Con sollievo, segnaliamo ai lettori un ottimo libro di Francesco Boco, Visioni della crisi la cui prefazione è di quello spirito ribelle che va sotto il nome di Adriano Scianca. Con sollievo, perché è la riprova che nel magma indistinto di tante cose inutili e di scritti superficiali che viaggiano in rete, è ancora possibile incontrare chi utilizza parte del suo tempo per l’elaborazione culturale. Ovviamente Visioni della crisi è un libro cartaceo (edizioni Tabula Rasa, euro 22, p.225) con tutti i crismi della saggistica di livello. In particolare, quello di Boco è un percorso nella filosofia della crisi tenendo come binari arginanti lo spazio dialettico tra due mostri sacri come Oswald Spengler e Martin Heidegger. Quindi, di per sé, percorso accidentato sia per il prestigio dei riferimenti e del materiale in questione, sia per la grande quantità di disapprovazioni che entrambi naturalmente richiamano in tanta parte della critica contemporanea.

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Laureato in filosofia, Boco ha collaborato con numerose riviste e si è quasi sempre occupato dei temi della tecnica e del nichilismo. Questo lavoro, denso nei contenuti ma anche nell’apparato bibliografico e nelle citazioni, mette a confronto Spengler e Heidegger in una operazione non inedita ma tuttavia sempre sfiancante e complessa per qualunque studioso seppur ‘iniziato’ ai temi cari ai due intellettuali. Per non cadere nelle reiterazioni bisogna perciò essere sofisticati nei parallelismi e nelle idiosincrasie in modo che si esalti un filo logico che, nel testo di Boco, è indicato sin dall’inizio, ed è quello del ‘destino’. Non solo dunque filosofia della crisi come osservazione di un mondo in dissoluzione, delle sue cause e degli aspetti correlati al vivere quotidiano ma anche squarciamento sulle verità dell’immediato futuro. Qui le connessioni sembrano evidenti. Il nichilismo è il punto di approdo, compimento di un percorso plurisecolare che si dischiude nelle prospettive di tramonto spirituale dell’Europa. E il fatto che Boco utilizzi come esergo iniziale una frase di Hölderlin la dice lunga sul prologo e sull’epilogo della sua analisi.

Per il lettore crediamo possa essere significante il fatto che nel libro vengano segnalate con evidente puntualità le diversità e gli eventuali punti di contatto. Ovvio che parliamo di due approcci differenti: Heidegger si muoveva in ambito puramente filosofico; Spengler spaziava, e liberamente, in più campi. E poi ci troviamo di fronte ad un pensatore, vissuto nella temperie dei totalitarismi, e ad un altro figlio del secolo precedente e morto quando Hitler iniziava la sua parabola. L’evidente e ampio quadro analitico si sofferma su alcuni punti chiave come la storicità dell’uomo (Spengler), il tema dell’Essere (Heidegger) e quello della Cura e della Tecnica in entrambi, ma l’approdo conclusivo del libro è ‘‘l’oltre’’, il divenire.

Scomposti i livelli interpretativi e fatte proprie le filosofie di entrambi, Boco tenta infatti di incunearsi in quello che definisce

il superamento di Spengler e Heidegger al fine di poter osservare la crisi attuale con occhi diversi

Uno sforzo immane, forse pretestuoso, che non può riandare alle radici del pensiero meditante “Se davvero perdita di senso storico e nichilismo procedono di pari passo, il compito della filosofia è quello di battere vie capaci di risvegliare l’uomo all’autenticità dello stare al mondo” ma che può essere viatico per una ottima lettura.