – tra cui direzione e produzione di film, legge, pubblicità, management e ingegneria meccanica –. L’incontro che segnerà per sempre la sua vita, quello con gli aerei, avviene quando Amelia – che nel frattempo, insieme alla sorella, nel 1908 si era riunita ai genitori – ha appena 10 anni. Ma lì per lì non ne rimane particolarmente colpita.

E’ una cosa di filo arrugginito e di legno e non sembra affatto interessante

Così dirà con tono assente dopo aver visitato con il padre la fiera aeronautica dell’Iowa a Des Moines. L’infanzia prosegue e la giovane ancora non si rende conto di quanto quel primo contatto con il mondo dell’aviazione sarà determinante. Dopo essersi diplomata alla Hyde Park High School di Chicago nel 1916, frequenta la Ogontz School for Girls di Filadelfia in Pennsylvania. Lascia l’istituto dopo soli due anni per andare in Canada – dove la sorella si era trasferita dopo il matrimonio – a seguire un corso per diventare infermiera presso la Croce Rossa: la sua idea è quella di mettersi a disposizione dello Spadina Military Hospital di Toronto per curare i soldati feriti durante la Grande Guerra.

Lady Lindy. Foto di “The Errant Æsthete”

In questo periodo – siamo nel 1918 – Amelia contrae la terribile influenza spagnola, dalla quale si riprende dopo oltre un anno. La convalescenza comunque non trascorre invano: la ragazza infatti la passa leggendo molto e istruendosi in meccanica. In seguito approfondisce gli studi infermieristici studiando medicina alla Columbia University di New York. Il 28 dicembre del 1920, a 23 anni, accade qualcosa di determinante: la giovane Earhart va ad raduno aeronautico presso il Daugherty Airfield a Long Beach in California e sale per la prima volta su un aereo per un breve volo turistico – dura meno di dieci minuti – nei cieli sopra Los Angeles.

Quando raggiunsi la quota di due o trecento piedi, seppi che dovevo volare

Queste le sue parole fatidiche raccontando di quell’esperienza. Una coriacea caparbietà le farà ottenere presto l’agognato risultato: inizia infatti a prendere lezioni di volo, facendo grossi sacrifici per pagarle. E con l’aiuto economico della mamma e della sorella – il padre, riferiscono i biografi, ha problemi di alcolismo, fatto che gli rende difficile mantenere a lungo un impiego e quindi una rendita economica sufficiente per mantenere la famiglia – nel 1922 compra il suo primo aero: un biplano Kinner Airster di seconda mano dipinto di giallo brillante battezzato simpaticamente “Canarino”. Nella primavera del 1923 Amelia consegue il brevetto di pilota – è la sedicesima donna al mondo a conquistare tale risultato – e comincia la sua carriera nei cieli salendo, a bordo di “Canarino”, ad un’altitudine di 14 mila piedi – circa 4300 metri –.

Il saluto di Amelia. Foto proveniente dalla Library of Congress

È il primo record femminile battuto dalla giovane Earhart, che non si ferma qui nonostante le difficoltà economiche – a causa di alcuni investimenti azzardati, perde quasi tutto ed è costretta a vendere il “Canarino” e un altro piccolo aeroplano che aveva acquistato – e i ricorrenti problemi di salute legati ad una sinusite cronica contratta quando si era ammalata di spagnola. Dopo il divorzio dei genitori, a metà degli anni Venti, Amelia e la madre si trasferiscono a Boston.

Qui la ragazza viene operata con successo per curare la sinusite e torna all’università. Ma ci resta poco, perché non può permettersi di pagare gli studi. Si trova quindi un lavoro come assistente sociale in una struttura specializzata, che le consente di mantenersi e continuare a volare. Ed è proprio mentre sta lavorando che, un pomeriggio di aprile del 1928, Amelia riceve una telefonata. All’altro capo dell’apparecchio, una voce maschile le chiede:

Ti piacerebbe essere la prima donna a volare sull’Atlantico?

