Tutto scorre o tutto permane? Questo, é stato uno tra i primissimi interrogativi che la storia della filosofia occidentale si é posta, ovvero la questione riguardante la natura reale dell’essere e la spiegazione delle cause principali del movimento e del mutare d’ogni cosa. Aristotele e Platone, i due maestri dell’antichità per eccellenza, hanno fondato i loro migliori contributi e le loro più articolate costruzioni concettuali proprio a partire da questo profondissimo arcano. Per quale motivo nasciamo e poi periamo? Perché cresciamo e poi invecchiamo? Per quale motivo, ancora, il mondo a noi circostante costantemente ci sfugge, varia e le condizioni del reale (per quel che concerne la fisicità degli oggetti, la spiritualità dell’uomo ed, anche, le società storiche) non sono mai le stesse? Questi filosofici dilemmi esistenziali appaiono al giorno d’oggi, apparentemente, ancora d’estrema importanza ed attualità ed, inoltre, non ancora pienamente risolti, nonostante le innumerevoli conoscenze e strumentazioni a nostra disposizione, nell’ambito della fisica e delle scienze in generale. Fu proprio attorno a questo nucleo d’analisi che gravitarono le prime analisi del reale, e fu proprio in seguito alle formulazioni intellettuali di Eraclito di Efeso e di Parmenide di Elea (i due iniziatori e sviluppatori della questione) che, si dice, sia sorto il pensiero filosofico-razionale in senso stretto.

Riprendendo alcune tematiche giá  concettualizzate dai filosofi cosiddetti della natura (Talete, Anassimene ed Anassimandro), come, ad esempio il concetto dell’origine del mondo a partire da un principio archetipo supremo -uno dei primissimi contributi del pensiero filosofico occidentale, destinato, in altre forme, a costituire la dialettica specialistica di molti altri pensatori successivi, Eraclito, detto l’oscuro (a causa della capziositá sibillina dei suoi scritti, dal carattere piuttosto confuso e geniale al tempo stesso), nato nella città di Efeso intorno al 535 a.C., all’interno di un’opera della quale ci sono pervenuti soltanto alcuni frammenti, costituisce i celebri concetti del “panta rei” (tutto scorre) e dell’origine e dello sviluppo del ciclo dinamico del mondo a partire da un principio primordiale (il Logos), che determinerebbe l’assetto dialettico e mutevole dell’intera realtá, definendo, dunque, a partire da queste profonde ma misteriose riflessioni la causa primaria dell’intero movimento e cangiare delle cose. La vita, infatti, nota Eraclito, é, sostanzialmente, caratterizzata da un continuo ed incessante alternarsi di condizioni ed assetti ontologici, da un costante alterarsi, corrompersi, nascere e perire degli enti, e, secondo la sua ottica di pensiero, questo scontro dialettico ed incessante di opposti (il passaggio dalla vita alla morte, dal sonno alla veglia, dal mangiare al digiunare, dall’agire all’oziare, etc. Etc.), costituirebbe un ordine di giustizia primario, che si risolve nel concetto unitario del Logos eterno (inteso come Polemos, ovvero guerra tra opposti), il quale infonderebbe il principio di giustizia nel mondo. La giustizia, dunque, secondo Eraclito, é rappresentato dalla guerra, da questo evolversi continuo del reale verso forme e caratteristiche differenti: é celebre la sua massima “Nessuno si bagna nello stesso fiume due volte”, ad indicare questa idea secondo la quale nulla, in natura, resterebbe identico in eterno, poiché, nell’istante successivo (soltanto per il fatto che sia trascorso un istante temporale), rappresenterebbe giá un ente, una realtá differente. Posizione opposta, invece, sempre, tuttavia, in ripresa al medesimo argomento, viene sostenuta da un pensatore successivo, Parmenide, nato ad Elea (attuale cittá di Velia, in Campania) intorno al 515 a.C., fondatore della celebre “Scuola di Elea”. Parmenide, infatti, oltre ad essere stato (come renderá noto anche Aristotele) uno tra i primi iniziatori del principio di non-contraddizione (canone di riferimento logico d’ogni argomentazione filosofica successiva), divenne celebre specialmente per la sua massima, contenuta nel suo  poema convenzionalmente intitolato “Sulla natura”, “L’essere é e non può non essere, il non essere non é non può essere”. All’interno dello scritto, Parmenide immagina di compiere un fantasioso viaggio gnoseologico n compagnia d’una Déa la quale gli mostra i sommi principi di veritá che governano, illustrando gli tre vie principali d’analisi del reale: la via dell’essere (ovvero della veritá razionale), la via del non essere e la terza via, quella dell’opinione, del senso comune, ovvero quella praticata normalmente dagli uomini comuni. Secondo Parmenide, infatti, la percezione che comunemente possediamo e le opinioni che tendenzialmente formuliamo riguardo il reale, altro non sarebbero che un vero inganno della sensibilitá. Infatti, noi percepiamo il mondo come in costante divenire, mutare, procedere per fasi evolutive, di nascita, morte e resurrezione (come aveva sostenuto il giá citato Eraclito), ma, dice Parmenide, ció che esiste non puó logicamente sottostare a questi principi di legge, poiché il mutare della cosa implica, necessariamente, il passaggio da una condizione ad un’altra, dunque, il costante procedere di un essere in un determinato modo, ad un essere in un determinato altro modo, non essendo piú ció che si era prima. Ma, secondo Parmenide, tutto ció, pur essendo evidenza empirica dei sensi, in realtá, rappresenta una consistente fallacia sul profilo dell’analisi logico-razionale, poiché l’essere,in quanto tale, deve in eterno essere, e, dunque, esistere nella sua unitá e staticitá. La questione, generó non pochi scontri (anche violenti), sul piano della disputa filosofica, ispirando, tuttavia, le migliori menti del panorama intellettuale successivo, i quali incentrarono i loro sistemi ontologici proprio a partire da questi assunti di pensiero.

Tuttavia, nell’ambito delle contemporanee riflessioni d’approfondimento filosofico, la questione rimane, ancora, un punto focale irrisolto che, a causa della sua complessità ed articolazione di fondo, genera contrasti e dissidi tra differenti posizioni, presentandosi, anche, come vero e proprio canone d’individuazione di due modi di pensare e di osservare il mondo tra loro contrapposti, due stili di vita ed approcci al reale antitetici, tra una posizione tendente ad inquadrare il mondo secondo logiche maggiormente progressiste e dinamiche oppure secondo logiche maggiormente conservatrici e reazionarie. Il pensiero di Eraclito, di fatto, incarna al meglio una profonda tendenza al progressismo rivoluzionario della storia (in costante mutare, a partire dal principio assoluto del cambiamento), mentre il pensiero di Parmenide,  per molti aspetti, rappresenta una posizione maggiormente tendente alla conservazione storica dei valori e alla fissità della vita: due posizioni esistenziali opposte, due modelli etici diametralmente differenti.