di Matilde Rogato

Seconda parte (QUI la prima)

Voler estirpare l’idea dell’infinito in noi, insieme a ciò che ne è prodotto, è operazione tanto ardua quanto insensata; è volere sradicare noi, quello che siamo e che si esprime attraverso il nostro plurisecolare patrimonio artistico, culturale e storico, anello di congiunzione fra le generazioni che nel profondo  ci definisce e ci struttura  come uomini e come persone, nella continuità. E che per ciò stesso – per il fatto di esistere, di essere visto e percepito, e per il fatto che noi lo rappresentiamo,  – volenti o nolenti – sarebbe di offesa, kath’auto, a ciò che è diverso. Ergo dovremmo nascondere noi a noi stessi e agli altri e abnegarci come suprema garanzia di ineccepibilità morale, al fine di non urtare la sensibilità di nessuno e garantire il rispetto reciproco erga omnes. Si potrebbe continuare (perché no?) con l’epurazione della lingua italiana, eliminando magari dal vocabolario comune, dal gergo accademico e dal linguaggio della strada  lemmi  violenti, inopportuni e fuorvianti quali “anima” – che in Greco antico si dice, guarda caso, psuchè (mente) – ,“valore”, “verità”,”senso”, “appartenenza”,”sacro”, “spirito”, “tradizione”, “trascendenza” negandone in primis la consistenza categoriale, deinde lo spettro semantico.  E procedere ancora cancellando idee, persone, identità, intere categorie di pensiero e di azione antagoniste in nome dell’evoluzione dell’intelletto e dell’apertura mentale, sempre facendo attenzione, però, beninteso, a non essere così aperti che il cervello caschi fuori.

La rinuncia definitiva al diritto sacrosanto di poter dire sempre “io sono io”, all’aseità della propria identità di partenza, significherebbe infatti rinunciare al doppio movimento di costruzione comune della cultura, rendendo non solo impossibile un confronto reale con ciò che è realmente diverso, perché diventerebbe ipso facto identico, ma precludendo anche, attraverso tale rinuncia, l’autenticità di un incontro  vero con quell’ “io” in continua ridefinizione, dinamismo possibile solo ove  il nuovo si innesti su ciò che dell’ “io” è immutabile, messo alla prova dalla contingenza e stimolato al discernimento attraverso il gioco intraculturale,  interculturale e sociale dei cambiamenti e della permanenza, generati dal vero confronto con l’altro da sé, che lo conferma nella sua identità sostanziale nel momento stesso in cui lo contraddice. E’ l’ennesimo tassello del tramonto lento ma inesorabile dell’Occidente europeo per mano dell’Occidente stesso, la soppressione rinnegante di ciò che da sempre il suo uomo ha cercato di essere con le sue conquiste, il suo spirito, la sua libertà di scelta e la sua storia, insieme a quella del suo paese, di un intero mondo, e di un’intera mentalità. L’assedio silenzioso, nichilista e postmoderno di un ben determinato modo di vivere e sentire, concepire e intendere l’essere umano, fino alla resa. Essere umano caduco, ma nel cui destino rimaneva pur sempre e nonostante tutto – attraverso i suoi sforzi a superarsi e per mezzo di quel continuum formidabile che è la propria tradizione culturale e la sua memoria –  la traccia gloriosa e sempiterna delle generazioni che l’avevano preceduto e in cui egli era radicato, e che lo avrebbero seguito, radicandosi in lui, perché ineludibilmente inscritta, che ne fosse consapevole o meno, nel profondo, come segno indelebile e garanzia di senso, fondamento ed eternità. “La vera virtù non può essere fondata che su principii che la rendono d’altrettanto più sublime e più nobile quanto saranno essi universali”, ha scritto Kant. Viene il dubbio, così, che ciò che dà  fastidio di quel Cristo appeso, modello antropologico esemplare al di là di sterili ed anguste contrapposizioni fra “laico” e “religioso”, e di quella croce, simbolo di “Verità perseguitata” contro cui quella “trionfante” sempre si accanisce, siano proprio la universalità, la non relatività e l’inderogabilità vincolante del messaggio e dei valori espressi, e che tali dovrebbero essere, per il laico così come per il fervido seguace di ogni credo religioso: “Una sentenza che ci giudica” e ci sprona, “un compito di carattere” per dirla con Kierkegaard, un’ingiunzione e  un dover essere quanto più comprensibilmente insopportabili come limite, tanto più liquidati come ingenuo residuo moralistico dalle pareti della liquida modernità luminosa e  libertina, gloriosamente ed “assolutamente” “relativa”, libera di volere e di potere tutto e il contrario di tutto, ma che un carattere, insieme alla vera padronanza di sé e a una direzione, non riesce a ritrovarlo più.