Lei ovviamente non se lo farà ripetere due volte ed accetta immediatamente. Prima di partire i coordinatori del progetto – tra loro l’editore e pubblicitario George Palmer Putnam, che poi si innamorerà di Amelia e, il 7 febbraio 1931, si unirà a lei in matrimonio – rilasciano un’intervista a New York. Quindi, dopo una serie di rinvii dovuti a condizioni meteo avverse, il 17 giugno 1928, da Trepassey Harbour, avviene il decollo. A bordo del Fokker F7 chiamato simbolicamente “Friendship”, oltre ad Amelia ci sono il pilota Wilmer Stults e il meccanico e co-pilota Lou Gordon. La Earhart non ha particolari compiti da svolgere.

Wilmer pilotò per quasi tutto il tempo. Io ero solo un bagaglio. Venni trasportata come un sacco di patate

Una giovane Amelia in posa davanti al suo Fokker F7 “Friendship” nel giugno 1928. Foto Hulton-Deutsch Collection/Corbis

Dirà la stessa Amelia. Ma quando l’aereo, poco meno di 21 ore dopo, prende terra a Burry Port – in Galles –, i riflettori sono puntati tutti su di lei.  Al ritorno negli Stati Uniti Amelia lei e i suoi compagni vengono accolti, a New York, da una folla festante. E sono invitati ad un ricevimento alla Casa Bianca dall’allora Presidente americano Calvin Coolidge. È solo l’inizio per quella che ormai tutti considerano un’eroina nazionale. Anche grazie ai consigli di George Putnam – che le fa da manager, organizzando la sua sempre più piena agenda di impegni –, la Earhart diventa infatti una vera e propria star.

Oltre a campagne pubblicitarie, partecipazioni a conferenze e incarichi presso varie compagnie aeree, la giovane “Regina dell’aria” non manca di scrivere articoli e libri, prontamente pubblicati da colui che nel frattempo è diventato suo marito. Il suo primo best seller, dedicato all’avventura a bordo di “Friendship”, si intitola “20 hours-40 minutes” – seguiranno, negli anni successivi, “The fun of it” e “Last flight”, pubblicato postumo –. Tutto questo le garantisce la tranquillità finanziaria – i proventi delle sue numerose attività sono infatti sufficienti a eliminare qualsiasi problema economico – che le consente sia di proseguire nella sua sfolgorante carriera di aviatrice sia, cosa a cui tiene moltissimo, di dedicarsi alla promozione dell’aviazione, in particolare quella femminile.

La pioniera del volo e suo marito George Putnam

L’8 aprile 1931 Amelia compie una nuova impresa stabilendo il record mondiale di altitudine (18415 piedi, 5613 metri) a bordo di un Pitcairn Pca2 e in seguito, il 20 maggio 1932, diventa la prima donna al mondo a compiere la trasvolata oceanica in solitaria: fino a quel momento ci era riuscito, nel 1927, soltanto Charles Lindbergh – da qui il soprannome di “Lady Lindy”, con il quale da quel momento venne sempre più spesso chiamata –. Il decollo, a bordo di un Lockheed Veda, avviene da Harbour Grace, Terranova. L’atterraggio, dopo un volo durato 14 ore e 56 minuti, doveva essere a Parigi, ma a causa di problemi meteo, avviene a Culmore – non lontano da Derry, in Irlanda del Nord –. A proposito della sua ennesima impresa, l’aviatrice racconta:

Dopo aver spaventato la maggior parte delle mucche nel vicinato mi sono fermata nel cortile di un contadino

Il quale le chiese se arrivava da molto lontano:

Dall’America

Risponde lei soddisfatta. Tale avventura, inevitabilmente, consacra Amelia come la donna più celebre della storia dell’aviazione. E le frutta, tra l’altro, diversi riconoscimenti tra cui la Medaglia d’Oro della National Geographic Society, consegnatale direttamente dal Presidente americano in carica Herbert Hoover e la Disginguished Flying Cross, conferita dal Congresso degli Stati Uniti per la prima volta ad una donna. Senza contare la straordinaria accoglienza ricevuta nel corso del viaggio che fece in Europa, tra le varie tappe, immancabile sarà l’Italia: durante il suo soggiorno nella Capitale.

Ritratto della Earhart eseguito da Howard Chandler Christy nel 1933

A testimonianza di tale visita, vi sono alcuni filmati dell’Istituto Luce in cui la si vede passeggiare insieme al marito all’interno del Colosseo e all’Idroscalo di Roma, la celebre aviatrice ebbe tra l’altro occasione di incontrare l’allora Capo del Governo Benito Mussolini e Italo Balbo, anch’egli come è noto celebre aviatore. Il 25 agosto del 1932 l’inarrestabile Earhart conquista un altro primato e diventa la prima donna ad attraversare in volo gli Stati Uniti – da Los Angeles a Newark, nel New Jersey – senza scalo. Un volo durante il quale copre una distanza di circa 3938 chilometri, durato 19 ore ininterrotte. Nel frattempo, coniugando i suoi primati con attività tipicamente femminili, Earhart diventa disegnatrice di moda.

