di R. C.

Soldato, guerrigliero e diplomatico italiano, Amedeo Guillet (1909 – 2010) è da considerare come uno dei più grandi italiani del ventesimo secolo. Purtroppo sconosciuto ai più, quest’articolo cercherà di ridare lustro alla sua vita: alla sua carriera militare, alle sue gesta di raro valore e alle sue avventure, invidiabili in tempi come questi. La sua storia, merita di essere diffusa e raccontata.

La guerra

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Guillet è un ufficiale di cavalleria del Regio Esercito nell’Africa Orientale Italiana. Comanda un battaglione d’indigeni a cavallo, le “Bande Amhara a cavallo”. Veloce, agile e di forte impatto offensivo, la Banda Amhara era utilizzata, prima della guerra contro gli inglesi, in operazioni di rastrellamento e di esplorazione. Con le sue bande di ausiliari, composte di eritrei, etiopi e yemeniti, Guillet ha come obiettivo quello di “disturbare” le azioni nemiche. Le cose però cambiano con lo sviluppo della guerra: durante la ritirata verso l’Asmara, fu dato a Guillet l’ordine di rallentare l’avanzata delle truppe motorizzate inglesi. Nei pressi di Cheru, sulla piana di Agordat, il mondo assistette a una delle ultime cariche di cavalleria, guidata dal comandante italiano. Un ufficiale inglese presente racconta l’evento: Quando la nostra batteria prese posizione, un gruppo di cavalleria indigena, guidata da un ufficiale su un cavallo bianco, la caricò dal Nord, piombando giù dalle colline. Con coraggio eccezionale questi soldati galopparono fino a trenta metri dai nostri cannoni, sparando di sella e lanciando bombe a mano, mentre i nostri cannoni, voltati a 180 gradi, sparavano a zero. (…) Ma prima che quella carica di pazzi potesse essere fermata, i nostri dovettero ricorrere alle mitragliatrici”.

Guillet ne esce vincitore, pagando un caro prezzo: muoiono 400 dei suoi ascari e lui stesso è ferito alla mano. Quest’atto di eroismo conquistò gli elogi del comando supremo, la stima degli avversari, e il rispetto perenne dei suoi fedeli commilitoni indigeni. Dopo Agordat, nacque la leggenda del comandante di cavalleria che sfidò i carri armati inglesi. Nacque la leggenda del “comandante diavolo”, titolo datogli dai suoi ascari.

La guerriglia, la sua lotta privata e la trasformazione

Poco tempo dopo però, nonostante gli sforzi di Guillet, la situazione italiana nell’Africa Orientale diventa disperata. Mentre le truppe britanniche entrano vittoriose all’Asmara, capitale dell’Eritrea italiana, il Regio Esercito del duca d’Aosta è allo sbando: i soldati delle truppe ausiliarie disertano e i civili italiani fuggono.

Soltanto un uomo decide di non arrendersi al fato, e quest’uomo è proprio Amedeo Guillet.

Il tenente vuole resistere a tutti i costi. Dirà in seguito: “Bisogna combattere gli inglesi il più possibile, perché se combattiamo qui in Eritrea, i nemici non possono andare a combattere i nostri in Libia”. Ma per battersi contro gli inglesi, Guillet deve cambiare identità. Abbandonato dallo stato maggiore italiano, rimane solo insieme alle sue truppe indigene. Comincia a indossare il turbante e la futa e cambia identità: si fa chiamare Ahmed Abdallah Alredai. Contro il diritto internazionale di guerra, che non concepisce il proseguimento della lotta di una parte dell’esercito dopo la resa del comando supremo, Guillet organizza la guerriglia, la sua “guerra privata”, contro l’impero inglese. Indossa abiti arabi.  Comincia a pregare cinque volte al giorno, e conduce una fiera lotta. Vi è una vera trasformazione in Guillet: impara l’arabo, e tratta i suoi soldati come fratelli. Questa trasformazione riesce: continua la sua guerra depredando depositi inglesi e vincendo scaramucce, senza che mai nessuno dei suoi uomini lo tradisca agli inglesi. Riesce a camuffarsi cosi bene, che più volte si reca al comando militare inglese per fornire indicazioni sbagliate. Oltre alle sconfitte militari, gli inglesi subiscono pure la beffa.

Dopo sette lunghi mesi di guerriglia, il gioco però non può continuare. Braccato da un nemico imponente, ferito più volte e stanco della lotta, decide di sciogliere il gruppo e di ritornare in Italia.

