di Matilde Rogato

Prima parte

In un paese che marcia unito, tronfio e trionfante verso la completa trasfigurazione in superiore realtà “laica”, “liberal-tollerante” ed “evoluta”,Metábasis eis állo génosquale l’Italia auspica di  attuare fino in fondo, sarebbe ora, a quanto pare, non solo di cancellare la festa della mamma e del papà, meri concetti “antropologici”, ma anche di abolire dai calendari le festività religiose e togliere i crocifissi fuorilegge da tutti i luoghi pubblici, ché Cristo nudo e sofferente sarebbe emblema incarnato di ignoranza, violenza, superstizione, fanatismo e sopraffazione, oltraggio insopportabile alle altre religioni, perfettamente estraneo  ai valori cosiddetti “laici”, vero e proprio crimine “profanatorio”contro la laicità dello stato e la libertà degli individui.

Vorremmo pregiarci di vivere in un paese che vuole essere realmente accogliente, liberale, laico e tollerante, e, non fosse altro che per non farci promotori inconsapevoli di abiezione morale e di esecrabili concetti “oscurantisti” e, per l’appunto, poco laici o che poco si addicono a un essere libero, come quelli cristiani di “sacrificio e amore per il prossimo”, “dedizione ad una causa”, “fedeltà a un’idea”, “morte e rinascita”, è stato necessario, da genitori, pedagoghi ed educatori responsabili, perfino impugnare per vie legali l’acqua benedetta e impedire per tempo l’impartizione della benedizione pasquale, preservare bambini e adulti dalle manifestazioni religiose di bieco “fanatismo” legate alla ricorrenza del Natale, e salvare le future generazioni dai relativi festeggiamenti nelle scuole, celebrazioni oggi più che mai offensive e denigratorie nei confronti delle altre confessioni religiose compreso l’ateismo, convertendole alle ferrea logica disciplinante del buon vivere civile propria della “laicità”.  In pratica, dobbiamo sforzarci di essere un paese mentalmente aperto e tollerante rispetto a tutte le tradizioni e tutti i valori, e, fin qui, nulla da obiettare, se non fosse per il fatto che proprio i nostri, però, non sono contemplati, perché considerati, nella migliore delle ipotesi, come di intralcio e obsoleti. E un paese aperto e tollerante con tutte le religioni, ma rigorosamente intollerante col cristianesimo stesso, bestia nera fra tutti i culti, strenuamente bandito, bistrattato e perseguito addirittura ex lege nei luoghi pubblici come usurpazione indebita e presa di posizione dannosa per sé e per gli altri, psicopatologia delirante da tenere ben nascosta pena il linciaggio verbale, le vie legali e la derisione, con buona pace dell’imperatore Costantino e del suo Editto. Al punto che, secondo questa presunta, progressista, laica mentalità si è reso anche necessario, per onestà e coerenza, in nome dei principi di rispetto e tolleranza e per promuovere la cultura dell’incontro, del dialogo e dell’apertura all’altro e al diverso, impedire le visite alle esposizioni nei palazzi della cultura, annullare i concerti di musica sacra a fine anno (anche contestando l’esecuzione di un singolo brano, Adeste fideles, considerato “troppo cristiano”) e le gite alle mostre d’arte. Possiamo vantare degli autorevolissimi antesignani in questo senso: da Rozzano, nel milanese, alla provincia di Bergamo, a Firenze, presidi, genitori e dirigenti scolastici, paladini della giustizia sociale e campioni incontrastati di integrazione intelligente, nonché avanguardie italiane in direzione del progresso filantropico mondiale. Permanendo così nel raziocinio in delirio, che oggi si chiama coerenza, e nell’orpello della filantropia arrogantisi il diritto di revocare un intero itinerario artistico sol perché la mostra ha nome di “Bellezza Divina”, sarebbe certo una valida conquista camminare laicamente bendati lungo tutto il territorio italiano o far chiudere ogni chiesa e monumento che si offra al nostro sguardo laico, censurare o coprire con fiumi di stoffa laica tutte quante le sculture, i dipinti, gli affreschi e i tesori inestimabili, là dove si annida il germe della cultura, dell’arte e della tradizione. Magari coprirli definitivamente e non solo pro tempore, come invece ha prontamente predisposto il nostro arguto presidente del consiglio, apostolo di correttezza, di buongusto e di buonsenso, non molto tempo fa, in occasione della visita ufficiale del presidente iraniano ai Musei Capitolini.