Crea, oltre ad una linea di bagagli per i viaggi aerei, un capo particolare di abbigliamento sportivo appositamente pensato per le donne aviatrici e composto da pantaloni morbidi corredati da cerniere e grosse tasche. L’11 gennaio 1935, inoltre, compie la trasvolata, sempre in solitaria, dell’Oceano Pacifico da Honolulu – Hawaii – ad Oakland – in California –. Un volo di 2.408 miglia a bordo di un Lockheed L10 Electra, durante il quale Amelia, infreddolita, per scaldarsi apre un thermos di cioccolata calda:

“È stata la tazza di cioccolata più interessante che abbia mai bevuto. Ero seduta ad ottantamila metri nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, da sola

La Earhart ritratta subito dopo il suo volo senza scalo dal Messico a New York nel maggio 1935. Foto di Roger Viollet

Sempre più determinata a conquistare successi dove altri avevano fallito, pochi mesi dopo – aprile 1935 –, Amelia è la prima a volare da Los Angeles a Città del Messico e da qui a Newark. Dopo l’atterraggio una grande folla festante invade la pista e si precipita attorno all’areo di Amelia. Che racconta:

Sono stata salvata da alcuni poliziotti, uno dei quali, nella mischia, mi ha preso il braccio destro e un altro la gamba sinistra. Però poi uno ha iniziato ad andare da una parte e l’altro si è mosso nella direzione opposta

Il risultato è stato un fugace assaggio, per l’aviatrice, della tortura dello stiramento.

Comunque era bello essere tornata a casa

Conclude bonariamente lei stessa. Nel frattempo la giovane Earhart entra alla Purdue University come visiting faculty member, ovvero membro della facoltà in visita, per consigliare le donne sulla loro carriera e come consulente tecnico per il Dipartimento dell’Aeronautica. Poco dopo, nel 1937, Amelia, che sta per compiere quarant’anni, inizia a dedicarsi a tempo pieno alla programmazione di un progetto monumentale al quale sta pensando già da qualche mese, convinta del fatto che:

“la preparazione, come ho detto spesso, rappresenta i due terzi del successo di ogni impresa”

Amelia davanti al suo Beech Nut Pitcairn nel 1931

Si tratta della circumnavigazione del globo in aereo seguendo la rotta equatoriale, quella più lunga – 47.000 chilometri –. I finanziamenti li ottiene dalla Purdue University e l’aereo prescelto è un bimotore Lockheed L10 Electra appositamente modificato secondo le specifiche della stessa Earhart – la fusoliera era stata attrezzata con un serbatoio più grande in modo da poter garantire sufficiente carburante per percorsi lunghi –. Quanto all’equipaggio, la sua prima scelta come navigatore è il capitano Harry Manning, ex comandante della “President Roosvelt”, la nave che aveva riportato indietro Earhart dall’Europa nel 1928.

Il secondo navigatore è Fred Noonan, grande esperto di navigazione sia marina sia aerea. I piani dell’aviatrice erano di volare con Noonan fino a Howland – tratto particolarmente difficile della traversata –, di proseguire con Manning fino all’Australia e di concludere il viaggio da sola. Nonostante un primo tentativo, effettuato nel marzo 1937 e non andato a buon fine (nel corso dello stesso, tra l’altro, l’aereo dell’aviatrice viene seriamente danneggiato), Amelia non si perde d’animo.

Ho la sensazione che ci sia solo un altro buon volo per me. E spero che sia questo

Amelia Earhart di fronte ad un aereo nel luglio 1936. Foto dai National Archives

Dice prima di partire nuovamente da Miami il 1° giugno dello stesso anno insieme a Fred Noonan. Facendo rotta verso est, dopo diverse tappe in Sud America, Africa, India e Asia, i due giungono a Lae, in Nuova Guinea, il 29 dello stesso mese. Avevano già percorso più o meno 35 mila chilometri. Ne restavano circa 11 mila di navigazione sul Pacifico. A mezzanotte del 2 luglio 1937, il biplano “Electra” decolla da Lae per fare la tappa successiva, la più impegnativa. Destinazione: l’Isola di Howland – un minuscolo atollo lungo 2km e largo un chilometro e mezzo a metà strada tra Lae e le Hawaii distante oltre 4000 km –.