In seguito a queste frenetiche azioni di guerriglia e questa trasformazione spirituale, alcuni erroneamente paragonano Guillet a Lawrence d’Arabia, peccato che quest’ultimo aveva dietro di sé un impero e milioni di sterline oro, mentre Guillet aveva solo sciabole, fucili e coraggio da vendere. Non ci può essere differenza maggiore.

Il dopoguerra

Guillet, stremato dalla guerra, deve abbandonare la lotta. Diretto verso lo Yemen (allora paese amico dell’Italia) si trasferisce a Massaua, in Eritrea, per cercare un passaggio o un traghetto e attraversare quindi il Mar Rosso. A Massaua, lavora come stalliere, muratore e acquaiolo per pagarsi un passaggio di contrabbando. Dopo mesi di duro lavoro manuale, riesce a pagarsi un passaggio di contrabbando insieme al suo fedele amico e commilitone Dafallah. Una volta salito sul peschereccio dei contrabbandieri, i due sono traditi e gettati nel mare infestato di squali. Per miracolo arrivano sani e salvi a terra, sulle coste della penisola araba, dove incontrano dei nemici ancora più temibili: la sete e il caldo del deserto. Un secondo miracolo salva i due compagni: sull’orlo del trapasso, dopo giorni di marcia intravedono una sagoma. All’inizio, credendo si trattasse di un angelo, venuto a cercarli per portarli in cielo, i due cominciarono a piangere come bambini. L’angelo è in verità un uomo, che cavalca un cammello e porta con sé mercanzie. L’uomo sfama i due bisognosi, ridotti alla sete. Per il salvatore, i due disperati sono una prova di Allah, per testare la misericordia dei suoi credenti. Li porta a casa sua, li ricovera e li disseta. Ed è qui, che Guillet si trova di fronte un’altra grande scelta della sua vita. Il vecchio, infatti, qualche settimana dopo chiede a Guillet di sposare sua figlia. Amedeo esita: in patria ha la sua fidanzata, Bice, che lo attende… Ma vi è anche la guerra e il destino incerto di tutto un paese. Mentre laggiù, in un angolo sperduto del deserto yemenita, Guillet ritrova qualcosa che aveva perso da tempo: la pace.

Tenace, decide di ritornare in patria.

Riesce quindi ad arrivare alla corte dell’Imam yemenita. Da lì, salpa per l’Italia a bordo di un traghetto della Croce Rossa Italiana: si finge pazzo per eludere la sorveglianza inglese. Ancora una volta, le sentinelle britanniche sono beffate, e il comandante riesce ad arrivare a destinazione.

Sbarca in Italia nel giugno 1943, e si presenta subito alle autorità. A sua insaputa, è stato promosso Maggiore, ed è ricevuto dal Re in persona. Dopo l’8 settembre, si schiera da buon monarchico con il Re, contro la Repubblica Sociale di Salò.

E la sua incredibile vita continua: dopo la guerra, passa il concorso diplomatico. Viaggia in tutto il mondo, assiste a colpi di stato e attentati, entra a far parte dei servizi segreti. Il 2 novembre 2000, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli conferisce la Gran Croce dell’Ordine Militare d’Italia, la più alta onorificenza militare italiana.

Prima di morire però, Guillet si sente in dovere di fare una cosa: ritornare nei luoghi del suo periplo. Ed è ritornando in questi luoghi, che decide di far visita al vecchio che gli salvò la vita anni orsono, in quel torrido deserto yemenita. Avvicinandosi alla casetta, l’uomo lo accoglie ma non lo riconosce. Purtroppo, il pozzo si è rotto e l’uomo si scusa di non poter dare da bere ai suoi ospiti. Il vecchio comincia a raccontare una storia, che da anni ripete a ogni viandante o visitatore. La storia parla di questi due uomini, trovati agonizzanti nel deserto, e portati a casa. Il vecchio è sicuro che questi due uomini fossero una prova d’Allah, messi lì per mettere alla prova la sua misericordia. Guillet si riconosce nell’uomo, e trattiene l’emozione: dice al vecchio che è una bellissima storia, e che Allah in persona lo ricompenserà della sua misericordia. La notte stessa, mentre l’uomo dorme, Guillet fa ricostruire il pozzo del vecchio e senza dire nulla, riparte in Italia.

Amedeo Guillet si spegne il 16 giugno 2010, a 101 anni, dopo una vita maestosa, vissuta intensamente fino all’ultimo respiro.