di Giovanni Fava 

Alì Shariatì era un trascinatore di genti. Predicava al popolo islamico la Rivoluzione, idee nuove e forti, preparando il campo per quello che la storia avrebbe poi portato a termine con il ’79 di Khomeyni. Punto di riferimento intellettuale e politico per la gioventù iraniana degli anni Sessanta e Settanta, Alì Shariatì nasce Kahak, in Iran, nel 1933 da una famiglia sciita culturalmente aperta ben lontana da qualsiasi forma di ortodossia di stampo tradizionalista. Sono gli anni di Mossadeq, delle lotte per il petrolio, dello smantellamento dell’Anglo-Iranian Oil Company; Shariatì prosegue gli studi iniziati a Mashaar alla Sorbona, a Parigi, città intellettualmente fervida: verrà in contatto con Jean-Paul Sartre, il martinicano Frantz Fanon, lo studioso di mistica sufi Luis Massignon. Consegue il dottorato in sociologia incorporando all’interno della propria formazione suggestioni marxiste, esistenzialistiche e mistiche, il tutto mischiato al peculiare retroterra sciita. Rientrerà in Iran nel 1963 ove sarà immediatamente arrestato dalla polizia segreta dello Shah per essere entrato in contatto con i dissidenti iraniani residenti all’estero. Dopo il rilascio, avvenuto pochi mesi a seguito dell’iniziale arresto, verrà nuovamente ricondotto in carcere nel 1973 ancora per le idee politiche troppo sovversive e pericolose per il regime di Rheza Palehvi. Sarà rilasciato due anni dopo, nel ’75, ma questa volta la botta è stata dura: le torture subite in carcere si faranno sentire in breve tempo. Alì Shariatì morirà nel 1977 a Londra, probabilmente d’infarto, nonostante rimanga il sospetto che ad eliminarlo sia stato qualche sicario iraniano.

Shariatì alterna la propria proteiforme attività intellettuale muovendosi  dagli ambienti accademici a quelli più propriamente impegnati sul fronte politico, intervallando a momenti di riflessione isolata, periodi di propaganda feroce. La sua idea è che l’Islam sciita vada riformato, che esso sia ormai vecchio, non valido sul tavolo della contemporaneità; è necessario scrollarsi di dosso quello che Shariatì chiama “ lo sciismo nero”, forma clericalizzata di religiosità serva del potere, lo sciismo dei mullah, dei preti, della Persia savafide, vergona di tempi lontani sulla carta, ma ancora vicini nella coscienza. Sharitì indica il marciume di uno sciismo sottomesso, in opposizione polare a ciò che lo sciismo vero ed autentico serba nella propria essenza. Lo “sciismo rosso”, lo sciismo di Alì ed Husayn, uomini dal carattere audace che agli albori di una nascente religione si opposero con un “no” ai califfi Omayyadi, mettendo le radici per quella che sarebbe stata la successiva divisione religiosa interna all’Islam stesso: sciiti e sunniti. Shariatì avanza un nuovo modello di religiosità, teorizzando una metafisica della “shahada”, del martirio: il gesto di opposizione di Alì ed Husayn nasce come volontà di liberarsi dal giogo dell’oppressione.

Due uomini che guardavano in faccia la morte senza abbassare lo sguardo sacrificarono la propria vita in nome di una libertà che doveva essere perseguita. Libertà che, a detta di Shariatì, rappresenta il fondamento ultimo delle tre grandi religione monoteistiche: Mosè si ribellò al Faraone, Cristo ai romani e ai farisei loro alleati, e Muhammad ai Quraysh. È lo sciismo rosso del sangue dei martiri che scelsero la morte in nome della vita. Shariatì propone dunque al popolo sciita di alzare la testa:  mustadafun, gli oppressi, anch’essi con un “no”, devono ribellarsi anzitutto a qualsiasi compromesso fra religione e potere; poi ad un Occidente da troppo tempo signore di un Oriente che non gli appartiene. Il martirio è lo strumento delle masse. Shariatì interviene nella storia come guida intellettuale in un tempo non ancora maturo per i suoi insegnamenti, ma che presto lo sarebbe divenuto. Assumendosi “gramscianamente” il ruolo di testa delle masse, Shariatì rivendicava l’originale forza di una religione non sottomessa, ma libera nella sua essenza.