Rimane, da chiedersi: “Ma se un giorno non sapremo più chi siamo, perché costretti a rimuovere l’istanza fondamentale di appartenenza, perché non sappiamo nemmeno da dove siamo venuti, sempre col capo chino, costantemente pronti a rinnegarci e ad abiurare, come faremo mai a capire dove vogliamo andare, il senso da abbracciare, e in che direzione procedere insieme? E come potrebbe, in uno sfondo sociale condiviso, un essere privo di identità confrontarsi realmente con l’altro da sé per la condanna del riprovevole o l’approvazione di ciò che è stimabile, nella ricerca comune della verità? L’altro sarebbe Altro, nei suoi eccessi, nei suoi delitti, nei suoi crimini o nei suoi meriti, rispetto a cosa, se noi, muti, impersonali, disincarnati e impassibili, non siamo più in grado di esprimere nulla? E come potremmo negarlo o confermarlo quest’ “Altro”che non incontra resistenze? Chi e in nome di che, poi, stando così le cose, potrebbe mai essere legittimato a dire l’ultima parola, o autorizzato a  porre limiti e veti, a fermare le bombe, gli eccidi e il terrorismo, chi sarà in grado di far ravvedere chi? Se tutto è lecito, perché tutto è “relativo”? E non diventa, così, forse, quest’ “Altro”, proprio un absolutus assimilante, cioè il principio che tanto si contesta all’imposizione del crocifisso a scuola, dai sostenitori del relativismo assiologico? E chi redimerà noi? Stuart Mill, fra gli altri, nel suo Saggio “Sulla Libertà”, ci ha ribadito che la verità, come esito di un processo e di una relazione non può che vivere ed emergere costruttivamente da ciò che le si oppone, tanto che ciò che la smentisce risulta funzionale al processo della sua definizione almeno tanto quanto ciò che la conferma.

Ora, quale confronto, relazione e produzione di verità a favore del bene comune potrebbero esserci in una società che vuole essere multietnica, multireligiosa e multiculturale, se una parte fondamentale dei  suoi “relata”, mutilata e dimidiata nel dispiegamento della propria peculiarità, rinuncia a se stessa, alla propria originaria unicità, al proprio legittimo antagonismo, atrofizzata dietro al vessillo di una improbabile neutralità? Non ci si accorge che un tale stato di cose nuoce indifferentemente a tutti, perché nuoce alla verità? E come faremo noi a preservarci vicendevolmente, garantendo l’uguaglianza di tutti proprio perché tutti siamo diversi, se la differenza non esiste più, e con essa, la “lotta per il riconoscimento reciproco” per la definizione delle identità, da cui non si può prescindere? Interazione e riproduzione sociale e culturale  fra chi, se uno dei termini si assolve preventivamente da ogni possibilità di interazione, subito fagocitato dall’altro, o da mille altri, tanti quanti sono gli innumerevoli colori che può assumere un camaleonte, che prende in prestito frammenti di identità a seconda delle circostanze? E proprio mentre avremmo disperato bisogno di quel Carattere e di quella Identità per garantire tutti, noi stessi e chi è diverso, mentre l’universo intero rischia di crollare sotto i colpi dei pericoli incombenti, ignoranza, guerre, terrorismo, giochi di potere, idolatria militante, disastri ambientali, violenze, ingiustizie d’ogni sorta, e i delicati equilibri mondiali e intranazionali sono sempre lì, sul punto di esplodere, qui, facciamo la guerra a quei valori universalmente validi, al presepe e ai crocifissi di Chagall, ai quadri di Matisse, all’acqua benedetta e alle accorate canzoncine di Natale che invitano alla pace e alla fratellanza universale, per una questione di correttezza, una questione di tolleranza e di civiltà. In nome dell’evoluzione, in nome delle “magnifiche sorti e progressive”.