Adriano Olivetti nacque sulla collina di Monte Navale, nelle vicinanze di Ivrea l’11 aprile del 1901, da Camillo, ebreo, e Luisa Revel, valdese. Non ricevette alcuna educazione religiosa; solo nella maturità, in vista del secondo matrimonio, si convertì al cattolicesimo. Nel 1924 conseguì la laurea in ingegneria chimica al Politecnico di Torino e, dopo un soggiorno di studio negli Stati Uniti insieme a Domenico Burzio (Direttore Tecnico della Olivetti), durante il quale poté aggiornarsi sulle pratiche di organizzazione aziendale, entrò nel 1926 nella fabbrica paterna ove, per volere di Camillo, fece le prime esperienze come operaio. Nel 1932, poco più che trentenne, divenne Direttore Generale e nel 1938 Presidente dell’ Olivetti. Nel 1943, alla morte del padre Camillo, rimase da solo alla guida del gruppo e nel 1960 morì improvvisamente, lasciando un’impresa leader nei mercati internazionali nella produzione di macchine per scrivere e per il calcolo e fortemente sviluppata sotto il profilo dimensionale e sociale. Dopo la sua morte, coloro che presero il suo posto non seppero seguire il cammino delineato dal manager. Questi non solo estirparono la divisione elettronica, ma rinnegarono i principi morali ed etici sui quali il manager illuminato aveva costruito, passo dopo passo, il suo fare impresa. Così, iniziò per l’impresa un lento declino. Adriano Olivetti fu uno dei più eclettici, visionari e geniali imprenditori che l’Italia abbia mai avuto. In un periodo storico in cui l’opinione pubblica dimostra una crescente ostilità verso la figura del manager – figura che d’altronde non ha mai suscitato grandi simpatie- non solo a causa degli stipendi esorbitanti ma anche al rapporto sempre più stretto che si è delineato nel tempo tra manager e mondo della finanza- Olivetti è una figura fuori dal tempo, quasi irreale.

©PUBLIFOTO/LAPRESSE MILANO ITALIA 28-02-1960 L'INDUSTRIALE ADRIANO OLIVETTI.

“La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia. Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica” ©PUBLIFOTO/LAPRESSE

Visionario, utopista, manager illuminato, così viene definito Olivetti. Ma in cosa risiede la sua grandezza? Senza dubbio il successo riscosso in vita e l’ammirazione che accompagnò la sua figura dopo la sua scomparsa, risiede nell’aver anticipato i principi di una visione aziendalistica stakeholder-oriented in un periodo in cui- ricordiamolo- la sola preoccupazione delle imprese italiane era quella di competere con successo sul mercato internazionale e generare profitto. Il pensiero olivettiano (vicino alla riflessione personalista di Mounier e alla nuova concezione di umanesimo di Maritain) è stato il precursore di un orientamento sociale oggi tanto in voga tra le imprese (almeno stando a quanto dichiarato nel loro codice etico). Bisognerà aspettare gli anni Ottanta affinché si possa parlare di responsabilità sociale d’impresa e, poi, di sostenibilità, impresa sociale, etica degli affari. Olivetti fu il primo a riconoscere il ruolo centrale delle risorse umane per il successo dell’impresa nel lungo periodo, padre di un felice connubio tra etica e tecnica. Produrre ricchezza non solo economica, ma anche per le risorse umane, creando occupazione e quindi generando ricchezza per la comunità circostante era l’imperativo. Olivetti ricercò il successo duraturo sui mercati internazionali  attraverso l’investimento di utili non redistribuiti in innovazione di processo e di prodotto. L’innovazione di prodotto sotto il profilo tecnologico ed estetico garantiva un vantaggio competitivo sui mercati e generava alti profitti che servivano a finanziare ulteriormente gli investimenti in ricerca e sviluppo e quelli sociali. Il processo di innovazione di prodotto è, infatti, stato sempre molto avanti, prima la macchina per scrivere Lexikon 80 e la calcolatrice “Divisumma” e, poi,  la mitica “lettera 22” furono prodotti di successo a livello internazionale.

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Showroom Olivetti in Svizzera, 1957

Il vero punto di forza della gestione aziendale dell’imprenditore era costituita dal valore riconosciuto alle proprie risorse umane. Nonostante Olivetti avesse applicato i principi del taylorismo per la produzione di massa dei propri prodotti- un taylorismo dal volto umano, come usano dire molti studiosi-, era assolutamente contrario all’alienazione degli operai che una gestione in tal senso comportava. Olivetti restituì dignità all’operaio, tenendo in considerazione il concetto di lavoro, fatica, merito attraverso forme di compensazione ed evitando decisioni di riduzione del personale, che invece erano tipiche delle imprese orientate alla massimizzazione della produttività. La tecnica doveva essere al servizio dell’uomo, e non il contrario. I ritmi di lavoro non erano dettati dalle macchine: l’impresa era un luogo di armonia, di scambio e di partecipazione degli operai, che collaboravano tra di loro e alla progettazione dei prodotti. La fabbrica era vista oltre che come “produttrice di beni e di bene”, come luogo di armonia e di confronto pluralistico, solo un luogo di produzione ma un’officina creativa dove si concentrarono una serie di intelligenze, saperi e competenze. La produttività era frutto dell’innovazione e dell’organizzazione del lavoro e anche i meccanismi di selezione e di formazione del personale erano dettati da scelte profondamente innovative. A tale proposito, quando si parla del manager illuminato viene spesso riferito questo aneddoto: il responsabile del personale portò all’attenzione del manager il caso di un dipendente, l’Ing. Cappellaro, accusato di sottrarre pezzi all’azienda, di fare numerose assenze ingiustificate e di lavorare a progetti non direttamente legati all’azienda. Oggi, se avvenisse un episodio simile, il dipendente sarebbe licenziato in tronco. Olivetti invece convocò l’ingegnere per avere spiegazioni e questi si giustificò dicendo che a lavoro si annoiava, che aveva notato che i metodi di produzione erano imperfetti e che la qualità dei prodotti non rappresentava la massima possibile, insomma che tutto poteva essere migliorato. Olivetti raccolse la sfida e affidò all’ingegnere il compito di apportare le modifiche necessarie ad incrementare la produttività e a migliorarne i risultati. In breve tempo processi e prodotti migliorarono, le vendite raddoppiarono.

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Negozio Olivetti di Torino, anni luce avanti apple&co.

La fiducia di Olivetti nei propri operai, l’importanza ad essi riconosciuti, la sensibilità che l’imprenditore sempre dimostrò verso il mondo operaio e la comunità in cui operava, vennero ripagate da un successo economico straordinario. Decisivo fu sicuramente l’apporto delle risorse umane, rese fedeli e responsabili nei confronti dell’azienda per la quale lavoravano. Il merito più grande di Olivetti consistette proprio nel riconoscere a loro, gli operai, l’importanza principale nel processo produttivo.

“L’industria è un’utopia, che ho fatto diventare una realtà concreta, al servizio della comunità” affermava Olivetti.

In un momento storico in cui la disoccupazione ha toccato punte record, i giovani sembrano rassegnati a un futuro di eterni precari e la flessibilità dei salari viene invocata come unica soluzione alla crisi, storie come quelle di Olivetti stentano ad apparire reali ma assomigliano piuttosto a magnifiche favole confortanti. Eppure non si tratta di invenzioni. La visione filantropica di Olivetti è stata realtà, la realtà italiana fino agli anni Sessanta.