Per raggiungerla senza problemi, dall’aereo di Earhart e Noonan è stato rimosso, per far spazio a contenitori di carburante aggiuntivo, ogni oggetto non essenziale al volo. La motovedetta ITASCA della Guardia Costiera americana, inoltre, incrocia al largo dell’isola per dare via radio le indicazioni necessarie ad atterrare sulla piccola striscia di terra e altre imbarcazioni statunitensi navigano lungo la rotta con le luci accese, per indicare la direzione.

“Howland è un posto così piccolo nel Pacifico che ogni aiuto per localizzarlo deve essere disponibile

L’aviatrice sorridente all’interno di un abitacolo. Foto di Albert Bresnik

Sottolinea in proposito Earhart. I rapporti meteorologici sono favorevoli, ma Amelia trova il cielo coperto e piogge intermittenti. Il che rende difficile per Noonan l’orientamento direzionale mediante le stelle. All’avvicinarsi dell’alba, Earhart si mette in contatto radio con l’ITASCA e riferisce che il tempo è nuvoloso. Poco dopo chiede aiuto per trovare la rotta. Il cutter risponde, ma lei non riesce a sentire. Alle 7.42 del mattino del 3 luglio, l’ITASCA intercetta la seguente comunicazione:

Dovremmo essere sopra di voi ma non riusciamo a vedervi. Il carburante sta per finire. Non siamo riusciti a raggiungervi via radio. Stiamo volando a 1000 piedi

La nave cerca di rispondere, ma l’aereo sembra non sentire. Alle 8.45, un altro messaggio:

Stiamo volando in linea nord sud

Poi più nulla. Mancavano circa 10mila chilometri di volo sul Pacifico alla fine della prima trasvolata mondiale di una donna.

Prendetemi se ci riuscite

Aveva detto Amelia poco prima di salire a bordo del suo aereo a Lae. Furono le sue ultime parole pronunciate sulla terraferma. Ad Howland infatti, come si è visto, l’Electra non arrivò mai. Se ne sono perse le tracce nei pressi dell’isola Nikumaroro, circa 1000 km dopo Lae. Amelia sapeva che quello che faceva era pericoloso e che ogni volo poteva essere l’ultimo. Anche per questo, prima di una delle sue imprese, lascia al marito una lettera in cui gli scrive che conosceva i rischi della sua attività ma che li avrebbe corsi comunque, perché volare era ciò che desiderava veramente. E conclude affermando che

Le donne devono provare a fare le cose come hanno provato gli uomini. Quando falliscono, il loro fallimento deve essere solo una sfida per gli altri

L’atollo Nikumaroro

Per cercare Earhart e Noonan viene organizzata una mobilitazione senza precedenti – la più estesa della storia navale –, autorizzata dal presidente Franklin Delano Roosvelt in persona: in essa sono impiegate 9 navi e 66 aerei.  Un’operazione che purtroppo non ha avuto successo. Le manovre, che durano 16 giorni, vengono interrotte a malincuore dal governo USA il 19 luglio, dopo che sono stati spesi 4 milioni di dollari e battute 250 mila miglia quadrate di Oceano.

La notizia della scomparsa di Amelia fa presto il giro del mondo e a proposito del destino della celebre aviatrice – dichiarata ufficialmente morta dalla corte di Los Angeles il 5 gennaio 1939 – vengono inizialmente prese in considerazione diverse possibilità. La più probabile è che lei e Noonan siano affogati in seguito ad ammaraggio dovuto ad un guasto meccanico o all’esaurimento imprevisto di carburante per un calcolo errato. Oppure che siano morti dopo un periodo di sopravvivenza in un atollo dell’area in cui l’Electra è precipitato.

