di Matteo Mollisi

La dialettica politica è essenzialmente conciliante nella sua discordia intrinseca: essa si dà secondo un movimento ondulatorio, cullante, ripetitivo e pendolare – asseconda le leggi della natura, ricalca sapientemente, secondo l’insegnamento dei presocratici, l’ordine del kosmos, ovvero il Tutto ordinato, il quale muove secondo le stagioni e le orbite, il giorno e la notte. Allo stesso modo la dialettica politica muove eternamente e ripetutamente secondo attacchi e risposte, accuse e controaccuse, affondi e contropiedi, e nei suoi momenti parziali determina la struttura con la quale fa uno e per la quale unifica, e include escludendosi nei suoi momenti contrapposti. La dialettica politica è l’umano panegirico del polemos inarrestabile e cosmico, della natura che si dà in primis come scontro, il quale è a sua volta incontro di opposti: scontro-incontro di corna d’alce o di denti aguzzi nelle turbinose lotte tra fiere per l’accoppiamento, scontro-incontro del ferino verbo di politicanti indomiti sul terreno delle agora digitali.

La dialettica politica si differenzia dalle altre dialettiche poiché si svolge secondo un andamento tutto proprio, dal quale sono esclusi superamenti e riprese: essa si dà per mezzo della necessaria non-coincidenza dei suoi termini in se stessi, individualità quasi esistenzialiste nel loro sporgere dal proprio baricentro, nel loro ex-sistere, e il loro essere ec-centrici ne determina il perfetto ricentrarsi nella propria prassi parziale. L’abilità del dialettico politico sta nel decentrarsi da se stesso, e nel determinare se stesso in virtù di questo decentramento, mantenendosi in un miracoloso equilibrio come gli acrobati di Swift e al contempo dissimulando lo sforzo compiuto per mantenere l’equilibrio: essere sempre al di fuori di se stesso e allo stesso tempo non esserlo, come l’arciere prudente machiavellico che mira sempre più in alto del bersaglio per colpirlo, e che dunque mira al bersaglio proprio perché mira al di fuori di esso.

In questa ec-centricità ricentrata dei suoi termini sta la peculiarità strutturale della dialettica politica: al contrario della petulante e ingenua dialettica hegeliana, nella quale le parzialità antitetiche venivano comprese in una sintesi tendente all’onnicomprensivo, la tendenza di questa dialettica sta nel muovere dall’onnicomprensivo al parziale, dall’intero al particolare. La suprema sintesi della dialettica politica sta nel non ri-comprendere i suoi termini, nell’abbandonarli alla loro parzialità, la quale si fa in questo modo assoluta. La dialettica politica è l’unica forma di dialettica nella quale i termini si scoprono assoluti non nel superamento della parzialità, ma nella parzialità stessa. Si vede dunque come la dialettica politica possa dichiarare insussistente il secolare problema del Verum: esso non coincide hegelianamente con un intero – inconcepibile nelle sue pretese onnicomprensive – ma con la parte, poiché in essa vi è l’assoluto. Il vero oggettivo, sciocca palla al piede di una tradizione speculativa da rigettare, si dissolve nel vero delle parti, e ogni parte ha il suo vero: ecco affiorare la genialità della dialettica politica!

Vi è dunque una reale tensione antitetica all’interno di questa dialettica? Certo che no! Anche il movimento di antitesi si coglie in rapporto ad un non-essere sé, ad un determinarsi come antitesi entro l’identità di una non-antitesi. La contrapposizione antitetica che si determina nel decentramento da se stessa presentandosi come non-contrapposizione è la condizione per la quale il termine può porsi come altro-da-sé e come parzialità assoluta all’interno della dialettica politica: lo svolgimento della contrapposizione dialettica complessiva è il fondamento del movimento dei suoi termini, ed è la risoluzione massima di ogni contraddizione implicita, precisamente nella negazione complessiva di tutte le contraddizioni. In questo modo la dialettica politica, grazie al suo peculiare movimento, è l’unica in grado di pervenire all’assoluto: ponendosi come decentramento da sé, come dialettica che si dà come non-dialettica, o come non-dialettica che si dà come dialettica (c’è differenza?).

Ma la miracolosità della dialettica politica non si è ancora esaurita: non le basta aver dissolto con facilità irrisoria il problema del vero e aver posto l’assoluto nella parzialità dei suoi termini e nel non-essere-antitesi della sua struttura antitetica. La dialettica politica giunge là dove né la dialettica platonica né quella hegeliana erano riuscite ad arrivare, poiché essa è realmente in grado di porre le basi per il superamento della più grande aporia che percorre l’intero corso pensiero occidentale: la sproporzione pensiero-essere. E come superare questa chiassosa aporia, che i nostri speculatori più eccelsi non hanno mai potuto fare a meno di assumere come punto di fondo? Semplice, molto più facile a farsi che a dirsi. O meglio, facile sia a farsi che a dirsi. Farsi e dirsi! Proprio questo è il nodo, immediatamente tranciato come in quel di Gordio: il dire si risolve nel fare, il pensiero nell’essere, il logos nella praxis. La dialettica politica ha posto il compimento del pensiero occidentale nella morte del pensiero stesso, ha ritenuto superfluo il logos. Cosa farcene di questo logos? Perché portarci appresso questo fardello ingombrante e tedioso, che non solo ogni volta ci ostruisce nelle nostre decisioni, ma anzi determina il presentarsi della nozione stessa di decisione, questa menzogna astratta, questa zolla dissestata nel terreno della praxis, questo viscido concetto che pretende di ritagliarsi uno spazio così rilevante, di marcare di suo pugno i contorni dell’essere umano, come se quest’ultimo fosse nato per pensare – ebbene, perché non liberarci del pensiero? Dunque, sia fatto: e luce fu, non era poi così difficile.

O epicurei, tremate: la Dialettica – l’Unica, l’Onnipervasiva – si insinuerà nei vostri orti, e li darà alle fiamme, cosicché voi non abbiate più regno.