E lo sarebbe, oltremodo opportuno, coprire e nascondere le opere d’arte, per scongiurare il diffondersi di un morbo pericoloso ed ideologico, un fondamentalismo religioso che attenta al laico ed è veicolato da un folto gruppo di folli visionari, vera e propria cricca  bigotta e  irriguardosa, che racchiude al suo interno personaggi loschi quali Leonardo da Vinci, Michelangelo, Giotto, Chagall, e un altro bel po’ di sedicenti artisti, “medioevali” o giù di lì, e anche (s)velatamente pervertiti (e quanti sono poi!). Cose orribili e sconvenienti, abiette, offensive, oscene e fuori tempo, come “L’ultima Cena”, o gli affreschi della cappella degli Scrovegni, “La Pietà” o “Il Giudizio Universale”, solo per citarne alcune. Affinché la gloriosa opera di civilizzazione sia poi completa, sarebbe pure logico e necessario, a questo punto, eliminare dai programmi scolastici non solo l’ora di religione, ovviamente, che nulla ha a che fare, poi, con la catechesi, ma anche la Storia dell’Arte – così come è stato di recente proposto- e buona parte della Storia della Filosofia, della Letteratura, della Storia e di tutte le discipline umanistiche in genere, espungere corsi di laurea obsoleti e bruciare opere, autori, tesi di dottorato e testi antichi e moderni, “giustamente” guardati con sospetto, a partire da quelli, per esempio, dove figura la parola “etica” o la parola “cristianesimo”, o, più semplicemente, la parola “Dio” e “divinità”: un Medioevo al contrario. E se ci si era proclamati tolleranti, con questo non si intendeva di certo “tolleranti nei confronti di ogni persona, di ogni pensiero e di ogni Dio”: aperti e tolleranti sì, dunque, ma solo col Dio degli altri. Neutri e neutrali sì, fino a scimmiottare il fondamentalismo laico e laicista, non suscettibile di esame elenctico e paradossalmente assurto a credo supremo ed inviolabile, “relativista”, ma solo se il nemico da combattere è il Dio nostrano e i suoi fedeli satanassi. E un tale atteggiamento non poteva chiaramente non riflettersi sul  modo comune di sentire tanto da sfociare di frequente in diffuse manifestazioni di odio popolare nei confronti del cristianesimo, curiosamente simili a quelle tipiche dell’età precostantiniana. Per non parlare poi dell’auspicabile, doverosa chiusura, a voler essere veramente “liberali” e “tolleranti”, continuando a cavalcare l’onda di quest’ottica paradossale incrociata, di tutte quelle facoltà italiane veicolo di odio, pregiudizio, razzismo, dogmatismo e rancore, davvero poco “laiche”, secondo un concetto alquanto distorto di laico, però. Prima fra tutte quella di Teologia, e perfino quella di Filosofia qualora non si provvedesse a riformarla adeguatamente e nettarla dalle sozzure contaminanti. E, a seguire, abbattere in tempi brevi chiese, battisteri, aule, palazzi, teatri, cattedrali, monumenti, musei, e tutto ciò che possa riguardare da vicino e anche solo da lontano l’orizzonte religioso.

Bersaglio non sarebbe, così, la religione tout court, ma tutto ciò che da essa è prodotto ed emana quando anche la si consideri spogliata della sua sacralità e dei suoi aspetti dottrinali e la si intenda quale re-ligamen;  quando si configuri, cioè, da questo punto di vista, come risultato tangibile dell’istinto costante dell’essere umano che anela al trascendente, alla liberazione da ciò che è accessorio o transitorio, nella decisione  di “voler essere veramente se stesso”: “sintesi paradossale di finito e infinito”, oltre il tempo. Espressione, dunque, dello slancio insopprimibile dell’uomo a varcare i confini posti dalla contingenza e consegnarsi ai posteri, il rapporto istituito dal re-ligamen, che si snoda nei chiaroscuri dialettici di trascendenza e immanenza, stimola sempre, e sempre ha stimolato, come una sfida,  la realtà mortifera e l’universo di discorso stabiliti nelle forme della temporalità, in direzione del suo superamento.