Qualcuno ha poi ritenuto che l’aviatrice e il suo navigatore, costretti ad un atterraggio di emergenza, siano stati fatti prigionieri dai giapponesi e da costoro giustiziati in quanto ritenuti spie straniere. Altri ancora hanno addirittura piuttosto fantasiosamente ipotizzato che Amelia si sia salvata e sia tornata in America, facendo volontariamente perdere le proprie tracce nascosta dietro una nuova identità. Il destino dei “Lady Lindy” è rimasto a lungo avvolto nel mistero. Dal luglio 1937 in poi sono state effettuate diverse ricerche, alcune delle quali si sono concluse con scoperte interessanti ma non esaustive.

Cartina illustrata dell’Isola Nikumaroro, con alcuni dei punti di maggior interesse riguardo le spedizioni di ricerca e i resti rinvenuti.

Tra esse vi furono quelle del Gruppo internazionale per il recupero di veicoli storici “Tighar”, che già dalla fine degli anni Ottanta ha iniziato a lavorare sul caso Earhart e facendo numerose spedizioni a Nikumaroro. Nel corso delle stesse sono stati rinvenuti diversi reperti tra cui, a quanto risulta, resti di un vasetto di crema che l’aviatrice era solita usare, pezzi di due bottigliette degli anni 30, ossicini di animali tra le pietre di un focolare e, nel luglio 2012 – come testimoniato da un filmato subacqueo –, parti di un relitto aereo che potrebbero essere appartenuti all’Electra di Amelia Earhart.

Recentemente, inoltre, sono stati diffusi i risultati di un’analisi pubblicata nel marzo 2018 sulla rivista Forensic Anthropology che avrebbe stabilito che i resti ossei trovati nel 1940 sull’isola di Nikumaroro nell’Oceano Pacifico dalla spedizione britannica, guidata dall’ufficiale e pilota Gerard Gallagher, insieme ad alcuni oggetti poi andati perduti, quasi certamente appartengono ad Amelia. Inizialmente furono attribuiti ad un uomo, ma Richard Jantz del Centro di Antropologia Forense dell’Università del Tennessee – prima di lui, nel 1998, un gruppo di antrop0ologi aveva ribaltato tale ipotesi affermando che i resti potevano appartenere ad una donna di alta statura, bianca e di origine europea – ha riesaminato le misurazioni fatte all’epoca. Grazie a tecniche innovative e ad un particolare programma assai diffuso tra gli esperti del settore da lui stesso elaborato, ha concluso che:

Finché non verranno fornite prove definitive che i resti non sono quelli di Amelia Earhart, l’argomento più convincente è che siano i suoi

La figura di Amelia Earhart e il suo mito hanno avuto largo spazio sul grande schermo, nella letteratura e nella musica. Le sono infatti stati dedicati due film – il primo, uscito nel 2009, è intitolato semplicemente Amelia e il secondo, Amelia Earhart: The Final Flight, è stato trasmesso in tv negli usa nel 1994 –, due documentari/inchiesta che ripercorrono la sua storia, intitolati rispettivamente Where’s Amelia Earhart? National Geographic 2008 e Amelia Earhart: The Lost Evidence, History Channel, 2017. Diversi furono i  brani musicali, tra i quali Amelia di Joni Mitchell e L’Aviatrice di Antonella Ruggiero.

Alla memoria di Amelia è poi intitolato il faro di Howland Island, costruito poco dopo la sua scomparsa. A Culmore, in Irlanda del Nord – dove l’aviatrice è atterrata dopo la trasvolata oceanica in solitaria –, c’è un piccolo museo che la ricorda. In tutti gli Usa, inoltre, le sono state intitolate strade, scuole e aeroporti, mentre Atchinson, la sua città di nascita, è divenuta un memoriale permanente della vita e delle imprese di Amelia Earhart il cui spirito, può essere sintetizzato con questa sua frase:

“Alcuni di noi hanno grandi piste di decollo costruite per loro. Se ne hai una, decolla! Ma se non ce l’hai, renditi conto che è tua responsabilità prendere un badile e costruirtene una da solo, per te e per quelli che seguiranno dopo di te”

Amelia fu dunque simbolo di perseveranza, passione e audacia. Ma anche potentissimo stimolo a fare di tutto per inseguire le proprie ambizioni e speranze. Come lei diceva spesso:

“La cosa più difficile è la decisione di agire. Il resto è solo tenacia. Le paure sono tigri di carta. Puoi fare tutto ciò che decidi di fare. Puoi agire per cambiare e controllare la tua vita e il percorso che fai è la vera ricompensa”